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18 agosto

Lettere al Direttore

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emanzini@laprovinciacr.it

20 Agosto 2017 - 04:00

IL CASO
Contro i troppi maleducati dei rifiuti la multa non basta: facciano lavori sociali
Egregio direttore,
leggo del nuovo caso di abbandono di rifiuti avvenuto stavolta a Casalbuttano e il cui responsabile è stato individuato. Mentre mi resta la domanda: perché in Italia tanta inciviltà mentre altrove non è così?
Colgo l’occasione per una piccola proposta. Una multa in denaro, come viene prospettata anche in questo caso, è troppo poco ‘correttiva’: l'esborso di denaro, in fondo, lascia come prima mentre la sanzione dovrebbe fare leva sul ‘tempo libero’ che è il bene che tutti custodiamo più gelosamente.
Nel nostro caso il responsabile dovrebbe essere obbligato a trascorrere un certo numero di weekend a disposizione del comune a pulire strade e fossi. E stiamo certi che ne guadagnerebbe sia l’ambiente che la memoria del soggetto. Nel caso poi si trattasse di una persona straniera, perché non darle, assieme alla medesima sanzione, un avvertimento di possibile espulsione, in caso di recidiva, dal nostro Paese che evidentemente non ama?
Francesco Perinetto
(Pizzighettone)

Credo anche io che, stante il dilagare di episodi di maleducazione come quello sanzionato a cui fa riferimento, sia il caso di intervenire in maniera più significativa. Tra l’altro, la soluzione da lei suggerita avrebbe un effetto educativo certamente superiore a quella della mera sanzione economica. Penso a quanto accade, per esempio, negli Stati Uniti, dove la ‘punizione sociale’ - se vogliamo chiamarla così - produce benefici effetti su persone trovate, per esempio, ubriache al volante. Le cronache sono piene di episodi di cosiddetti Vip costretti a usare la ramazza per pulire strade e vicoli. Credo che anche da noi vedremmo all’opera qualche ‘insospettabile’.

LA POLEMICA
Quando la 'prassi' è disumana con chi è ricoverato
Signor direttore,
ho 27 anni e ho trascorso 27 giorni di ospedale. Gli occhi di un allettato permettono di vedere e sentire cose che una persona nel pieno delle proprie facoltà fisiche non può immaginare, nemmeno con l'impegno. In questi interminabili e nello stesso tempo fugaci giorni di degenza non ancora completamente terminata, i miei occhi hanno assistito a molte ingiustizie e inefficienze; di fronte alle quali non riesco mai e non voglio far finta di nulla, di fronte alle quali la parte più vera e profonda di me si scatena.
Ciò che mi è ruotato attorno per 27 giorni ha tutte le sembianze di una macchina mal funzionate, di un robot programmato senza controlli di routine. Di una macchina che ci vuole sorridenti, silenziosi, accomodanti e comprensivi, sordi e ciechi di fronte all’assenza del rispetto di un diritto, il diritto alla dignità dell’uomo. Ciò che mi è ruotato attorno in questi giorni pare essere il risultato di una ‘prassi’, come mi è stato detto parecchie volte. Alle mie domande è stato risposto: «Per prassi facciamo così». Ma cos'è questa prassi? Il dizionario mi dice: «Modo di procedere adottato, per consuetudine, in un’attività».
È questa ‘consuetudine’ che mi spaventa, la consuetudine è un modo costante di procedere e operare. È la costanza di una consuetudine che mi spaventa, è il procedere ininterrottamente come soldatini senza porsi domande che mi terrorizza, terrorizza il mio infinito entusiasmo di sguardo al futuro. In questi giorni ho allenato la mia pazienza, la mia empatia, ho compreso che ‘noi’ siamo tanti e ‘loro’ (chi ci assiste) sono pochi. Ho imparato a ‘disturbare’ poco, solo quando è strettamente necessario: è notte, all’1,50 suono il campanello.
Non conosco il decalogo dell’operatore socio sanitario perfetto, ma posso immaginare che i bisogni di un paziente, incapace di essere autonomo, non debbano aspettare certi tempi. Alle 2,15, dopo 25 minuti, trovo assistenza ai miei bisogni. Piccolo aneddoto questo, piccola goccia in un mare inquinato. Viste come vanno le cose, chi ha scritto questa ‘prassi’ è senza dubbio troppo lontano dagli occhi di chi è a letto, in carrozzina, da chi vorrebbe provare ad alzarsi ma è capitato nelle mani sbagliate, da chi vorrebbe la vita di prima, da chi vorrebbe solo essere lavato meglio. Di fronte a questo, ogni giorno, quasi impotente, mi sono chiesta: perché, se chi ha scritto la prassi è troppo lontano dagli occhi di chi la subisce, chi esegue la prassi non ha provato ad accorciare quella distanza?
Perché chi ha come destinatari del proprio lavoro le Persone, piuttosto che eseguire i compiti al lavoro come se fossero operazioni matematiche, non ha mai provato a volgere uno sguardo sincero verso chi la prassi è costretto a subirla? Io credo non sia possibile eseguire un buon lavoro seguendo ad occhi chiusi una prassi asettica e silenziosa, credo non sia possibile trattare un uomo con dignità se a guidare l'azione verso di lui è la sola formula scritta. E se ad assisterci abbiamo persone incapaci di guadagnare il rispetto per se stessi, il resto ve lo lascio immaginare.
Armida Marina Bozzolini
(armidabozzolini@gmail.com)

Non si distingue tra bene e male
Abbiamo smarrito il senso del peccato
Egregio direttore,
leggendo le notizie quotidiane , più o meno evidenziate nei media non posso non riflettere su ciò che ci circonda. Ebbene io credo che oggi siamo sostanzialmente in un mondo di tenebra in cui è completamente smarrito dall’orizzonte il senso del peccato. Per questo si può fare oggi ciò che si vuole, tutto ed il suo contrario, chiamare diritto un desiderio, togliere l’aria ad un bimbo perché disabile, legalizzare qualunque porcheria , mostrare alla luce del sole stili di vita che solo pochi decenni fa si sarebbe vergognosamente nascosto, .. eccetera. La nostra società sta fallendo (giovani che non si sposano, figli che non nascono) perché si è allontanata da ciò che la teneva in vita. Abbiamo rinnegato la luce perciò siamo in balìa di colui che delle tenebre è il principe. Come foglie al vento. E la luce era (ed è, grazie a Dio, ancora per qualcuno) Gesù Signore. Perché il problema di oggi, a mio parere, non è che c’è il male (questo c'è sempre stato) oggi il problema è che non sappiamo più distinguerlo dal bene. E’ tutto uguale, e va bene tutto, purché non disturbi eccessivamente. Oggi ‘ce lo dice l’Europa' cos’è male e cos'è bene. Abbiamo perso la fede che da sempre sostiene i nostri popoli, l’abbiamo rinnegata in nome dei valori decisi da chi sta al potere. Ebbene a mio avviso occorre tornare a Colui che è la luce del mondo e abbiamo cacciato a pedate dalla nostra società. Perché la fede illumina i cuori e ci fa vedere il bene distinguendolo dal male e ci rende capaci sceglierlo. Per questo ci rende liberi. Forse per questo i cristiani hanno sempre dato un po' fastidio. (...)
Giorgio Somenzi
(Persichello)

L’assassinio di Niccolò/1.
Che sorte riservare al responsabile?
Egregio direttore,
in merito alla lettera di Francesco Valdameri avrei molte cose da obiettare, partendo dalla «nostra gestione della Creazione che ci è stata affidata», ma non voglio polemizzare. Solo una domanda: visto che siamo così superiori (a suo dire) che sorte dovremmo riservare agli ‘umani’ che non hanno ferito ma ucciso Niccolò ed agli altri ‘umani’ che si macchiano degli atroci fatti che leggiamo tutti i giorni sulle cronache ?
Pietro De Padova
(isabeau.do@hotmail.it)

L'assassinio di Niccolò/2.
Come a una corrida nessuno è intervenuto
Signor direttore,
veramente non posso fare a meno di menzionare, quell’orrendo assassinio di un ragazzo Italiano, Niccolò Ciatti, da un altro suo coetaneo di 24 anni, che è professionista di lotta libera. Il povero Niccolò fuori dalla discoteca a cercato di difendersi, ma non c’è stato nulla da fare. Preso a calci e pugni, uccidendolo, fuori da un locale notturno. Sotto l’effetto di alcol e droga, come si rileva dal test. Dall’autopsia fatta al povero ragazzo, si rileva che il calcio mortale alla testa di Ciatti è stato sferrato dal giovane ceceno mentre il ragazzo italiano era a terra e non poteva difendersi. Bissoultanpv, 24 anni. (...) Mi chiedo: siamo nel terzo millennio, come si fa ad arrivare a tana bestialità, brutalità? Ma il’ bello’, di questa tremenda straziante scena di morte, è che è durata parecchi minuti, e tutt’attorno si era formato, un vero e proprio campanello di persone, sembrava una corrida: nessuno a avuto il coraggio di dividerli, intervenire, fermarli.
Andrea Delindati
(Cremona)

Il post voto di sangue
Kenya, neonata uccisa dalla polizia
Signor direttore,
morire a sei mesi, uccisa da un poliziotto, che ha fatto irruzione nell’abitazione. E’ accaduto in Kenya a Kisumu. Il bebè è morto in seguito alle ferite riportate per un colpo di manganello alla testa sferrato venerdì dalla polizia al suo domicilio in una bidonville mentre le forze dell'ordine stavano reprimendo proteste postelettorali. (...) La piccola è diventata il simbolo della brutalità della repressione delle proteste dopo l’annuncio della rielezione alla presidenza del Kenya di Uhuru Kenyatta.
Giovanni D’Agata
(Sportello dei Diritti, Lecce)

Unioni civili omosessuali
Auguri, ma niente ‘figli artificiali’
Egregio direttore,
mi permetta di fare i miei sinceri auguri a quei due maschi omosessuali che (come ho saputo grazie ad una pagina intera di affettuose ‘partecipazioni’ da parte de ‘La Provincia’), hanno deciso di unirsi civilmente. Auguro loro di volersi bene, «sino a che morte non li separi», in modo che il ‘vedovo’ possa usufruire dell’assegno di reversibilità, che è poi il motivo di fondo della battaglia politica di chi ha voluto introdurre le unioni civili. Auguro loro anche di vivere la propria omosessualità in un clima sociale sereno e rispettoso, cosa non facile, visto che tanti sono ancora convinti che l’omosessualità sia una malattia o una degenerazione dalla normalità eterosessuale. Di fatto questa è invece da sempre un elemento in natura normale, sebbene ristretto ad una minima parte della popolazione. Un conto però sono coloro che disprezzano gli omosessuali, un altro quelli che si limitano a ricordare che un vero matrimonio (da mater, colei che genera) non è possibile tra due individui dello stesso sesso, e men che meno che possano nascere figli da tali unioni. Questi ultimi, diversamente da quello che sostengono i gruppi Lgtb, non sono omofobi: sono persone normali che hanno ancora il senso del raziocinio. Costoro guardano con rassegnata tristezza alla ventata omosessualista in corso nell’Occidente, a quei Paesi ‘civili’ dove il ‘matrimonio’ omosessuale è equiparato a quello naturale (eterosessuale), a quelle sempre più numerose coppie di ricchi omosessuali che, attraverso la selezione eugenetica di ovuli e di spermatozoi, nonché la laida pratica dell’utero in affitto, pretendono – contronatura – di far nascere bambini di cui si fingono genitori. Nel nome del più bieco egoismo, spacciato per amore, pagano a caro prezzo un ovulo fecondato e poi comprano per nove mesi il corpo di una donna, a cui poi tolgono il frutto del suo ventre. (...) Ma il commercio di ovuli, spermatozoi e uteri è molto redditizio, proporzionale almeno al delirio di onnipotenza di chi vuole diventare a tutti i costi, padre o madre, fingendo poi di esserlo diventato davvero. (...)
Guido Antonioli
(Pandino)

Soresina
Colonne ritinteggiate. Col casco, non col basco
Signor direttore,
non è vero che tutto quanto viene fatto alla luce del sole è sempre fatto a regola d’arte ed a norma di legge. Questo accade anche nelle più piccole faccende ‘casalinghe soresinesi’. Quale, solo ultimo esempio, è stata la pregevole tinteggiatura delle lastre di ferro che sono sorrette da quelle famose ‘dieci colonne d’Ercole’, costate alla cittadinanza soresinese fior fior di euro dove si può notare come due galli nello stesso pollaio non riescono a convivere. Parlo del presidente dell’Ascom di Soresina Signor Tonio Toni e del vice presidente della Pro Loco Signor Bassorizzi Bruno, ovvero di quell’operaio non autorizzato che col basco catalano in testa al posto del caschetto regolamentare di protezione si è proteso per fare ritinteggiare per l’ennesima volta quelle lamiere arrugginite e contorte ma centenarie. Entrambi dovrebbero avere a cuore tutti commercianti di Soresina oltre alla cittadinanza magari ‘volando più in alto’ ma con il casco da pilota.
Alberto Nolli
(Soresina)

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