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24 luglio

Lettere al Direttore

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emanzini@laprovinciacr.it

26 Luglio 2017 - 04:00

IL CASO

Emergenza sicurezza nel casalasco. Cresce la paura e la fiducia va a picco
Egregio direttore,
solo uno gnorri potrebbe negare che nel Casalasco vi sia un’emergenza sicurezza la quale richiede una pronta, massiccia, efficace strategia di contrasto. In effetti non passa giorno in cui, in virtù del passaparola, non ci giunga notizia di uno o più furti (sui giornali se ne avverte solo un’eco sporadica).
Dopo il capoluogo, da qualche tempo ad essere prese di mira sono soprattutto le frazioni. In un paesino di poco più di cento abitanti come Camminata, ad esempio, nessuno ricorda che si sia mai verificato un flagello simile: nel giro di un mese, tra giugno e luglio, una decina di case hanno ricevuto visite o tentativi di visite di ladri. Sempre di notte, sempre quando le persone sono più inermi e indifese nel sonno, sempre in modo sfrontato che non si fa scrupolo di violare persino l’intimità delle camere da letto.
A prescindere dai danni materiali subiti, la gente è terrorizzata e allo stesso tempo adirata. Furiosa contro i ladri certamente, ma anche sfiduciata nei confronti di chi per mestiere dovrebbe proteggerla (prevenendo i reati o garantendo alle patrie galere i colpevoli). Alcuni ormai non sporgono neppure denuncia dei crimini subiti, rassegnati al fatto che gli autori non verranno mai agguantati.
Ora in molti pensano a rimedi ‘fai da te’ di varia natura per difendersi ed è sperabile che tutto ciò non porti ad episodi ancora più gravi, col risultato che qualcuno oltre al danno finisca per avere le beffe.
L’auspicio pertanto è che chi di dovere, anche per evitare un’ulteriore perdita di fiducia nelle istituzioni, si attivi maggiormente sia sul fronte politico sia su quello militare per far fronte alla grave situazione e porre rimedio ad essa, restituendo così ai cittadini la serenità e la speranza a cui hanno diritto.
Sonia Sbolzani
(Casalmaggiore)

La questione sicurezza ormai da tempo è al centro del dibattito. Dati recenti delle forze dell’ordine raccontando di una diminuzione generale dei reati sul territorio cremonese con meno furti in casa in città ma più colpi in abitazione nell’area provinciale. Dunque l’offensiva della criminalità sembrerebbe essere proprio nelle ‘periferie’. Detto che nessuno ha la bacchetta magica, cosa fare? La politica deve mettere le forze dell’ordine nelle migliori condizioni per agire e queste devono continuare a fare quello che già stanno facendo: presidiare il territorio. Se possibile ancora di più.

L'INTERVENTO
Inceneritore, dibattito trito. Ora pacificazione e proposte
Il 18 giugno 1994 un referendum consultivo bocciava la localizzazione dell’inceneritore di Cremona in località San Rocco. Alla consultazione avevano partecipato 35.828 cittadini, 55,76 per cento degli aventi diritto al voto. Di questi 20.338 (il 58,01 per cento dei votanti) avevano espresso il loro no alla scelta dell’amministrazione cittadina.
Il 28 giugno del 1994 il consiglio comunale legittimamente ignorava il risultato referendario e concedeva il via libera alla costruzione dell’impianto con il beneplacito dell’assessore verde che era sceso in piazza per il no e in aula si era schierato per il sì.
Il 10 novembre 1997 Pier Luigi Bersani, allora ministro dell’Industria e cardinale Pds, inaugurava in pompa magna, con turibolo ed aspersorio, incenso e acqua santa, il nuovo moloch in riva al Po. Da allora l’impianto è entrato in un loop che ciclicamente lo vede al centro di polemiche, sempre le stesse, sempre con i medesimi argomenti.
Un dibattito diventato noioso e alcune volte imbarazzante, fermo a schemi rigidi e superati, ma riproposti ogni volta che l’argomento prende la ribalta politica e giornalistica.
Da una parte i sostenitori del no all’impianto con l’inceneritore che è un mostro, che è stato un errore a costruirlo, che noi l’avevamo detto, che inquina, che è necessario chiuderlo.
Dall’altra i difensori della scelta che è stata la migliore per l’intera provincia, che ai tempi era l’unica possibile, che ha evitato di trasformare il territorio nella Terra dei fuochi, che in tutto il mondo costruiscono inceneritori, che l’aria che si respira a cento metri dall’impianto non è diversa da quella di Madonna di Campiglio, che se si contavano gli astenuti e i non votanti il referendum l’avrebbero vinto i favorevoli a San Rocco.
Tesi curiosa quest’ultima. E’ come se Chicco Zucchi si appropriasse dei voti dei cremaschi scazzati della politica per sostenere che Stefania Bonaldi ha perso le elezioni. Nel fondo di domenica scorsa Vittoriano Zanolli, direttore de La Provincia, ha tentato di indirizzare il dibattito su binari diversi da quelli usuali.
Ha posto due questioni dirimenti: l’impatto sulla salute e il rapporto costi/benefici. Temi da sempre sul tappeto, ma mai affrontati con l’obiettività scevra da pregiudizi e zavorre ideologiche. Dopo Zanolli sono intervenuti Enrico Gnocchi di Rifondazione comunista e Giuseppe Tiranti, ex presidente di Aem. Il primo su La Provincia, il secondo su Mondo Padano.
Gnocchi ai tempi del referendum era tra i più preparati e documentati esponenti del no, il più convinto assertore della raccolta differenziata. Tiranti, insieme al vicesindaco Giuseppe Tadioli, era il più crociato tra i crociati del sì. Gnocchi scrive verità sacrosante, ma con l’impostazione del reduce. Ripete concetti già detti.
La storia non torna indietro. Non è possibile cambiarla. Non esiste ancora la macchina del tempo e il ritorno al futuro è solo un film divertente. Sostenere che se si fosse percorsa la strada della raccolta differenziata, l’inceneritore sarebbe stato inutile è un’affermazione di principio, fine a se stessa.
L’inceneritore ora c’è. E’ vero che il Comitato contro l’inceneritore nasce il 31 luglio 1991 ed è il primo a contestare l’impianto, ma è anche vero che le pratiche burocratiche amministrative per arrivare al referendum sono tutte da ascrivere a Cremona pulita, sbocciata il 15 ottobre 1992, che con Rifondazione aveva poco da spartire.
La richiesta di referendum fu presentata il 27 ottobre 1993 da Federico Balestrieri, Giuseppe Gigliobianco, Bruno Poli che non erano rifondatori. E’ vero che Rifondazione si è spesa molto per la vittoria al referendum, ma è altrettanto inoppugnabile che l’incasso deve essere condiviso con tutti i frequentatori di Forte Apache simbolo di quella lotta e pazienza se il termine è desueto. E a Forte Apache c’erano tutti: bianchi, rossi e verdi. Compagno Gnocchi è necessario andare oltre al noi l’avevamo detto e adesso si chiuda l’inceneritore.
E’ un’affermazione che mette tristezza, è l’ammissione di una sconfitta e non modifica lo status quo. Al bar sport dicono la stessa cosa: se Roberto Baggio nel 1994, nella finale Italia-Brasile di Coppa del Mondo, avesse segnato il rigore avremmo vinto.
Tiranti è un disco rotto che non cambia musica da più di vent’anni. Ricorda subito che i reietti chiamavano inceneritore quello che per lui è, invece, un termovalorizzatore. Basta per cortesia. E’ stato anche combustore, termocombustore, termoutilizzatore. E da oggi anche termotritapalle.
Poi snocciola una serie di affermazioni che sarebbe facile contestargli, come già avvenuto in passato, ma si cadrebbe nel trito e ritrito stigmatizzato sopra. Certo è curioso che Tiranti affermi che l’impianto fosse all’avanguardia. Era obsoleto. Non ricorda che veniva contestato anche per questo motivo? Inquieta il passaggio dove Tiranti spiega «che le discariche inquinano più dei termovalorizzatori e non rappresentano un pericolo rilevante per la popolazione». Insomma gli inceneritori inquinano, ma sono poco dannosi per la salute dei cittadini.
Benissimo: quando un impianto tecnologico di qualsiasi tipo è da considerarsi un pericolo rilevante per i cittadini? Quando induce una patologia superiore al 5, 10, 20 per cento rispetto alla media provinciale, regionale, nazionale? Ma anche questo aspetto è frusto, ruminato, ma ancora indigesto per Tiranti che, per non farsi mancare nulla si dispiace per l’arretratezza tecnologica e culturale del dibattito italiano. Probabilmente lui si ritiene all’avanguardia. E ne ha anche per la raccolta differenziata, ma è inutile proseguire su questa lunghezza d’onda. Si ricadrebbe nel loop stigmatizzato all’inizio.
Occorre spostare il dibattito su un altro piano. È necessario decidere quale rilevanza dare alla salute e quanto alla finanza. Decidere quanto si è disposti a concedere al rischio per la popolazione e quanto ai bilanci aziendali.
Decidere quale compromesso accettare tra salute e denaro. Decidere di abbandonare il dualismo buoni e cattivi e iniziare un confronto politico franco e costruttivo. Decidere d’instaurare un rapporto libero da sudditanze di qualsiasi genere con la società proprietaria dell’impianto. Decidere d’informare in maniera trasparente i cittadini dei vantaggi e degli svantaggi della scelta. Decidere di essere impopolari. E questo l’aveva colto benissimo Uliana Garoli.
In consiglio comunale, prima di votare contro l’esito del referendum, disse «Sappiamo bene che non tutte le scelte dell’amministrazione sono popolari. Questa è una di quelle. Ce ne assumiamo la responsabilità». Modificare registro al dibattito significa anche cercare una soluzione condivisa, ma questo solo per chi crede nell’utopia.
Di sicuro, non è più tempo di gridare «Dieci, cento, mille inceneritori sotto la sedia degli amministratori». È tempo di pacificazione. E proposte.
Antonio Grassi

La morte di Carlo Giuliani
Tragedia che 16 anni dopo divide ancora
Egregio direttore,
a 16 anni di distanza torna a far parlare di sé la tragica vicenda della morte di Carlo Giuliani e ancora una volta l'opinione pubblica si divide come il Mar Rosso al passaggio di Mosé.
Il commento di un consigliere comunale, mi pare di Ancona, in merito alla vicenda ha di fatto scatenato un vespaio su tutti i social media tanto da creare un fuoco incrociato tra innocentisti e colpevolisti.
La foto pubblicata ove si coglie l'istante in cui il Giuliani, assieme ad altri scalmanati, stanno devastando una Land Rover dei carabinieri sul cui posteriore giaceva terrorizzato il militare che poi ha aperto il fuoco, è agghiacciante.
Un ragazzo è morto mentre un altro rimarrà sotto choc per il resto della sua esistenza.
Vede direttore, chi mi conosce sa che non ho idee di destra ma mi permetto di spezzare una lancia a favore del militare. Anch’io sono padre di un ragazzo e quindi posso capire lo strazio di un genitore per perdita del figlio. Contrariamente a Giuliani, io non sarei mai apparso in televisione se mio figlio avesse assaltato a viso coperto una macchina dei carabinieri col chiaro intento di devastare un simbolo dello Stato; me ne sarei stato zitto per il resto dei miei giorni a meditare su dove ho sbagliato nel crescere mio figlio.
Carlo Giuliani non doveva morire quel giorno, e non sarebbe morto se non avesse compiuto quel gesto scellerato.
La disgrazia è purtroppo un effetto collaterale dell'azione compiuta.
Io penso piuttosto a quel ragazzo con la divisa a cui un giorno crollò il mondo addosso e che probabilmente si chiederà per tutta la vita: perché?
robertorossi66@alice.it

Un sondaggio choc
Italiani favorevoli a un colpo di Stato!
Egregio direttore,
da un sondaggio choc è emerso che il 70 per cento degli italiani sono favorevoli ad un colpo di stato. Sono talmente stanchi di Gentiloni, di Renzi, del Pd e della vecchia politica ammuffita e stantia che non vuole andarsene, che sarebbero perfino disposti ad accettare con benevolenza un colpo di stato che metta fine allo status quo.
L’insolito sondaggio è stato proposto nei giorni scorsi dal sito web scenarieconomici.it e riproposto anche da Liberoquotidiani.it: siamo di fronte a un risultato che ha sorpreso un po' tutti perché secondo gli analisti la gran parte degli italiani che ha partecipato al sondaggio ha voglia di ‘rivoluzione’ e sarebbe favorevole ad un’eventuale azione militare contro l'attuale governo Gentiloni.
Come interpretare un simile dato?
La gente ha perso la fiducia non tanto della politica, quanto nella possibilità di mandarli a casa ‘con le buone’ (vale a dire con il voto) il governo abusivo attualmente in carica, totalmente disinteressato al benessere della gente e soprattutto alla volontà popolare. Scandaloso? Affatto. Per qualche patetico radical-chic dalla memoria corta sara il caso di ricordare che Renzi e la Boschi avevano promesso, in caso di sconfitta al referendum costituzionale, che si sarebbero ritirati dalla politica. Sono ancora li vivi e vegeti.
Andrea Zecchini
(Camisano)

L’esito del sondaggio oltre ad essere sorprendente credo sia anche provocatorio: l’idea che un colpo di stato sia come... un colpo di spugna che cancella la ‘malapolitica’ non regge. Lo strumento per cambiare le cose c’è e si chiama voto: nella prossima primavera ci saranno le elezioni politiche e vedremo chi verrà ‘mandato a casa’.


Le forze dell’ordine
Trattate quasi peggio dei delinquenti
Egregio direttore,
troppo spesso le nostre forze di polizia vengono trattate al pari o al peggio dei delinquenti. Siamo all’assurdo: agente sospeso dal servizio perché compie il proprio dovere evitando cosi possibili incidenti in autostrada. Bravo agente per il tuo intervento. La tua libertà di opinione ti aspetta di diritto come di diritto aspetta a tutti i cittadini italiani. Esprimo a te e, a tutte le forze dell'ordine la mia più viva solidarietà.
Cesare Forte
(Oradea - Romania)

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