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17 giugno

Lettere al Direttore

Gigi Romani

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lromani@laprovinciadicremona.it

19 Giugno 2017 - 04:10

L'INTERVENTO

Nuovo processo penale: serve al consenso non alla giustizia

È stato approvato, in via definitiva, il disegno di legge contenente ‘Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario’. Composto di un articolo unico, strutturato in 95 commi, esso apre il gran bazar di merce giuridica, dove è possibile trovare oggetti disparati e non sempre efficaci a fini di giustizia. Alcune previsioni vanno apprezzate (si pensi, per esempio, alle condotte riparatorie ed estintive di alcuni reati perseguibili a querela o alla semplificazione delle impugnazioni).

Altre, al contrario, suscitano perplessità di natura tecnica, legate anche alla circostanza che prima al Senato e poi alla Camera il dibattito venne stroncato con il capestro del voto di fiducia, strumento ordinario per affossare emendamenti magari condivisibili, ma sacrificati sull’altare di una presunta funzionalità da spendere nel mercato elettorale. Con buona pace della democrazia parlamentare, con la quale molti si sciacquano la bocca sette volte al giorno, e gettano i suoi valori nella pattumiera dei rifiuti in occasione di scelte importanti. Ai neghittosi, tuttavia, ricordo l’insegnamento di Gaetano Filangieri, filosofo illuminista e autore della Scienza della legislazione (1780): «Vi è un tribunale, che esiste in ciascheduna nazione; che è invisibile, perché non ha alcuno dei segni, che potrebbero manifestarlo, ma che agisce di continuo, e che è più forte de’ magistrati e delle leggi, de’ ministri e de’ re; che può essere pervertito dalle cattive leggi, diretto, corretto, reso giusto e virtuoso dalle buone; ma che non può né dalle une né dalle altre essere contrastato e dominato… questo tribunale, io dico, è quello della pubblica opinione». Mi pare che basti e avanzi per i politici disinvolti. Tornando al testo di legge, l’Associazione Nazionale Magistrati lo ha bollato senza residui, perché i fautori vorrebbero (cito testualmente) far passare enfaticamente come risolutiva dei problemi della giustizia penale una riforma non organica che rallenta i processi e si tradurrà ancora una volta in danno dei cittadini: molte delle norme approvate, non solo non contribuiranno all’accelerazione dei processi, ma sono paradossalmente destinate a creare una stasi negli uffici giudiziari, rallentando il lavoro delle procure della Repubblica , fino a bloccarlo completamente e a portarle al collasso, con evidenti conseguenze negative sull’efficienza dell’intero sistema. Non meno dure le parole delle Camere Penali Italiane, che stigmatizzano l’articolato normativo, in quanto né rafforza le garanzie processuali né assicura la ragionevole durata dei processi, proclamate dall’articolo 111 della Costituzione. La riforma, a parere degli avvocati, è contraria «non solo agli interessi e ai diritti dei singoli imputati, ma anche alle legittime aspettative delle persone offese e dell’intera collettività, che esige, in un paese civile moderno e democratico, che i procedimenti penali abbiano una ragionevole durata e che la fase dell’accertamento dibattimentale venga posta al centro del processo penale, sottraendo la fase delle indagini preliminari all’attuale enfatizzazione e mediatizzazione, attuando e realizzando i principi del giusto processo». Naturalmente, il fatto che i più agguerriti interlocutori su questi temi siano attestati su sponde contrapposte, non significa che lo scontento di entrambi abbia forza euristica per segnalare la bontà del prodotto. Così pensa il ministro della Giustizia, persona peraltro equilibrata e corretta, ma la novella modificativa, accanto a profili apprezzabili, ne presenta altri di dubbia utilità e ispirati a un manierismo formale, che riporta indietro le lancette dell’orologio della storia. Essendo impossibile esaminare, pur in una sintesi estrema, i punti di maggiore criticità, mi limito a qualche considerazione di massima, partendo dalla consueta, simbolica e demagogica esibizione di muscoli, collegata all’aumento delle pene per specifici delitti (furto in abitazione, scippo, rapina, estorsione, scambio politico-mafioso). Questi incrementi sanzionatori, assai cari ai legislatori nostrani, hanno l’obiettivo di coagulare consensi, qualificando gli autori come interpreti autentici dell’esigenza di sicurezza o di ritenuta giustizia, espressa dalla società e veicolata dai media. Non si allontana dall’indicato modello la rinnovata disciplina della prescrizione del reato, il cui fondamento razionale si rinviene nell’affievolirsi del bisogno di pena quando la commissione dell’illecito, per il vano scorrere del tempo, non sia seguita dall’accertamento definitivo della responsabilità del colpevole. Rilevano anche ragioni di natura processuale, consistenti nelle difficoltà di raccogliere il materiale probatorio che normalmente la distanza temporale dall’accadimento determina. Quale razionalità è allora riscontrabile in un processo per corruzione, delitto odioso e spregevole, che può durare circa venti anni, per effetto del periodo prescrizionale, scandito delle previste interruzioni e soprattutto da una sospensione fino a 18 mesi dopo la sentenza di condanna in primo grado e altri 18 mesi dopo la sentenza di condanna in appello. Siamo proprio sicuri di giudicare la stessa persona che commise il delitto in epoca assai lontana? Di proposito, non affronto l’argomento delle intercettazioni, che tanto affascina i cittadini avidi di sapere. Il motivo è presto spiegato: il Governo viene delegato a regolare la materia secondo i criteri direttivi posti dal legislatore delegante, e dovrà rivelare il significato della terminologia iniziatica sulle conversazioni e comunicazioni «non pertinenti all’accertamento delle responsabilità per i reati per cui si procede ovvero irrilevanti ai fini delle indagini», o prevedere disposizioni dirette a garantire la riservatezza dei colloqui, particolarmente tra il difensore e il suo assistito, «attraverso prescrizioni che incidano anche sulle modalità di utilizzazione cautelare dei risultati delle captazioni», e altro ancora. Esattamente Giorgio Spangher, valoroso maestro di diritto, afferma che, per una prima valutazione della riforma, «va sottolineata la eterogeneità degli interventi che recepisce, parcellizzandole, le sollecitazioni provenienti dai vari settori della galassia di protagonisti e comprimari operanti nella giustizia penale. Si tratta spesso di soluzioni di compromesso in un contesto nel quale cambia la capacità di affrontare i nodi strutturali della giustizia penale, evidenziando l’impotenza a tale riguardo della politica».

Francesco Nuzzo

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Ne parlo con...

DI SABATO SENZA IL PULLMAN
ORARIO ESTIVO: KM NEGA
IL SERVIZIO A CHI LAVORA

Signor direttore,
la Km nega un servizio ai lavoratori. Le voglio far presente una decisione che la Km ha preso per il periodo estivo , mettendo in grave disagio me e altre persone di cui mi faccio portavoce. Tutte le mattine per recarmi al lavoro a Cremona da Robecco, prendo il pullman delle 6.29, che c’è da tantissimi anni, come me anche altre persone oltretutto alcune di queste per prendere poi il treno delle 7.00 per Milano. Con l’orario estivo ci siamo trovati questa bella sorpresa, si fa per dire, la corsa soppressa tutti i sabati e non contenti , tutto il mese di agosto. Ma le sembra giusto? Dov’è il rispetto per le persone che come noi, vanno a lavorare, tutto l’anno, perché noi non siamo studenti che abbiamo tre mesi di pausa. Paghiamo l’abbonamento tutto l’anno per poi avere solo questi disservizi da parte dell'azienda. Grazie per l’attenzione e spero vivamente che la Km cambi idea.
Barbara Sguazzi
(Robecco D’Oglio)

legge giusta e di buon senso

Violenza e sondaggi
non fermino lo ius soli

Signor direttore,
chi è consapevole dell’assoluta necessità dal punto di vista umano, civile e del buonsenso di concedere la cittadinanza a bambini e ragazzi nati o cresciuti in Italia, vada avanti senza esitazioni e approvi subito il disegno di legge in discussione in Parlamento. Né le violenze viste dentro e fuori dal Senato, né i sondaggi che premiano forze politiche più o meno dichiaratamente xenofobe possono prevalere sul diritto di centinaia di migliaia di italiani a essere riconosciuti come tali. Inutile cercare di convincere con argomentazioni logiche chi sventola alta la bandiera del terrorismo per fomentare paura e odio, come se la radicalizzazione di qualche invasato islamista dipendesse dal passaporto. Semmai potrebbe essere vero il contrario: è assai più probabile che qualcuno si radicalizzi se emarginato e trattato da cittadino di serie B dal Paese dove è nato e cresciuto. Inutile parlare in termini di umanità e equità. Ragazzi ancora considerati stranieri che sono cresciuti e sono diventati migliori amici dei nostri figli italiani, condividendo insieme passioni, aspirazioni, studi, sport, musica e amori.
Pietro Moretti
(vicepresidente Aduc)

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Le foto dei lettori

Signor direttore, ecco uno dei danni del maltempo di mercoledì sera a Sesto. Quello in foto era uno dei tigli del parco dell’asilo. Per fortuna è successo a ora tarda. Speriamo che ora il Comune faccia un monitoraggio completo delle altre piante per la sicurezza di tutti. Lettera firmata (Sesto Cremonese)

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