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12 maggio

Lettere al Direttore (1)

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emanzini@laprovinciacr.it

14 Maggio 2017 - 04:05

IL CASO
Sconcio tollerato al 'Bosco'. Rifiuti esposti anche per 24 ore
Signor direttore,
sono amareggiato per il fatto che qui al Bosco ex Parmigiano le persone si sentano autorizzate ad esporre i rifiuti per la raccolta da parte della Casalasca Servizi molte ore prima del dovuto, anche 24 ore prima. Le istruzioni sono di esporre i rifiuti la sera prima del giorno della raccolta, questa mattina giovedì, prima di mezzogiorno, in via dei Pescatori e in via dei Barcaioli erano già presenti i sacchi pieni di plastica e di carta/cartone che verranno ritirati, come sempre, venerdì in tarda mattinata. Ho già segnalato diverse volte in Comune la cosa invitando ad un sopralluogo ma la cosa non è servita, anzi le cose peggiorano probabilmente perché i ‘pecoroni’ vedendo gli altri che lo fanno, si accodano. Purtroppo non è un bel vedere e l’amministrazione comunale, anche se ripeto più volte avvertita, sia verbalmente che via mail con allegate fotografie, pare non se ne curi e per questo ringrazio. Basterebbe così poco per contattare gli interessati ma probabilmente non essendoci elezioni in vista, la cosa non interessa.
armanducc@gmail.com
(Bosco ex Parmigiano)

Credo anch’io che questi maleducati dei rifiuti dovrebbero essere sensibilizzati in fretta al rispetto delle regole.

LA LETTERA
Sabato allo Zini sopraffatto dalle emozioni
Egregio direttore,
stadio Zini, Cremona, 6 maggio 2017. Undici anni e due finali playoff perse in stile psicodramma dopo l’ultima volta, la Cremonese può tornare in serie B. Basta vincere contro la Racing Roma, ultima in classifica a caccia disperata di punti. É l'ultima giornata. La squadra ospite rinuncia perfino ai biglietti, in polemica con la federazione italiana: lo stadio è tutto grigiorosso, compresa la curva degli ospiti. Praticamente, loro sono 11 in campo più staff e panchinari, insomma non arrivano a 25: noi siamo 10.000.
Già, noi, perché in mezzo a quei diecimila scalmanati ci sono anch’io, con Laura e papà Angelone: Angelone, nonostante le proteste di mamma Luciana, ha impugnato il bastone e non ha voluto mancare.
Piove e siamo nei distinti scoperti, ma ce lo aspettavamo. K-way più pantaloni e scarpe da pioggia: praticamente potrei lanciarmi in piscina ed uscire asciutto. Arriviamo, lo stadio già ruggisce: ‘Vogliamo andare viaaaaa da questa c.... di categoria’.
Cantano tutti, è una bolgia. Abbiamo aspettato undici anni.
Pronti-via e al terzo minuto siamo già in vantaggio. Poi prendiamo una traversa e sbagliamo due gol... Padroni del campo. Concentratissimi, feroci.
Finisce il primo tempo, la gente applaude. Pacche sulle spalle.
L’Alessandria sta pareggiando ma a noi non ce ne frega... Se vinciamo siamo in serie B. E stiamo vincendo. Tutto secondo copione.
Intervallo, la pioggia diventa acquazzone. Ma oggi è il giorno dei cremonesi, oggi nessuno sembra fare caso ai segni funesti.
Inizia il secondo tempo e l’acqua è talmente pesante da ammaccarti. Apro l’ombrello. Altro gol sbagliato dalla Cremonese: cominciano a diventare tanti però eh... Dopo 15 minuti, punizione per il Racing Roma. Ma che cavolo di squadra è il Racing Roma? Respinta, arriva un terzino che calcia malissimo, ma incoccia una gamba... e la palla si impenna. Traversa. Schiena. Dentro. Gol. Come dentro? Come gol? Ma che cavolo di squadra è il Racing Roma? Il tizio non sa nemmeno dove esultare... I suoi tifosi non ci sono nemmeno. Va verso la panchina, si abbracciano tra di loro. Silenzio. Lo Zini improvvisamente si rende conto che sta piovendo... si mormora qualcosa, quanto fa l’Alessandria? Pareggia? Beh dai se pareggia siamo ancora in serie B.
Ma la squadra si è spaventata, il pubblico anche. Guardo Angelone che sta ‘saraccando’ come un ladro.
Un tatuato parte sulla fascia, uccella Salviato, viene steso. Rigore. Come rigore? Rigore. Il silenzio diventa più profondo. Tiro, gol. È come se qualcuno avesse tolto la corrente... Puoi sentire respirare la gente nella tribuna di fronte. (...)
La gente è basita, qualcuno prova ad accennare qualche coro, ma poco convinto. Le braccia sono a penzoloni, cerco risposte o conforto nello sguardo dei vicini, ma ottengo indietro solo lo stesso sguardo sgomento. No dai, non un altro psicodramma... Piove a dirotto. Si sente una bestemmia, nitida. Lo stadio ha un brusio. Ha segnato l’Alessandria, l’Alessandria vince. Mancano 20 minuti, siamo secondi e mancano due gol. Corner, Scappini la sfiora. Vedo la palla imboccare l’unico corridoio vuoto nella selva di gambe. Dentro. Boato: 2-2.
Qualcuno ha ritrovato la spina della corrente? Lo stadio sobilla di nuovo, gli animi si scaldano. Non riesco a stare fermo. Chiudo l’ombrello. Quanto manca? Quanto fa l’Alessandria?
I giocatori caricano a testa bassa. Super parata del portiere, che si prende un bel po’ di insulti. Orlo di crisi di nervi, non sai se affidarti al cielo o prendertela con lui. Canini mette in mezzo, Brighenti segna a porta vuota. Esulto 5 secondi prima di vedere la bandierina alzata. Fuorigioco.
Il bastone di Angelone finisce giù dalle gradinate. I minuti volano via. Quanto manca? Quanto avete detto che fa l’Alessandria?
Siamo all’89’ o giù di lì, palla in area, tiro, respinta, contrasto, liscio, la palla passa piano in area piccola. Arriva Scarsella. In porta ci finisce lui, il difensore, il portiere, più tutti gli altri 10.000 sugli spalti. Ma soprattutto la palla, che è la cosa più importante.
Blackout totale. Strattono Laura, che è ancora viva ma non si sa spiegare perché. Salto sulle spalle di un tizio col bomber blu che sta urlando come un posseduto, ci ritroviamo cinque gradoni più giù contro la vetrata in un unico enorme abbraccio corale tra sconosciuti che gridano come se fosse l’unico modo per rimanere in vita, presi a frustate di gioia da quel pallone che non voleva entrare. È un’apnea lunga, un parapiglia infinito in cui abbracci chiunque ti capiti a tiro.
Riesco a tornare al mio posto dopo qualche minuto, non ho più fiato come se avessi giocato io. Ho gli occhiali rigati d’acqua, ma non scommettete sia solo pioggia. L'arbitro fischia. È finita. O forse è appena cominciata.
Davide Locatelli
(Cremona)

L'INTERVENTO
Doriano? Me lo ricordo coi suoi ricci a Mondo X
Me lo ricordo, Doriano. Elegante nella divisa da sommelier, cravatta afarfalla, tanti ricci, serviva il vino al ristorante del castello di Cozzo Lomellina. Aveva avuto un insegnante d'eccezione: Luigi Veronelli. E, quanto alla carta dei vini, due maestri come Giacomo Bologna e Maurizio Zanella. Peligio, così lo chiamavamo tutti, non era uno che s'accontentasse del minimo. E mi ricordo il castello, prima che diventasse ristorante: un rudere. I ragazzi di Mondo X a spalare quintali di fango e detriti dal fossato che lo circondava, a piantare fiori. Mondo X l'avevo conosciuto tramite Gianni Rivera, capitano del Milan e voce anonima di Telefono Amico, una delle prime invenzioni del frate per combattere la solitudine metropolitana, in particolare, e la solitudine in generale. Chi si sentiva solo e magari si faceva venire brutte idee componeva un numero e lì trovava una voce, una persona che lo ascoltava, che non aveva fretta di chiudere la linea, che lo faceva sentire meno solo. Che in questo lavoro di volontariato, attivo 24 ore su 24, fosse coinvolto un grande calciatore mi sembrava giornalisticamente ma soprattutto umanamente interessante. In quel periodo ero al 'Corriere d'informazione', direttore Gino Palumbo e mi ero avvicinato a Mondo X anche per ragioni di lavoro. Gli arbitri, in blocco, avevano querelato padre Eligio che in un'intervista li aveva definiti in malafede e corrotti. Il frate, padre spirituale del Milan, s'era esposto perchè ufficialmente il club taceva ed era meglio evitare altre squalifiche a rivera.
Su un aggettivo, corrotti, Peligio aveva un episodio a favore: un arbitro, che aveva smesso da poco, era stato beccato con le mani nel vasetto di marmellata, ovvero con un assegno in tasca. Sull’altro aggettivo si poteva discutere all’infinito. Da cronista, frequentavo ambedue le parti. Con l’arbitro Paolo Casarin ci si vedeva in una trattoria pugliese vicina al palazzo di Giustizia. Il processo, a proposito, finì nel nulla. Con Peligio in un ristorante di piazza sant’Eustorgio, oppure fuori Milano, in locali di campagna dove lo veneravano e si mangiava il salame tagliato spesso e la frittata con le rane. A volte a cena c’era anche mia moglie e ricordo come fosse ieri che una sera Rivera le disse: «E’ meglio se non camminiamo affiancati, ti conviene stare più avanti o più indietro. Tra un po’ arrivano i fotografi e tu passeresti per la mia nuova fiamma, su qualche copertina». Buon consiglio. E in quel periodo conobbi anche Mariolina, ed è impossibile dimenticarla. Mariolina, cognome Mazzola. Una pacchia il flirt Rivera-Mazzola, per la stampa rosa. Ma l’unico vero amore di Mariolina erano gli altri, il prossimo suo. Era una bella ragazza mora, con un gran sorriso. Sembrava più greca che lombarda. Era la vera capitana della squadra di Peligio, il suo parere contava più di quello di Rivera. Era una donna eccezionale: psicologa, infermiera, architetto, manovale, artista. I menù di Cozzo li scriveva lei, calligrafia da amanuense e disegni floreali. Non so quante ore lavorasse, in un giorno. C’era sempre. Per tutti. A Cozzo e poi a Cetona arrivavano i tossici, quelli pieni di problemi, quelli naufragati nella vita, ed erano di tutti i tipi. C’erano i figli di famiglie ricchissime, c’erano i figli di famiglie operaie. Per tutti valeva la regola di Peligio: lavorare, costruirsi un lavoro. E per tutti c’era l’attenzione di Mariolina, di Grazia, morte ancor giovani tutte e due dopo una vita vissuta per gli altri, giorno e notte, per aiutarli a non annegare, per insegnargli a nuotare. Consumate come un cero che dà luce fino all’ultimo. Amando il prossimo loro anche più di sé stesse. Mariolina da morta è stata nominata frate. Era accaduto solo una volta in tutta la storia dei francescani, per Iacopa dei Sette Soli, e allora ci pensò San Francesco in persona. Stavolta, per frate Mariolina, ci ha pensato Peligio, che non sarà mai santificato ma non importa, contano i fatti. E i fatti dicono che di ragazzi persi Mondo X ne ha salvati tanti, ma tanti. Dal 27 aprile 1999 Mariolina è sepolta nel convento di Cetona, provincia di Siena. Le sia lieve la terra, lo dico con la riconoscenza di chi ha incrociato e ammirato la sua straordinaria capacità di amare.
Gianni Mura

La caducità delle cose umane
Milano prima osannò il Duce, poi lo mollò
Signor direttore,
assistendo in televisione al discorso di Matteo Renzi nella sera del suo indubbio, trionfale successo nelle primarie e nel meditare, per qualche giorno, sull’immanente ciclica caducità delle vicende umane, nel cassetto della memoria mi è sovvenuto l’episodio storico costituito dal discorso tenuto da Mussolini il 16 dicembre 1944, di cui ebbi a leggerne tempo fa il contenuto sommario in un’opera dello scrittore/storico Arrigo Petacco, pronunciato nel teatro lirico di Milano, in occasione del suo trionfale rientro nella città lombarda. Stando alle testimonianze fotografiche e cinematografiche, con le doverose riserve del caso circa l’autenticità dei sentimenti e la volontarietà della presenza, la folla attribuì al Duce un’accoglienza entusiasta, pur in costanza del terribile conflitto mondiale e della scia di morte e di immani sofferenze che trascinava con sé. In quella sede, Mussolini, forse incoraggiato dai recenti avvenimenti legati alla battaglia di Castelnuovo Garfagnana, l’unica e l’ultima vittoria di truppe del fascismo ‘repubblichino’, in armi, in un crescendo olistico, dopo aver ripercorso la storia dei tradimenti prima, durante e dopo il 25 luglio 1943, vagheggiava tra difese strenue della valle del Po, oramai minacciata dall’irrompente marcia della macchina bellica degli alleati anglo/americani, armi moderne e potentissime per la «vittoria finale» ed importanti cambiamenti politico/sociali, tra cui spiccava, ad esempio, un nuovo ministero del Lavoro, concludeva il concione con un progetto/proclama per la città ospite: «E’ Milano che deve dare e darà gli uomini, le armi, la volontà ed il segnale della riscossa». Il tutto condito dagli scroscianti applausi del teatro, ma anche dell’imponente mole di popolo assiepato intorno agli altoparlanti ed in totale assenza delle forze della Resistenza a causa di momentanee difficoltà organizzative in seno ai Gap. Tuttavia la storia narra che l’euforia collettiva ebbe breve durata: il 28 aprile 1945 l’illustre ‘cantore’, tanto osannato dalla folla appena 134 giorni prima, rimasto solo nel momento più cruciale della sua esistenza, dovette tragicamente rendere l’anima a Colui «che atterra e suscita...» ed uscire definitivamente di scena.
Giuseppe Turcinovich
(Cremona)

Dopo un articolo sull’Intrepido
Io, ciociaro felice che tifa Cremonese
Signor direttore,
ci sono un verolano, un cepranese e un alatrese. No, tranquilli, non è una barzelletta. Cos’hanno in comune? Due cose: sono tutti e tre ciociari e sabato scorso erano allo Zini. Il cepranese ha però un’attenuante: ha vissuto vent’anni a Cremona. L’alatrese uguale: gioca nella Cremo sotto le spoglie di Scarsella Fabio. E il verolano che attenuante ha? E va bene, vostro onore, lo confesso: tifo Cremo dal 1981 e precisamente quando vidi quelle maglie inusualmente e splendidamente grigiorosse e lessi sul glorioso ‘Intrepido’ un articolo sulla Cremo dove spiegava la volontà del mai dimenticato presidente Luzzara di guidare la società in onore del proprio figlio Attilio, scomparso in un incidente stradale. La Cremo di Vialli, Reali, Montorfano, Bencina, Loris Boni e tanti fuoriclasse lanciati dal vivaio grigiorosso. Interisti stregati da Beccalossi, juventini infatuati da Platini, romanisti innamorati di Falçao ma io no, tifo Cremonese. Ammetto che sono anche un po’ romanista, ma dovessi scegliere risponderei come Tognazzi: «la Roma (nel mio caso) come moglie, ma la Cremonese come amante», perché si sa benissimo che vale di più l’amante. Un amore che sa di pianto e sa di sale, come diceva Battisti, perché tante sono state le stagioni tribolate, ma è proprio qui che si vede il bisogno di amare; purtroppo era difficile seguire la squadra e riuscivo solamente a flirtare con i pochi spazi per la B. Poi venne l’inferno della C e per fortuna l’era di Internet; il primo sito, da ‘Cremonanet’ al ‘Vascello’ (a proposito, che fine ha fatto?) per poi rimanere stregato dalla rubrica ‘Polpacci e nuvole’ del grandissimo Giovanni Ratti. Un cremonese ciociaro, quindi, che domenica ha gioito doppiamente al gol dell’altro ciociaro Scarsella.
Gian Luca Franconetti
(Veroli, Frosinone)

Ci costerebbe di meno
Una linea regolare per portare i migranti
Signor direttore,
qualcuno mi vuole spiegare come mai prosperano certe organizzazioni che di trasparente hanno ben poco e lucrano sulle disgrazie di profughi che fuggono da guerre e persecuzioni. Secondo il mio modesto parere la maggior parte di questi esseri non sono rifugiati politici, che fuggono da guerre o persecuzioni, ma sono semplicemente rifugiati economici, cioè spinti da un’attesa di vita migliore che l’Italia non è in grado di offrire. La stragrande maggioranza di queste persone sono un serbatoio enorme al quale la criminalità organizzata attinge. Ma guai a chi si permette di indagare in tal senso. Lo stesso viene indagato. Guai a chi si permette di mettere in dubbio l’onestà e l’integrità di certe organizzazioni (ong) e cooperative. O, meglio ancora, dell’onestà ed integrità di certi individui che svolgono attività in queste organizzazioni. Ora io mi chiedo, visto che comunque ci siamo spinti a soccorrere gommoni (sgonfi) gestiti da scafisti senza scrupoli che recuperano i motori, abbandonando le imbarcazioni alla deriva a poche miglia dalle coste di partenza (tanto ci siamo noi che accorriamo) ma perché non viene costituita una linea regolare di traghetti ed aerei (magari dell’Alitalia, per dare un senso al ‘prestito’ elargito) per trasportare queste persone? Costerebbe senz’altro molto meno a livello economico ed umano. Così facendo si toglierebbero risorse alla criminalità organizzata. Ma forse è questo che si vuole evitare di fare. Allora smetteremo di parlare di merce (che porta ricchezza e risorse per qualcuno) e cominceremo a parlare di esseri umani.
Massimo Pelizzoni
(Gussola)

I veri problemi sono altri
Si parla solo del voto. E il Paese agonizza
Egregio direttore,
i partiti sono presi con i congressi ; i parlamentari con i vitalizi; il Governo non si sa. Di sicuro abbiamo il presidente del consiglio il miglior cerimoniere della nostra Repubblica. L’Italia , gli italiani, completamente dimenticati. Un Paese in agonia con una sicura morte lenta e dolorosa. Il lavoro, la famiglia, pensioni, sanità, scuola, ora anche l’immigrazione sono temi che non interessano più a nessuno, spariti completamente dall’agenda del governo. Il solo interesse va nella direzione delle prossime elezioni.
Cesare Forte
(Oradea, Romania)

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