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17 marzo

Lettere al Direttore (1)

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emanzini@laprovinciacr.it

19 Marzo 2017 - 04:05

IL CASO

Immigrazione illegale, Italia nel caos...e il Governo Gentiloni "regola" i flussi

Signor direttore,
l’immigrazione illegale semina il caos in Italia dove ormai sono centinaia di migliaia i clandestini fuori controllo e il presidente del consiglio Paolo Gentiloni, dichiara in Senato che un problema del genere non lo risolve neppure Mago Merlino. Del resto lo stesso premier ammette che il governo non ha alcuna intenzione di stroncare i traffici di esseri umani ma punta solo a frenare ‘i migranti in procinto di attraversare il mare’ per ‘regolare i flussi’.
In pratica Gentiloni implora i trafficanti di mandarceli un po’ per volta, non tutti assieme. Dichiarazioni che hanno il sapore della resa incondizionata, che incoraggeranno altri milioni di africani a partire e i trafficanti a procurarsi altri gommoni e barconi per aumentare anche quest’anno gli incassi che nel 2015 erano stimati dall’Europol in 6 miliardi di euro. Si sfregheranno le mani anche le Ong che ormai, come radiotaxi, vanno a prendere i clandestini quasi sulle spiagge libiche, e le associazioni che si dividono quest’anno i 4,2 miliardi di euro (3,8 l’anno scorso) del business dell’accoglienza e che fanno capo per lo più all’area cattolica, a numerose cooperative sociali rosse e bianche legate in modo trasversale a diverse forze politiche.
giuliano.galassi@libero.it

Il tema è molto delicato e a mio avviso lei ‘la fa troppo semplice’. Cosa vuol dire stroncare il traffico di migranti? Forse lasciarli affogare nel Mediterraneo? Non credo. Il governo sta trattando con la Libia per frenare i flussi ma come lei sa bene il governo di Tripoli non è un interlocutore facile.

IL DIBATTITO

Il Pd deve ritrovare se stesso, ripartendo dal tema del lavoro

Alla luce di quanto successo negli scorsi mesi e dell’imminente passaggio congressuale che attraverserà il Partito Democratico, mi sento di esprimere, nelle righe che seguono, quella che sarà la mia scelta di campo in merito al prossimo segretario del Pd. Premetto di essermi sentito in sintonia con l’azione del Governo guidato dal segretario del mio partito. Dalla legge sui reati ambientali, sino alle unioni civili passando per la legge sul ‘dopo di noi’, credo che il riformismo di cui questo Paese ha estremo bisogno, sia stato ben interpretato.
Ma questo non è ancora sufficiente. Non basta.Ho sostenuto apertamente la riforma costituzionale cercando di diffonderne le importanti e benefiche conseguenze sul nostro sistema ma è proprio durante la campagna a sostegno della riforma che ho avvertito l’aprirsi di una profonda spaccatura tra le istituzioni e il Paese, e quindi tra un partito, il mio, e una buona parte del suo popolo: è responsabilità soprattutto nostra se una riforma così importante non sia stata capita.
Ci sarebbe dovuto essere un passaggio condiviso per assumersi la responsabilità delle conseguenze, il ritorno al proporzionale e la crisi che si è innescata.
Penso quindi che la riforma costituzionale abbia rappresentato un momento molto importante per la democrazia italiana ma che sia mancato il percorso perché questo cambiamento venisse capito sino in fondo e il percorso doveva essere tracciato dalla classe dirigente di chi aveva proposto la riforma stessa, soprattutto in un momento in cui la percezione diffusa è che il Paese stenti a rialzarsi: serviva molta più cautela e preparazione che non ci sono stati.
Siamo partiti per rottamare i privilegi e la gerontocrazia e una delle poche cose che abbiamo rischiato di rottamare è stato il Partito Democratico, uno dei pochi strumenti grazie ai quali poter riuscire a costruire un pensiero condiviso e un’intelligenza collettiva e pienamente riformista. È il caso quindi di iniziare a considerare che la rottamazione non è stato un principio sufficiente per innescare quel ‘cambiamento’ di cui la nostra società ha ancora bisogno: il riformismo italiano di cui abbiamo un bisogno atavico per uscire dalle secche della crisi, deve essere sostenuto da una base sociale più larga e deve necessariamente coinvolgere e influenzare anche altre culture e compagini politiche e tutti i corpi intermedi.
Abbiamo bisogno di un riformismo inclusivo e largo e non esclusivo, elitario: questo lo fa la destra. Di certo, stando al governo, non abbiamo ancora rottamato le rendite di posizione e i baronati: è utile quindi fermarsi e riflettere su quanto successo e cosa ci aspetta. Io credo che la richiesta che con più forza è stata posta alla Politica e alla quale non è stata data una risposta compiuta, sia stata la richiesta di equità. Questo si sarebbe dovuto tradurre nella ricerca di un modo per ridistribuire la ricchezza facendo però in modo che la ricchezza, se costruita con sacrificio e talento, non dovesse più essere considerata un disvalore. Sarebbe servito quindi uno strumento per ridurre il senso di precarietà diffuso che caratterizza tutte le generazioni e soprattutto quelle di coloro che si affacciano al mondo del lavoro e che non vedono un futuro.
Credo quindi che sarebbe dovuto essere il lavoro, l’elemento grazie al quale ridurre il senso di precarietà. Purtroppo non è stato così: nemmeno qui siamo stati in grado di spiegare bene la nostra riforma e non abbiamo nemmeno concluso il processo di cambiamento messo in atto. Credo quindi che serva ritrovare quei luoghi e quei momenti che ci avrebbero permesso di elaborare proposte più compiutamente condivise e largamente sostenute perché costruite dal basso.
Credo quindi serva, soprattutto per il Partito Democratico, riprendere ad elaborare, tutti insieme, un modello di società e un nuovo modello di Paese: grazie ad una profonda elaborazione sull’articolazione di come dovrà essere il mondo del lavoro di domani potremo ricostruire un pensiero sul tipo di famiglia e quindi sul tipo di società che immaginiamo di voler lasciare alle prossime generazioni. Per questo serve ancora un partito che contribuisca a coinvolgere i propri militanti e che faccia crescere una classe dirigente diffusa e rigorosa: un solo uomo forte al comando non può sopravvivere a sé stesso, ormai l’abbiamo capito. Inoltre il partito inteso come comitato elettorale non basta ancora a risolvere le complessità di un contesto come il nostro. Serve quindi un segretario che non sottovaluti la complessità in cui siamo immersi e la sappia governare. Serve una nuova classe dirigente che sappia guardare sotto il pelo dell’acqua e non si spaventi delle sue profondità. Solo un partito grande, forte perché plurale che valorizza le diversità interne e ancora radicato sul territorio può tenere testa ai grandi cambiamenti a cui siamo sottoposti e candidarsi a governarne gli effetti e ad anticiparne le conseguenze. Solo un partito che ‘tiene insieme’ le varie declinazioni del riformismo democratico, dell’ambientalismo responsabile, della socialdemocrazia, della tradizione liberal democratica e della tradizione dei cristiano sociali, può contribuire a risolvere la crisi di pensiero, politica e culturale che stiamo affrontando. Solo un segretario che sappia tenere insieme questa articolazione può contribuire efficacemente a tenere insieme un Paese. (...) Serve inoltre il rilancio di un europeismo che sappia superare e andare oltre alla sola unione monetaria. Mi trovo profondamente d’accordo con Maurizio Martina quando dice che il centrosinistra ‘tiene’ solo se il PD ‘regge’.
Non concordo però con la declinazione che ha dato Maurizio, con la soluzione che propone. Non possiamo più far finta di essere in un contesto ‘maggioritario’: siamo ricaduti in un sistema iper-proporzionale e in un contesto simile io credo che Renzi possa continuare ad essere un buon candidato premier ma non il segretario del partito che più di tutti, a sinistra, ha la responsabilità e l’onere di tenere insieme la sua base sociale e i partiti che la rappresentano
. Scelgo quindi di seguire l’idea di comunità e di partito che si sostanzia nella candidatura di Andrea Orlando, dove lo schema delle alleanze di governo è chiaro e lineare e si allarga alle forze di centrosinistra esistenti. Anche a quelle forze nate per gemmazione dal PD in quello che è stato un processo di lacerazione che non è stato governato. Chiedo quindi a tutti coloro che hanno sostenuto la ‘mozione Civati’ nello scorso congresso, ai corpi sociali e anche a chi ha deciso di fermarsi un giro perché non si riconosce nel PD di oggi, di tornare in campo per sostenere l’idea di un centrosinistra largo e aperto, l’idea di Andrea Orlando.
Vittore Soldo
(Segreteria Regionale del PD Lombardo - Delega alle Politiche del Lavoro, alla Sostenibilità e ai Beni Comuni)

Ara Pacis trasferita
Una soluzione che non fa una grinza
Egregio direttore,
la giunta capitolina, trasferito a Montecitorio il celeberrimo monumento augusteo dell’Ara Pacis (13 a. C.), quale miglior collocazione avrebbero potuto trovarne? Tr.A ‘ra-paci’ s/i fa presto a trovare un accordo...
Simona Gradisca
(Cremona)

Sorriso ritrovato
Il ponte con le ‘grucce’ e l’orda dei lombardi
Caro direttore,
tolte le grucce al ponte già l’orda dei lombardi s’avventa minacciosa sui deschi più agognati. Mercanti oltre padani, ridotti in sofferenza da lunghe proscrizioni, ritrovano il sorriso nel mentre i cremonesi, lubrificato il gozzo con splendidi salumi, danno la stura ai cori in umili taverne dopo le libagioni.
P. F. Mari
(Cremona)

Ma non è la dittatura
Guida del popolo, idea vecchia come il mondo
Caro direttore,
la dittatura non è stata una buona esperienza per i popoli coinvolti e che l’hanno subita... Forse con l’eccezione di Cuba, pur con tutti gli errori e le contraddizioni. Il problema è: chi sarebbe un buon dittatore? In tempi recenti l’idea dell’uomo solo al comando, ha riguardato prima Berlusconi, poi Renzi e sinceramente non ci ho visto nulla di entusiasmante, anzi tutt’altro... L’idea di una guida per il popolo, in realtà va oltre i fanatismi popolari, e le esperienze pressoché totalmente negative che ci ha mostrato finora la storia, ma fu perseguita da alcuni spiritualisti i quali immaginavano persone dotate di principi etici, di motivazioni molto radicate per il bene collettivo e in generale per l’evoluzione dell’umanità, e come obiettivo principale eliminare le ingiustizie e creare le condizione di una serena e pacifica convivenza civile. A mio modesto avviso il politico che ha interpretato in modo migliore il concetto di guida di un popolo è stato Gandhi. Di cui ora sarebbe troppo lungo elencare i meriti. Tornando agli spiritualisti seguaci di Steiner, individuarono in Benito Mussolini un possibile interprete delle loro aspettative, per il carisma con cui sapeva indirizzare il popolo e per alcuni tratti del suo pensiero che aveva radici socialiste. Ci furono anche dei contatti con il Duce il quale mostrò interesse, ma ormai la sua parabola politica e umana era segnata, soprattutto dall’alleanza con i tedeschi, ma anche per la concorrenza che Hitler esercitava sul piano internazionale. E non se ne fece niente. Tra gli estimatori di Mussolini, sembrerebbe strano, ma ci fu proprio Gandhi, che probabilmente nutriva uguali aspettative sul dittatore italiano. (...)
Concludo dicendo che adesso, dall’esperienza storica che abbiamo una guida dovrebbe essere molto ispirata, molto al di sopra delle misere contese partitiche e non certo un uomo solo al comando, bensì una persona che con grande umanità e senso del bene comune, persegue solo questo e null’altro e che risulti essere molto convincente.
Claudio Maffei
(Fasano del Garda)

In città quasi introvabile
Spongata, che buona! E non è il panforte...
Egregio direttore,
a pochi chilometri da Cremona, sulla sponda destra del Po, si coltiva una tradizione gastronomica pressoché sconosciuta in città: la spongata. Di origini remotissime (concepita per solennizzare la festa del Purim, coincidente col carnevale ebraico ed evocante la salvezza delle tribù di Giuda dallo sterminio decretato da Assuero) venne ripresa nella formula attuale già dal secolo XIV nei centri della bassa emiliana dove esistevano le più prospere comunità ebraiche. Non tragga in inganno il suo aspetto piuttosto simile a quello del panforte di Siena dal quale si differenzia per una morbidezza, una friabilità ed una fragranza completamente opposte. È l’assieme di due strati di pastafrolla che ravvolgono un ripieno dello stesso spessore composto da dodici ingredienti diversi. Fondamentale la scrupolosa preparazione artigianale di questa specialità e nel rispetto dei tempi dovuti. Dai tre giorni per un’adeguata macerazione dei componenti l’infarcitura ad un giorno, almeno, per la lievitazione dell’impasto di copertura. In città non si trova che rarissimamente e nei negozi più qualificati. Un vero peccato trattandosi di una squisitezza da apprezzare assieme od in alternanza ai nostri migliori torroni. Basterebbe, in ogni caso, raggiungere Busseto o Monticelli d’Ongina per colmare un’imperdonabile lacuna. In Marocco le guide Tuareg, appena entrate in confidenza con i turisti, rivelano di portarsene appresso il ripieno (racchiuso in recipienti sigillati) per cibarsene durante le debilitanti traversate del deserto essendo un alimento delizioso, altamente energetico e corroborante.
Massimo Rizzi
(Cremona)

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