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Lettere al Direttore

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emanzini@laprovinciacr.it

14 Novembre 2016 - 04:00

IL CASO

Dall’autovelox al semaforo intelligente, errore via l’altro

Gentile direttore,
è notizia di questi giorni che i benpensanti del Comune di Cremona in fatto di viabilità possano ancora variare lo status di sicurezza in via Persico all’altezza di via Santa Cristina. Già quando è stato posizionato l’autovelox ho potuto notare come lo stesso fosse stato messo per rimpinguare le casse comunali e non per la sicurezza del quartiere e tutti lo sanno benissimo. Ora però che le entrate sono ben al di sotto delle spese e il famigerato strumento non va più bene e allora meglio toglierlo e risparmiare. Ma, bisogna pur salvare la faccia di fronte ad un fallimento e allora ecco spuntare l’idea del semaforo intelligente regolato dalla velocità dei veicoli che come l’autovelox protegge solo un incrocio privo di nessun significato rispetto al quartiere Maristella. Per completare il discorso diciamo che il codice della strada (art. 158) recita che questi semafori non sono del tutto autorizzati e chi li installa resta anche come responsabile come per dire: io Ministero autorizzo l’installazione ma non sono responsabile, infatti sulla stessa linea viabile e per gli stessi motivi di sicurezza i semafori intelligenti di Persichello, Dosimo e Levata sono stati disabilitati dalla versione intelligente proprio per il motivo ‘responsabilità’. In poche parole si correggono gli errori con altri errori.
Pier Alfredo Gualdi
(Grontardo)


La questione dell’autovelox di via Persico, è stato così dall’inizio, è destinata a far discutere ancora. Ora il Comune ipotizza l’installazione di un ‘semaforo intelligente’. Seguiremo la vicenda con attenzione.

L'INTERVENTO

Per ripartire liberare la ricchezza privata

Nella complicata partita dare-avere che si sta giocando fra lo Stato e gli italiani non mancano alcune illuminanti evidenze. La
massa del risparmio che le famiglie nel tempo hanno virtuosamente accumulato è enorme. E’, tuttavia, danaro fermo. Non investe in attività nazionali ma resta cautamente confinato fra materasso e controsoffitto. Il risparmio, si sa, non ha fretta. Al contrario dello Stato che fretta di far cassa ne ha molta. Cerca dunque di richiamare capitali illegalmente esportati e alletta con la promessa di amichevoli trattamenti fiscali eventuali ‘p ap eroni’stranieri. Fantasie incautamente trascritte con approssimazione per eccesso nei conti pubblici. Reale e non immaginario è invece il processo inverso: lenta ma progressiva fuga dei capitali. Come chiamare tutto questo? Sfiducia. Ci rema contro uno scetticismo diffuso circa la possibilità che il sistema Italia con questi costi della politica, questa burocrazia e questo tasso di corruzione possa generare espansione economica. Abbiamo dunque un problema aggiuntivo nel generale quadro di un’Europa uscita con le ossa rotte da un paio di costosissime cantonate. Ha creduto che l’austerità generasse espansione economica mentre ha generato miseria diffusa. Ha professato la religione del mercato ma dimenticato che, a globalizzazione in corso, il libero gioco domanda-offerta funziona solo se la concorrenza avviene in un quadro di regole certe, uguali per tutti e condivise. Non stupisce dunque che l’Europa
appaia ora ai più come una soffocante casa di correzione in cui ogni pur mite tentativo di autodifesa è tacciato di egoismo.
E avanza il grande dubbio: volendo davvero uscire dal tunnel, la politica è una risorsa o un impaccio?

Ha fatto scuola la Spagna che, rimasta a lungo senza governo, non solo è stata invidiata dai profani ma monitorata dagli studiosi, interessati a capire come reagisce un sistema economico sociale in assenza di governo politico. Trasgressiva e originale domanda, il cui senso implicito può sfuggire solo ad anime particolarmente candide. Per la politica tira insomma una brutta aria. In un quadro generale carico di ombre, l’Italia patisce a sua volta di sofferenze specifiche. E’ stremata da un gigantismo politico burocratico che, fin dalle origini dello stato unitario, ha messo becco non sempre opportunamente nelle questioni della produzione e distribuzione della ricchezza. Agli inizi fu per necessità, poi per andazzo acquisito. Ma il punto dolente è l’immigrazione. I piani alti della casta continuano a chiamarla, con delicato eufemismo, “risorsa”. I comuni mortali la chiamano più semplicemente africanizzazione forzata al costo annuo di 3 miliardi e mezzo di euro. L’Europa sta a guardare. Il bilancio fra quanto le diamo e quanto ne riceviamo è tale che nemmeno la rotondissima eloquenza di Renzi riesce a convincerci che la cosa è ‘buona e giusta’. Non che sia vietato alle istituzioni chiedere o imporre sacrifici alla gente, quel che è vietato è sfidarne il buon senso. Se avviene, i soldi, congelati dalla diffidenza, restano nel materasso. C’è una via d’uscita? Si, ma solo se la politica impara a leggere correttamente la realtà, si ritira dagli ambiti impropriamente e costosamente occupati e li riaffida alla libera intraprendenza sociale. Consente cioè alla società di salvarsi da sola creandole e garantendole adeguate condizioni per farlo. Il momento è questo: smaltita la sbornia della ‘new economy’ virtuale e finanziaria, torna di moda parlare di fabbrica e di ricostruzione di quel tessuto produttivo senza il quale non si mangia. E appunto qui i giochi di ruolo vanno chiariti. Il governo pensi in grande e si occupi sul serio di un vero piano industriale nazionale. Ma quanto alla produzione di beni e servizi inerenti più ridotta scala territoriale, occorre un’altra musica. E’ qui che la ricchezza privata dormiente può essere svegliata e mobilitata su un grande processo di automedicazione: risorse che partono dalla società e restano nel suo circuito senza che la burocrazia si metta di traverso e il fisco le vampirizzi in partenza per incenerirle nel buco nero del debito pubblico. Per ogni Mario Rossi che tiene stretti sudati soldi che non sa come investire, c’è un Giovanni Bianchi che saprebbe come investirli ma non li ha. E per questo chiude bottega. In una idraulica virtuosa i soldi del primo entrano nel circuito del secondo, lo Stato riconosce la funzione sociale del processo e fa arretrare il fisco nel quadro di una nuova normativa certa e ben studiata. E’ la via pragmatica, privatistica e anglosassone che asciuga l’acqua in cui sguazzano malaffare e spreco. Nonostante questo, o meglio, appunto per questo non piace al sistema che persevera nel vecchio vizio e fa della redistribuzione del reddito in forma di ‘bonus’ a pioggia lo strumento centrale del piano anti povertà appena varato. Al netto del consenso che sempre merita il sollievo alle sofferenze sociali, il sottinteso dell’operazione è innegabile: elargizione per catturare consenso. Si chiamino ‘bonus’ renziani o grillini redditi di cittadinanza, aumentano la quota degli assistiti, vincolati per grazia ricevuta alla benevolenza del Principe. Siamo alle solite: regalino agli italiani, regalone alla politica.
ADA FERRARI

Provincia e caso Gagliardi
In lista nel Pd persone senza arte nè parte
Gentile direttore,
sono consapevole che il panorama mondiale, inclusa l'elezione di Trump a Presidente degli Usa, è molto più allettante rispetto alla caccia dei due componenti del gruppo dem in Consiglio Comunale, che alle elezioni per la Provincia non hanno votato il loro compagno di partito Giovanni Gagliardi. Senza fare richiami ai 101 di prodiana memoria, individuare gli autori del tiro mancino a Gagliardi, non necessita l'ingaggio del tenente Colombo, anche perché l'indagine è di una semplicità estrema. Al di là dei nomi, il problema è e rimane come e con che criteri vengono scelti e messi in lista determinate persone che fino al giorno prima della loro candidatura non avevano nè arte nè parte col partito che li ha candidati. Ed aggiungo, che quasi la totalità dei consiglieri comunali dem attuali, sono costantemente assenti alle riunioni ed assemblee cittadine e provinciali a differenza di altri che si attivano a partecipare come semplicissimi militanti e simpatizzanti. Ritengo, in ogni caso, che l'episodio della estromissione di Gagliardi non è altro che l'inizio di quanto succederà dopo il 4 di dicembre, nel caso vinca il no al referendum. Il sottoscritto ha in tasca, da tempo, una lista di nomi di dirigenti dem cremonesi che prenderanno le distanze e si allontaneranno dal partito, inclusi i famosi enfantes prodiges messi a comandare quest'ultimo a Cremona, ma solo capaci di rivolgersi alle aule di giustizia nel momento in cui vengono criticati da compagni ed amici del partito stesso.
Giorgio Demicheli
(Cremona)

Politica al ribasso
Non è uno ‘yes man’, Gagliardi silurato
Egregio direttore,
vorrei rispondere alla lettera accorata di Giovanni Gagliardi. Caro Giovanni, la tua lettera mi ha colpito profondamente. Ti conosco da più di 60 anni, da quando cioè abbiamo condiviso i banchi di scuola al Liceo Classico Manin, anche se per pochissimo tempo. Mi è bastato, però, per capire le tue doti: l'intelligenza, la tua autoironia, la tua volontà. Ricorda bene questo che non vuole essere un complimento ma un semplice constatazione. Ti servirà a capire meglio il seguito di questa mia modesta lettera. Non ci crederai, ma anch'io sono passato attraverso esperienze analoghe, anche se non così feroci. E non solo io. Potrei farti un lungo elenco di questi ‘sfortunati’. Tutti costoro avevano un denominatore comune: la cultura, gli studi che erano sempre superiori ai mediocri che costituivano l'establishement del partito a livello locale. Io ero un semplice ragioniere, ma ti assicuro che l'iscrizione al Pci in quei tempi ha fornito al partito una immagine all'esterno che prima non aveva. Con me c'erano tanti altri che hanno subito la stessa sorte. Caro Giovanni, come ti permetti di inserirti in un contesto di assoluta mediocrità? Come potrebbero competere con te, forte della tua cultura e delle tue molteplici esperienze amministrative? (...) I ‘congiurati’ sanno benissimo che tu non sei uno yes-man. Per questo ti hanno fatto fuori, così come si conviene a vili che possono vivere solo nella suburra della politica. Il tuo massimo torto è quello di essere uomo di cultura, soprattutto laureato. (...) Pensa solo per un momento ai 101 vili che, nel segreto dell'urna, hanno impedito ad un galantuomo come Romano Prodi di essere Presidente della Repubblica. (...)
Licio D’Avossa
(Cremona)

E Gagliardi si rassegni
Scambio di accuse stucchevole nel Pd
Egregio direttore,
mi permetta di ritornare ancora sul tema delle elezioni provinciali. È veramente stucchevole se non addirittura immorale dover assistere in casa Pd allo scambio di accuse e alla ricerca poliziesca dei colpevoli rei di non avere votato nella farsa elettorale il signor Gagliardi come da ordini di scuderia. Ma ancora più sorprendente e ai limiti del paradosso le parole di questo signore, lette nell’intervista realizzata dal quotidiano, dove di fatto si sente amareggiato, tradito e preso in giro perché non votato. Non ho dubbi che il signor Gagliardi sia una persona preparatissima sotto tutti gli aspetti e conoscitore di aree vaste. Ma stia tranquillo! Mi spiace che la sua voglia di esserci gli abbia fatto dimenticare che nel mondo ‘tutti siamo utili e nessuno è indispensabile’. Lo so che trattasi di un vecchio ritornello che tutti conosciamo ma spesso, purtroppo lo dimentichiamo; forse se messo in pratica un po' più di frequente anche il mondo potrebbe essere migliore.
Felice Resmini
(Soresina)

Scandali e ingiustizia
Alemanno assolto dopo 2 anni di gogna
Egregio direttore,
niente di nuovo sul fronte degli scandali nostrani. Inesorabile la maledizione colpisce ancora. Repetita juvant, evidentemente nel caso specifico invece di aiutare deprimono! Le Procure di Roma e Genova hanno portato ad una raffica di arresti in tutta Italia per accuse che spaziano dalla corruzione alla tentata estorsione, fino all’associazione per delinquere. In manette Giandomenico Monorchio, figlio dell’ex ragioniere dello Stato e Giuseppe Lunardi figlio dell’ex ministro Pietro. Sinfonia che da 70 anni ci viene deliziata dai menestrelli della politica in salsa pomito. (...). Malavitosi che ignorano la res pubblica, antifascisti incalliti che si scandalizzano soltanto per un saluto romano, imprenditori e funzionari statali. Come speso accade in Italia, grazie ad una parte di giudici politicizzati dove tutto finisce a tarallucci e vino chi ne subisce le conseguenze sono i galantuomini. Recentemente, classico esempio che calza a pennello, spicca l’avvenuta archiviazione con formula piena di Gianni Alemanno già sindaco di Roma. Accusato di essere stato il capobanda di Roma battona e ladrona con l’imprimatur della destra. Notizia relegata a fondo pagina o volutamente ignorata da ipocriti pennivendoli, da radio e tv assortite. Due anni, alla gogna, titoli in prima pagina, emarginazione politica e professionale. All’epoca la notizia dell’arresto, indagato per mafia aveva avuto un’esposizione planetaria. (...).
Luciano Pedrini
(Cremona)

Rischio incidenti
Drogati di cellulare anche al volante
Gentile direttore,
ancora quasi tutti i giorni leggiamo di automobilisti che volano fuori strada... Chissà perché? ‘Asfalto viscido’, ‘abbagliati dal sole’... tutte bella. ma che droga è questo cellulare dal quale non vi staccate mai?
Elena Mantovani
(Crema)

Movimento distrutto
Della Lega Nord restano solo i cocci
Signor direttore,
scrivendo vengo meno al mio proposito di non dire più nulla, pubblicamente, della Lega cremonese. Con l’elezione (o meglio rielezione) del segretario locale della Lega nord (il nuovo che avanza sic.) a mio parere di vecchio leghista, e idealista, non più impegnato nel Movimento, pur sempre ai margini dello stesso, si è toccato ulteriormente quel fondo che speravo un giorno o l’altro venisse ‘abbandonato’ per iniziare la risalita.
Orbene, giova dire che, per quanto mi è dato di sapere, il ‘nuovo’ giunto alla segreteria la prima volta dopo abbastanza poca militanza, dopo aver fatto i danni che ha fatto (...) si è autoaccantonato dalla politica locale per un paio d’anni e più per poi ricomparire e candidarsi. Non è dietrologia, ma mi corre l’obbligo di partire dal 2009: elezioni amministrative. Venne eletto sindaco Oreste Perri (un onest’uomo prestato alla politica) candidato di una coalizione, per così dire, di centrodestra. Pur essendo a capo di una lista civica a suo nome, apertamente sembra più leghista dei leghisti. Risultato: 3 assessori in giunta e 6 consiglieri comunali in conto Lega. A metà mandato circa, ecco l’antefatto, ai più sembrato inspiegabile: inizia una lotta intestina in seno alla maggioranza. Vengono cacciati dal movimento 2 assessori e un terzo è costretto a dimettersi; 4 consiglieri della Lega se ne vanno dal movimento aderendo al gruppo misto. Risultato: più nessun assessore in conto Lega e in consiglio rimangono due soli consiglieri.
È l’inizio di una feroce guerra contro Oreste Perri e i suoi estimatori. Si arriva a fine mandato: Perri si ripresenta con una coalizione che non vede di fatto la Lega locale, contravvenendo, tra l’altro ai dictat del neo segretario nazionale Salvini. Del gruppo avverso a Perri fanno parte, principalmente, il ‘nuovo che avanza’, colui di cui per anni ‘il nuovo’ è stato l’alter ego (quando gli tarpiranno le ali?) e pochi reggicoda (con capacità politiche al limite della cialtroneria). Ergo: venne eletto il sindaco catto-comunista Galimberti e più o meno apertamente, il gruppo leghista anti Perri ebbe ad esultare (anche pubblicamente). La situazione attuale, per nulla dissimile da qualche anno in poi da allora, (si succedono segretari, commissari o pseudo tali) ed eletti nelle istituzioni, compreso il ‘nuovo’ e colui di cui lui fu l’alter ego, dire che è sconcertante è un eufemismo.
Nel territorio che va da Soncino a Casalmaggiore (bacino di utenza di circa 200.000 abitanti) i militanti della Lega nord locale a stento arrivano a cento, dei quali una buona parte lo sono di fatto giacché non operano come la qualifica di militante prevede. A Cremona, capoluogo di provincia con su per giù più di 70.000 abitanti, gli attivisti sono una esigua minoranza. Non esiste minimamente il gruppo Giovani padani come, più o meno nutriti, hanno le altre realtà. Che politici di rango ha la realtà cremonese della Lega nord e che capacità mettono in campo per far crescere il Movimento?
Franco Manfredini
(Cremona)

Crema, Teatro San Domenico
Con Strada impulso ad attività e progetti
Signor direttore,
dopo la mancata approvazione del bilancio annuale da parte del Cda della Fondazione San Domenico, atto che ha di fatto paralizzato le attività decisionali, preso atto delle dichiarazioni rilasciate a mezzo stampa delle diverse rappresentanze politiche, i sottoscritti dipendenti della Fondazione desiderano esprimere il loro sostengo all’operato del Cda e in particolare al presidente Giuseppe Strada che ha saputo imprimere un consistente impulso alle attività dell’istituto e del Teatro. Nel suo sforzo operativo ha saputo confrontarsi con noi raccogliendo i suggerimenti sempre volti a valorizzare le professionalità esistenti. I progetti si sono concretizzati in numerose attività dal forte valore sia artistico che didattico-divulgativo che hanno coinvolto docenti ed allievi.
Abbiamo la netta impressione che le voci critiche abbiano una connotazione squisitamente politica ma di fatto mettono a repentaglio la nostra attività e il ciclo virtuoso nel servizio alla collettività cremasca che l’istituto svolge. Auspichiamo pertanto una sollecita soluzione agli ostacoli politici che tolgono la serenità necessaria alla Fondazione San Domenico. Da parte nostra permane costante e convinta la volontà di limitare ogni rallentamento o calo di qualità nel servizio garantendo entusiasmo e serietà professionale.
Seguono 10 firme
(Crema)

Monumenti ai Caduti
Tombe senza fiori? Assolvo il Comune
Signor direttore,
mi lasci dire che non si può delegare tutto allo Stato, al Comune, alle istituzioni... Penso che se mancano fiori od un minimo di attenzione per i monumenti ai Caduti, la prima responsabilità vada individuata tra i famigliari, nipoti o discendenti, di quelle vittime della guerra. (...)
Claudio Maffei
(Fasano del Garda)

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