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8 settembre (2)

Lettere al Direttore

Gigi Romani

Email:

lromani@laprovinciadicremona.it

10 Settembre 2016 - 23:55

IL CASO
Auspico maggior cura per i giardini pubblici
Signor direttore,
abbiamo letto del susseguirsi di problemi nei giardini di piazza Roma e della decisione di dedicare una pattuglia della Polizia a presidio di tale zona. Ora, la presenza delle forze dell’ordine è sempre cosa buona anche se è giusto porre mente alla scarsità di agenti a disposizione del servizio Volante e all’estensione del territorio che deve controllare. Ci pare doveroso riflettere, però, sul fatto che spesso chi gestisce uno spazio va in qualche modo ad influire, con le proprie scelte di gestione, non solo sulla funzione, ma anche e soprattutto sulla frequentazione di tale spazio.
Difficilmente un luogo ben curato viene mal frequentato! Allora forse, una ancor maggiore cura dei giardini di piazza Roma, si tradurrebbe in un target di frequentatori ben differente rispetto a quel che vediamo in questi giorni. Certo non è curando meticolosamente le aiuole, estirpando con precisione le erbacce e badando ad irrigare il verde che si combattono i comportamenti antisociali, ma siamo convinti che una maggior attenzione alla cura dei giardini aiuterebbe una migliore frequentazione degli stessi.
Paolo Carletti
(Cremona)

La sua lettera è un invito, che faccio mio, all’Amministrazione comunale perché non affidi alle sole forze dell’ordine la cura dei giardini pubblici che devono essere restituiti alle famiglie, ai bambini, ai giovani agli anziani. Insomma, a tutte le persone che non hanno comportamenti antisociali.

LE IDEE
I diritti dei bambini poca realtà tanta fantasia
Che cosa sono i diritti dei bambini?
Glieli facciamo declamare a memoria a gran voce nei vecchi cortili delle scuole. Li troviamo stampati nei dépliants dell’offerta formativa come comandamenti. Li attacchiamo con spillette sui grembiuli (‘io valgo’ ‘io ho diritti’), nelle giornate internazionali dei diritti. Guardiamo con preoccupazione e compassione a quei poveri bambini cresciuti nei paesi in cui questi diritti sono negati.
Una grande macchina retorica è quotidianamente in azione per rassicurarci e nascondere il fatto che i nostri figli (quegli stessi che recitano a memoria, portano le spille e sono cresciuti leggendo racconti sui diritti dei bambini) sono molto lontani dal vivere in un contesto di diritto. Il diritto alla salute ad esempio. Non restare otto ore al giorno in scuole dove si rischia la vita tra l’amianto o alla prima scossa sismica, con bagni fatiscenti e nauseabondi per fare pipi. Il diritto ad avere genitori che oltre ad applaudire alle feste, fare sì con la testa alle riunioni, raccogliere bollini-punti, postare foto su facebook, abbiano il coraggio di scendere in campo quando è il momento di prendere decisioni importanti che riguardano la vita di comunità. Il diritto ad essere educati non come piccoli consumatori — di oggetti, esperienze, relazioni — ma come persone responsabili all’interno di una comunità, in cui i diritti sono tanto importanti quanto i doveri (parola oggi desueta, che puzza di stantio, di cui nessuna scuola si sognerebbe di celebrare la giornata).
Il diritto ad avere educatori che esercitano il pensiero critico e che hanno il coraggio di dire ‘no’ quando le richieste che calano dall’alto sono palesemente insensate. Il diritto a non vivere il quotidiano spettacolo di un sistema che a parole celebra l’infanzia e nelle pratiche riproduce logiche e priorità che se ne infischiano dei bambini e della loro capacità di agency.
Ripeto quello che dico durante i miei incontri pubblici rivolti a genitori e insegnanti (alcuni si offendono, ma pazienza): smettiamo di riempirci la bocca dell’espressione ‘diritti dei bambini’ e cominciamo invece a esercitare, come adulti, un più concreto esempio di pratica quotidiana del diritto e di partecipazione responsabile. I bambini, intanto, ci guardano.
Angela Biscaldi
(antropologa, Università degli studi di Milano)

Occhio alla misericordia
Che non diventi un’arma
Signor direttore,
occhio alla misericordia! Specie quando si tratta di un pugnale (chiamato appunto ‘misericordia’) usato sui campi di battaglia, prima che arrivasse la Croce Rossa di H. Dunant (vedi relativo monumento a Solferino), col quale, sui campi di battaglia/secc. XV-XVI, venivano finiti, con un ‘misericorde colpo di grazia’, perché smettessero di soffrire, i soldati nemici gravemente feriti, non più in grado di difendersi. E, i curiosi, nel Museo ‘U. della Faggiola’ di Castel d’Elci (Rimini), nella vetrina 14, ne possono vedere un esemplare. Attenti però anche all’altra ‘misericordia’, cioè quella ‘compassione del cuore tesa verso i miseri’ che, con altrettanto ‘misericorde colpo da dittatura, vorrebbe invece, ad ogni costo, salvare codestimiseri’, anche se non volessero né salvarsi, né essere salvati.
Gianfranco Mortoni
(Mantova)

8 settembre/1.
Gli inglesi in Africa ci protessero
Egregio direttore,
lo sfortunato 8 settembre 1943 è data per me indimenticabile. Giacomo Matteotti era segretario di un partito, socialista, contestava i brogli fatti dai fascisti alle elezioni politiche del 1924: è stato ammazzato. Ettore Muti fu segretario del partito nazionale fascista, quel partito che ha eliminato i partiti: chi non è scappato è andato in galera: è quel partito che ha messo in palio l’indipendenza nazionale. Ammazzato o giustiziato come gli altri- Arruolarsi volontario a 20 anni, cioè nel 1941, in piena guerra poteva avere un senso patriottico ma significava anche far parte della milizia volontaria per la sicurezza nazionale con oneri, onori e privilegi. In tempo di razionamento alimentare contavano il mercato nero o la borsa nera. Solo chi c’era può capire. Quegli oltre 300.000 soldati italiani dislocati in Eritrea, Etiopia e Somalia privi di comunicazioni e di rifornimenti guidati dal vice re Amedeo duca d’Aosta si arresero agli inglesi i quali oltre agli onori li protessero perché non tutti gli africani gradivano l’occupazione italiana. Gli anglo-americani prigionieri dei nazifascisti furono trattati altrettanto bene? Dio stramaledica gli inglesi?
Angelo Rosa
(Viadana)

8 settembre/2.
L’armistizio fu una resa incondizionata
Egregio direttore,
l’Anpi, con l’appoggio dei suoi reggicoda e il patrocinio e la collaborazione del Comune di Cremona, rievocherà teatralmente i fatti accaduti il 9.9.1943 a Cremona (...). Un armistizio che, in effetti, era una resa senza condizioni combinata all’insaputa dei nostri alleati tedeschi. Rievocazioni del genere sono sempre avvenute ad opera di chi fa passare quella data come l’inizio di una democratica era di libertà e di prosperità per l’Italia mentre ‘storicamente’ diede il là al più ignominioso destino politico che la storia possa ricordare. L’Italia perse l’onore poiché non si può mancare di parola due volte nel corso di un quarto di secolo senza macchiare per sempre il proprio onore politico. La responsabilità di opporsi all’alleato tedesco che chiedeva alle forze militari italiane, che avevano cessato di combattere, di consegnare loro le armi dopo aver operato, fianco a fianco per circa tre anni, in modo che potessero continuare liberamente la guerra, fu, a Cremona, del comandante Giacomo Florio che, per odio a Farinacci, diede l’ordine di impugnare le armi contro l’alleato tedesco diversamente da quanto avvenne nella maggior parte delle altre città (Milano compresa). L’assurdità di quella resistenza, durata dalle ore 8 alle 15 del 9.9.1943, in modo spezzettato ed episodico, e dei suoi morti si rileva dalla lettura delle pagine dedicate al 9 settembre, del libro «La resistenza cremonese» di Armando Parlato. L’autore elenca le forze in campo. Gli italiani disponibili erano circa 1.800, ‘scarsamente e malamente armati’ (Cremona non era altro che la sede dei depositi di diversi reggimenti). La Wehrmacht aveva 600 effettivi attendati al Migliaro, che non si mossero. In città arrivarono circa 300 giovani sui 17-18 anni della SS. Pz. Gren. Div. Leibstandarte A. Hitler, che si sparpagliarono, debitamente armati, dalla periferia al centro. Durante gli attacchi ai punti difesi dai nostri soldati, fui testimone di vari episodi poiché, prima a piedi, poi in bicicletta, unitamente all’amico Giancarlo Lombardi, il campioncino di ciclismo chiamato ‘Cicalo’, scorazzai per la città in lungo e in largo. Sono disposto a riferire in merito.
Claudio Fedeli
(Cremona)

8 settembre/3.
I fascisti servitori dei tedeschi
Egregio direttore,
l’8 settembre 1943 è una data drammatica per Cremona e per molte altre città italiane. (...) Preoccupa, e al tempo stesso provoca, il bel libro di Nedo Fiano dal titolo ‘Il passato ritorna’, ad indicare che, nonostante i tentativi di spegnare il significato di questa ricorrenza, la voce rimane e spesso provoca e inquieta le coscienze. «Nei giorni successivi l’8 settembre ‘43 — si legge nel libro — don Guido Bocchi, vicario di sant’Imerio, accoglie in casa propria, come altri ecclesiastici cremonesi, soldati in fuga, una ventina. Li alloggia, li mantiene, procura loro abiti civili, soprattutto li salva dai tedeschi. Ha così modo, nello stesso tempo, di raccogliere e nascondere in luogo sicuro alcune armi. Di propria iniziativa poi don Bocchi redige, dattiloscrive e ciclostila manifestini antitedeschi che poi fa distribuire e diffondere, giusto per scuotere la gente dal torpore». Su ‘Cronaca cremonese’, mensile politico delle persone per bene, supplemento al ‘Regime fascista’ (di Farinacci), scrive tra l’altro: «I tedeschi, nel loro smisurato e fraterno amore per gli alleati italiani, continuano ad affamarci sottraendo ogni genere di viveri. Infatti di latte non è rimasto ormai che il solo nome e il burro va via via scomparendo. Ci sentiamo in dovere di ringraziare di tutto questo i fascisti che tanto zelo adoperano nel servire i loro padroni. Ma la guerra sta andando verso il suo fatale epilogo. Come tutti sanno, qualche reparto germanico ha ottenuto una assegnazione di mezzo chilo di burro al giorno e per soldato. Col burro i tedeschi si ungono anche le scarpe. I servi italiani si devono accontentare di 75 grammi al mese (quando c’è) e questo avviene nella provincia che è la più grande produttrice di burro. Ma che cosa importa? C’è ancora sufficiente burro per i gerarchi e per i manganellatori. Per i nostri bambini basta la scotta (l’ultimo latticello arcimagro, residuo del latte lavorato) che diamo solitamente ai porci». (...)
Giorgio Carnevali
(Cremona)

Castelverde, sul fotovoltaico la giunta Locci mente
Signor direttore,
ma la dottoressa Locci sa di essere il sindaco di Castelverde? Leggo, esterrefatta, le dichiarazioni del sindaco nell’articolo titolato ‘Fotovoltaico guasto, é polemica’. Dichiara di essere venuta a conoscenza della necessità di effettuare manutenzione straordinaria agli impianti fotovoltaici del Comune nel 2016, quando una mail, da me visionata presso gli uffici, dice che la ditta GEM, incaricata di sorvegliarne il buon funzionamento, avvisò il Comune il 28 aprile 2015. Riparazione tardiva di nove mesi che provoca un mancato introito per il Comune di ben 40.000 euro! Dice inoltre che dal 2009 al 2014 ( mandato Lazzarini) non sono state effettuate né manutenzioni ordinarie né straordinarie agli impianti. Vorrei portare a conoscenza della dottoressa Locci e dei lettori che gli impianti sono stati posizionati nel 2011 e non nel 2009, inoltre la gestione fino al dicembre 2012 era affidata a Castin che ha provveduto ogni anno alle dovute manutenzioni. Dopodiché se ne é occupato il Comune. Gli impianti, prima del 2014, non avevano mai avuto bisogno di manutenzioni straordinarie, lo dimostrano i dati che mi sono stati consegnati dal Comune: introiti annui mediamente di 90.000 euro. Nel 2015 invece si sono introitati solo circa 52.000 e non si può dare di certo la colpa, come cerca di fare il sindaco, ai fattori ambientali. A conferma che gli impianti puliti e riparati forniscono un ottimo guadagno per i cittadini di Castelverde il dato che nel 2016 la giunta Locci ha messo a bilancio; una previsione di entrate di ben 105.000 euro. Il vice sindaco Scalisi ha più volte insinuato pubblicamente che il mancato introito era da attribuirsi alla passata amministrazione, accuse infondate e diffamatorie. Questo per completezza d'informazione.
Maria Paglioli
(Castelverde)

La tragedia di un agricoltore che ha perso la serenità
Egregio direttore,
nella morte di Ceruti c’è qualcosa di grandioso, di terribile e di paurosamente fosco che contrasta con la sua serenità solare. Ci trovavamo spesso al mercato di Codogno: quattro chiacchiere veloci sull’andamento dell’azienda, dei lavori, del tempo, ma era solo a qualche cena che lui poteva tranquillamente raccontarsi, soprattutto a quella della roggia a fine anno. Lui, attorno al tavolo, in compagnia, si divertiva a raccontare episodi e stranezze del passato contadino, si scherzava anche se negli ultimi tempi i problemi erano tanti. Ma in compagnia anche i pensieri brutti si allontanano. La penultima volta che ci siamo trovati mi ha parlato di un controllo dei responsabili dell’Asl nella sua cascina. Gli avevano trovato alcune cose non in regola e oltre alla multa gli avevano imposto dei lavori di sistemazione soprattutto nelle stalle. Parlando con suo fratello visto che i costi elevati per mettersi in regola alla loro etàࠥerano eccessivi, decidono di comune accordo di chiudere la stalla e vendere tutti gli animali. L’ultima volta che ci siamo visti a cena era molto triste, parlava in modo concitato, diceva che con le stalle vuote e i portici senza il fieno e paglia non era più la stessa cosa. (...) Per tutta la vita a contatto con la natura e praticando agricoltura adesso, aprendo le finestre di casa e non vedere più il ‘quadro’ naturale della cascina lo prendeva l'angoscia fino in fondo all'animo. Non trovava più un equilibrio che avrebbe dovuto sostituire quello perduto. (...) Ha visto il suo lavoro cadere come un castello di sabbia, e penso che tutto questo ha sicuramente influito sulla sua morte (anche se era malato) (...)
Filippo Boffelli
(Codogno)

Non avrei mai potuto fare il politico
Egregio direttore,
non so se altre persone, nel corso della vita vengono fermate dal persistente pensiero della analisi degli accadimenti della loro vita. Al sottoscritto capita e debbo dire che con il passare degli anni accade di “sovente (...). Avevo capito che se volevo guadagnare molto, fare poco o niente e sistemare parenti ed amici, avrei dovuto fare il politico! Nulla da fare signor direttore, ho avuto una madre che mi ha costretto a studiare e ad andare avanti negli studi (ragioneria e perito tecnico commerciale). Sono arrivato alla pensione, tra mille peripezie, e mi chiedo sempre, ogni santissimo giorno,come avrei potuto fare, il politico, con due genitori così...?
rollmulti@libero.it

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