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CICLISMO. AMARCORD

Mito Favalli, muratore ma con la maglia rosa

A 35 anni dalla scomparsa l'incredibile storia di Pierino, una vita tra Grumello e Pescarolo. Il ricordo della figlia Riccarda

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pboldrini@laprovinciacr.it

14 Maggio 2021 - 19:07

PESCAROLO -  Alessandro De Marchi, maglia rosa al Giro d’Italia, dopo la tappa di mercoledì ha dichiarato: «Vivo il ciclismo alla vecchia maniera, come piace a me».

È in piena sintonia con la filosofia di Pierino Favalli, 1914-1986, campione nato a Grumello Cremonese di cui ricorrono oggi i 35 anni dalla scomparsa. Per tenere viva la sua memoria il paese dov’è nato gli ha intitolato una via, dedicato un monumento, organizzato una mostra nel 2004. A Pescarolo ed Uniti, dove ha vissuto gli ultimi anni della sua vita, c’è un vero e proprio museo vivente: la figlia Riccarda, 72 anni ben portati, ha raccolto tutti gli articoli di giornale dedicati alle vittorie del padre, documenti, fotografie delle sue squadre.

Ma torniamo al ciclismo vecchia maniera, perché la storia di Pierino è condita di tanta buona volontà e altrettanta miseria, di amore per la sua terra e per la famiglia. Era uno sportivo schietto Pierino, pane al pane e vino al vino. E se gli organizzatori di una gara gli mancavano di rispetto, non ci pensava due volte: arrivederci e grazie. «Mio padre era nato povero, alla vigilia della prima guerra mondiale scarseggiava il cibo», racconta Riccarda Favalli. Pierino iniziò presto a lavorare come muratore. Si spostava da Grumello a Cremona con una vecchia bicicletta, la sua passione. In quel periodo l’unico momento di svago per un paese era la sagra nel corso della quale non mancava mai una gara di ciclismo».

Favalli riuscì a farsi prestare una bicicletta, poi racimolò una maglia e un paio di pantaloncini. Non si poteva permettere una bistecca e un piatto di spaghetti. Una fetta di polenta e via, pedalare. Fu un trionfo. Un giorno in provincia di Milano finì per caso davanti alla vetrina di un negozio. C’era in bella mostra una bici e lui, senza pensarci due volte, si buttò: «Prestatemela e vi garantisco che vincerò la gara». Detto e fatto.

Così il muratore di Grumello fu notato da una società milanese, Sport Club Genova 1913, e la sua vita svoltò sulle strade bianche d’Italia e d’Europa in tandem con grandi campioni come Coppi e Bartali. Le storie che racconta Riccarda Favalli, precise e ricche di aneddoti, danno lo spaccato di una vita di sacrifici. «Nel 1934 ha corso e vinto il campionato dilettanti a Verona. Piccolo particolare: non poteva permettersi il biglietto del treno. Come rimediare? Gli amici organizzarono una colletta, peccato fossero più poveri di lui. Ma ecco entrare in scena la generosità con le sembianze di un agricoltore cremonese che aprì il portafoglio e gli allungò una banconota. Con i soldi in tasca per il treno Pierino cosa fece? Decise di tenerli, non si sa mai, e partì in bici alle 4 di mattina da Grumello per Verona. Arrivò in tempo per la gara e la vinse. Applausi, un trionfo. Serata d’onore all’Arena e per premio una statua di Garibaldi in gesso alta un metro. Ingombrante da trasportare? Favalli la caricò in spalla e partì verso casa. Ad un certo punto, costeggiando un fosso, decise che l’eroe dei due mondi avrebbe potuto benissimo fare una sosta nei campi padani e lui, alleggerito, pedalare con più slancio verso Grumello. Arrivò a mezzanotte e c’era una festa, tutta per lui».

Nel 1937 il passaggio alla squadra Legnano come professionista, nel 1940 la maglia rosa al Giro d’Italia, nel 1941 il trionfo alla Milano-Sanremo. Ma il carattere duro tornava a galla e Pierino non le mandava a dire. «Non abbiamo mai saputo il vero motivo, ma ad un certo punto mio padre mollò tutto e tornò a casa. Addio Giro». Era successo anche nel 1937, al campionato del mondo in Olanda, quando in albergo non c’era da mangiare. Lite furibonda e rientro immediato in Italia in treno. Il rapporto della direzione gara non lasciò spazio a dubbi: «Non partecipa per motivi disciplinari». In verità, per la pagnotta negata.
Arrivò anche la fine della seconda guerra mondiale, ma Pierino Favalli non tornò alle corse a differenza di altri colleghi più famosi. si era innamorato di Velia, cremonese di Pescarolo, conosciuta sul Lago Maggiore durante un allenamento. Cartoline e baci rubati, infine il matrimonio e il trasferimento a Pescarolo. Il ciclismo alle spalle, all’orizzonte una vita da contoterzista.
«Ho un ricordo dolce e affettuoso di mio padre - sottolinea Riccarda - ma non ha mai parlato della sua carriera sportiva, non si è mai vantato di nulla. Nemmeno della vittoria alla Milano-Torino del 1938 con il premio di 200 lire investito per acquistare una Fiat Topolino color amaranto. Gli proposero più avanti un ruolo di direttore sportivo, ma lui rifiutò. Continuò a seguire il ciclismo da spettatore, coltivando l’amicizia con Bartali che si fermò a salutarlo con la carovana del Giro durante la tappa Milano-Mantova del 1981. A Pescarolo non si era mai vista così tanta gente».

Si racconta in famiglia che il passista veloce Pierino Favalli piegasse le pedivelle da tanto era forte. Anche se di quel periodo è rimasta nella memoria collettiva soprattutto la rivalità tra Coppi e Bartali, in Belgio Favalli ha ancora fan che scrivono alla figlia chiedendo fotocopie, fotografie. La potenza di un campione nato muratore e finito trebbiatore, con un lungo intermezzo a spingere sui pedali in strade polverose per far sognare la sua Cremona e chi crede nello sport genuino.

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