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IL FALSO DELL'ARTE

Falsario autentico e geniale, Alceo Dossena al Mart

Rovereto rende omaggio allo scultore cremonese. E' morto in miseria

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05 Novembre 2021 - 15:24

CREMONA - «Alceo Dossena è un mago della scultura, che affronta con tutti i materiali a sua disposizione, marmo, bronzo, terracotta, legno, pietra, alabastro. Un genio scaltro e cialtrone che ha piena coscienza di quello che fa e un ego smisurato: è furbo solo lui, o per lo meno si crede tale»: lo afferma Marco Tanzi nel catalogo edito da L’Erma che accompagna la mostra che il Mart di Rovereto dedica a Il falso nell’arte. Alceo Dossena e la scultura italiana del Rinascimento. Nata da un’idea di Vittorio Sgarbi, che del Mart è presidente, l’esposizione ha il suo focus sullo scultore cremonese, ma non dimentica altri celebri casi di falsari, copie d’autore, artisti/artigiani di eccelso talento che riproducevano le opere del passato, fino ai casi recenti delle teste credute opera di Amedeo Modigliani, e di Lino Frongia, accusato di dipingere copie e di venderle per vere e la cui vicenda legale è tuttora aperta.

IL CASO DOSSENA. Il caso di Dossena è uguale e diverso a quello di altri artisti: lui non copiava, ma creava inediti ‘alla maniera di’. Ed era bravo, bravo al punto che molte delle sue opere furono attribuite a Donatello, Andrea del Verrocchio, Nino e Giovanni Pisano, Simone Martini e come tali acquistate da grandi musei americani e non solo. A ingannare gli acquirenti - in quel periodo del primo Novecento che vedeva nascere e prosperare il collezionismo pubblico e privato d’Oltreoceano - era proprio l’originalità di Dossena, in grado di replicare opere che spaziavano dall’arte etrusca al pieno Rinascimento. Eppure di Dossena si sa ancora poco e neppure la mostra di Rovereto riesce a sciogliere tutti gli enigmi. A proposito, piccola nota a margine: peccato che Dossena sia protagonista a Rovereto, visto che Sgarbi aveva lanciato l’idea a Cremona, nel 2006, e ancora prima se n’era parlato in occasione dell’uscita di un saggio di Lidia Azzolini.

Torniamo allo scultore e alla sua parabola artistica, e umana. Alceo nasce a Cremona l’8 ottobre 1878, ragazzino è iscritto all’Ala Ponzone, la scuola che forma quasi tutti gli artisti cremonesi di quel periodo. A dodici anni, però, viene espulso: con la complicità di due netturbini, ha nascosto e fatto ritrovare una sua statuetta di Venere fatta in foggia antica al punto da entusiasmare il direttore del museo, il marchese Sommi. Allievo alla Scuola di Arti e Mestieri di Guglielmo Michieli, specializzato in arte funeraria, Dossena va a bottega da Alessandro Monti, uno scultore arrivato a Cremona da Viggiù e subito capace di attrarre con il figlio Francesco Riccardo committenze nel locale cimitero, che proprio in quegli anni si stava arricchendo di monumenti funebri pubblici e privati.

«A Cremona, Dossena crebbe nel solco della scultura ottocentesca lombarda, segnata dall’amore per l’antico - conferma Rodolfo Bona nel testo del catalogo -. Le sue prime esercitazioni su esempi rinascimentali risalgono, infatti, agli anni della formazione avvenuta nella bottega di Alessandro Monti». Ma può essere sufficiente questa formazione? «A parte le smagate capacità tecniche, dove si è potuto formare una cultura visiva così ampia e variegata? (...) dove ha affinato la pratica e, soprattutto, una così spiccata sensibilità su materiali e stili tanto diversi?», si chiede Tanzi, auspicando una tesi di dottorato o uno studio circostanziato sullo scultore.


LA VITA COME UN FILM. Dossena intanto si sposa - siamo nel 1900 - con Emilia Maria Ruffini, che l’anno successivo darà alla luce il figlio Alcide. Sono anni difficili, la famiglia cambia di continuo domicilio, inseguita da sfratti per morosità. Lo scultore tenta la fortuna a Parma, dove tra l’altro scolpisce una Deposizione, oggi nella parrocchiale di Saint-Germain-en-Laye, mutuata dal capolavoro di Benedetto Antelami, «migliorandola in alcuni particolari e correggendone qualche difetto», come sostiene Marco Horak. Ma è con il trasferimento a Roma che la carriera di Dossena (nel frattempo diventato padre di un figlio naturale, Walter) ha una svolta. Apre una bottega lungo la via Trionfale, non lontano dal Vaticano, primo dei diversi atelier romani. Si circonda di aiutanti e fa tutto alla luce del sole, cosa insolita per un falsario. Fa vita da bohémien, gira per osterie, tra i suoi compagni di bisboccia c’è anche Trilussa. Il suo talento viene notato da due antiquari, Alfredo Fasoli e Alfredo Pallesi, conosciuti dallo scultore in tempo di guerra. Alceo comincia a lavorare per loro che, con la complicità di Elio Volpi che ha agganci nel mercato americano, spediscono le opere di Dossena nei principali musei statunitensi, spacciandole per statue antiche. Ci cascano in tanti: storici dell’arte, curatori, collezionisti, tra cui Helen Frick, che poi farà deflagare il caso. Fasoli e Pallesi fanno soldi a palate, Dossena lavora come un matto e fatica a sbarcare il lunario, ignaro di tutto.

Cominciano però a circolare dubbi, voci, sospetti. Lo scandalo scoppia in Italia nel novembre del 1928 quando il Corriere della Sera rivela che uno scultore vivente ha venduto all’estero, per decine di milioni, numerose statue ‘antiche’. Il giorno dopo il giornale fa il nome di Alceo Dossena, esaltandone comunque la bravura. È qui che la vicenda assume toni grotteschi.

Dossena cita in giudizio Fasoli e Pallesi, che a loro volta lo denunciano per aver ingiuriato Benito Mussolini. Dossena rilancia, si affida a Roberto Farinacci che, solo due anni prima, ha difeso Amerigo Dumini, il carnefice di Giacomo Matteotti. I due antiquari vengono assolti per insufficienza di prove, mentre per Dossena comincia un periodo di gloria. Tutti lo vogliono, tutti lo esaltano, tutti esigono le sue opere e poco importa che nei musei gabbati le statue di Dossena finiscano a poco a poco nei depositi. Non dura molto: quando Dossena muore, nel 1937, i committenti sono spariti e lui è ricordato soprattutto per il processo. A distanza di oltre ottant’anni resta l’enigma di una personalità artistica complessa e non classificabile. Ha lasciato molti eredi, come sottolinea Bona nel suo saggio: i figli Alcide e Walter Lusetti, gli aiutanti Gildo Pedrazzoni, Patrizio Incarnati, i nipoti Dante Ruffini ed Ercole Priori, indirettamente Mario Coppetti e altri artisti protagonisti dell’arte cremonese dei primi decenni del Novecento.

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