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LEZIONE ALL'ADAFA IL 16 SETTEMBRE

Dante e Montale: il male di vivere ha versi antichi

L'immaginario del premio Nobel si è nutrito del lessico dantesco. L'approfondimento di Vincenzo Montuori

La Provincia Redazione

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28 Agosto 2021 - 14:13

CREMONA - È un anno di anniversari importanti, il 2021. È l’anno di Dante, innanzi tutto, morto di malaria a Ravenna nella notte tra il 13 e il 14 settembre di settecento anni fa. E si celebrano anche i quarant’anni dalla scomparsa di Eugenio Montale, morto a Milano il 12 settembre 1981. Ma non è questo sfiorarsi di date che importa, non sono le coincidenze mancate di un soffio a essere importanti. L’influenza che Dante ha avuto sul poeta Premio Nobel è nota. Approfondisce l’argomento Vincenzo Montuori, insegnante e poeta, che sul tema Modelli danteschi in Montale terrà una lezione all’Adafa il prossimo 16 settembre (ore 18).


di Vincenzo Montuori

Questo anno 2021 ci riserva la possibilità di realizzare due celebrazioni congiunte: il settecentesimo anniversario della morte di Dante (1321-2021) e il quarantennio di quello di Montale (1981-2021); e ciò non solo per quanto riguarda le iniziative dedicate ad ognuno dei due poeti ma anche relativamente alle indagini che si possono approntare in merito al rapporto tra i due e all’impronta che il magistero dantesco ha lasciato nell’opera del poeta più rappresentativo del nostro Novecento. Tale il senso del titolo assegnato al mio intervento che concerne non solo le connotazioni formali (soprattutto lessicali e stilistiche) che dalla fonte dantesca discendono fino al poeta premio Nobel, ma anche le tematiche e i personaggi (in particolare femminili) che Montale ricava dall’esempio dell’Alighieri.


vincenzo montuori

Vincenzo Montuori

LE PREMESSE
Bisogna, comunque, tener presente che Montale, come è stato dimostrato dagli studi di Pier Vincenzo Mengaldo sugli echi pascoliani, dannunziani e gozzaniani nelle sue poesie, è sempre molto parco nello svelare le sue fonti; e se lo fa, lo fa con modalità elusive, ammettendo a posteriori delle ‘ascendenze’ che i critici avevano già individuato e ipotizzato. Un atteggiamento del genere è rintracciabile nelle dichiarazioni che Montale ha concesso, fin da Intenzioni (Intervista immaginaria) del 1946, in un’occasione cioè che ci interessa da vicino: dopo aver collaborato con un intervento (Dante ieri e oggi) alle celebrazioni per il settecentesimo anniversario della nascita del poeta nel 1965, egli rilancia un’intervista abbastanza interessante, pur nel suo intenzionale understatement. Così dichiara Montale: «Devo dire che io, dopo aver letto giovanissimo la Commedia, l’ho lasciata poi da parte per parecchio tempo. Certamente, la sua lettura, sedimentata in me, ha avuto, per vie che è difficile definire, degli influssi».

Del resto, in quello stesso contributo, e a conclusione dei lavori del convegno del 1965, Montale aveva creato un percorso di lettura non solo esemplare dell’opera dantesca ma anche originale perché aveva coniugato l’indagine critica con una spiccata sensibilità poetica, fitta di implicazioni con la sua propria poesia.

Due, quindi, sono le facce del dantismo di Montale: quella dell’influenza linguistica e tematica di Dante nella sua produzione in versi e quella dell’impegno di interpretazione dell’opera dantesca. Il problema allora sarà: quanto Dante abbia contato nell’esperienza di Montale e quanto il poeta genovese abbia contribuito all’esegesi dell’opera dantesca (ma quest’ultimo non è argomento che si possa sviluppare in questa sede). I prestiti e i prelievi lessicali danteschi nei versi di Montale sono stati accuratamente censiti dalla critica, ma certo più significativi per stabilire il senso dell’opera dantesca nella visione del mondo di Montale risulteranno gli echi e le suggestioni figurative e tematiche. Per esaminare un testo esemplare in questo campo, si prenda, da Ossi di seppia, una delle composizioni più antiche, Meriggiare pallido e assorto; premesso che il poeta esordiente già scarta la manifestazione soggettiva del sentimento per proiettarla sull’orizzonte paesaggistico, riproduciamo il testo per evidenziarne le fonti dantesche:


Meriggiare pallido e assorto/presso un rovente muro d’orto,/ascoltare tra i pruni e gli sterpi/schiocchi di merli, frusci di serpi.// Nelle crepe del suolo o su la veccia/spiar le file di rosse formiche/ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano/a sommo di minuscole biche.// Osservare tra frondi il palpitare/lontano di scaglie di mare/mentre si levano tremuli scricchi/di cicale dai calvi picchi.// E andando nel sole che abbaglia/sentire con triste meraviglia/com’è tutta la vita e il suo travaglio/in questo seguitare una muraglia/che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Intanto i «pruni e gli sterpi» del verso 3 discendono dai versi 32 e 37 del canto XII dell’Inferno, quando Dante, trovandosi nella selva dei suicidi, dopo aver colto «un ramicel da un gran pruno» ne sente uscire una voce (quella di Pier delle Vigne) che esclama: «Uomini fummo ed or siam fatti sterpi». Ma ancora: l’immagine delle «rosse formiche» del verso 6 rimanda a ciò che si legge nel canto XXVI del Purgatorio (il canto dei lussuriosi) ai versi 34-36. L’incontro tra due schiere di lussuriosi è così descritto: «Così per entro loro schiera bruna/ s’ammusa l’una con l’altra formica/ forse ad espiar lor via e lor fortuna». In Dante espiar vale per «chiedere informazioni sulla via da percorrere» mentre in Montale spiar vuol dire «osservare attentamente». E infine: gli «scricchi» montaliani rimandano a un luogo dell’Inferno (canto XXXII dove sono collocati i traditori della zona Caina ed Antenora) dove, per indicare lo spessore del lago ghiacciato di Cocito in cui sono immersi i traditori, si dice che tale spessore era così solido che non avrebbe «pur dell’orlo fatto cricchi». Ora far cricche nel toscano gergale indica il suono di una superficie dura che si incrina e si rompe producendo un suono simile a quello del frinire delle cicale.

In sostanza, già da questi pochi esempi, si capisce come Dante offra al giovane poeta un repertorio espressivo e figurativo da utilizzare in situazioni poetiche affatto diverse e gli dischiude una prospettiva semantica dalla quale egli possa trovare le parole per dire il suo moderno «male di vivere». In questo modo la modernità poetica si rispecchia nella testimonianza suprema del modello, per raccontare la coscienza infelice dell’uomo contemporaneo, così come Dante aveva raccontato, a partire dall’inferno del suo presente, l’itinerario verso una possibile redenzione che per Montale diverrà, come vedremo, impossibile, se non nell’ottica di un miracolo. E Montale esce in un’affermazione che sembra una sorta di confessione, nel suo discorso del 1965, quando dice che la voce di Dante può giungere «a tutti come mai forse avvenne in altri tempi e come forse non sarà più possibile in futuro, così che il suo messaggio può toccare il profano non meno che l’iniziato, e in modo probabilmente del tutto nuovo».

I MODELLI IN MONTALE
Nel costruirsi un proprio linguaggio poetico e un proprio stile, Montale non aderisce alla linea predominante tra gli anni Dieci e i Venti del Novecento, che coniugava gli influssi più tardivi del pascolismo e del dannunzianesimo con le nuove proposte della ‘poesia pura’ e del frammento di matrice ungarettiana. Piuttosto, egli sembra incline a riutilizzare gli stilemi discorsivi del crepuscolarismo alla Gozzano o l’attento descrittivismo in chiave localistica dei poeti della ‘linea ligure’ che era emersa nel primo Novecento, collegandosi soprattutto a Camillo Sbarbaro, il più sperimentale di quei poeti, che ebbe un certo influsso sul poeta di Genova con i versi di Resine (1911) e di Pianissimo (1914).

Tali influssi si sposano con il magistero dantesco che il giovane poeta assorbiva come lettore della Commedia, producendo dei frutti già a livello di Ossi di seppia: mi riferisco ancora a Meriggiare pallido e assorto che abbiamo esaminato a livello di fonti e che è comunque esemplare anche per quanto riguarda le opzioni fonico-lessicali: per questo ultimo aspetto, se consideriamo le allitterazioni aspre dei versi 3-4, si capirà che ci troviamo di fronte a un echeggiamento di certi profili allitteranti su suoni consonantici tipici di alcuni settori dell’Inferno («le rime aspre e chiocce»). Ma ciò è vero per tutto il testo e per altre composizioni del libro di esordio.

In sostanza, già da questo primo approccio, si capisce come il giovane poeta si ponga nei confronti del modello dantesco, laddove l’antico poeta fornisce a quello moderno le parole per rappresentare «il male di vivere» e il disagio della civiltà contemporanea. Così, come Dante ha raccontato, a partire dall’inferno del suo presente, l’itinerario verso una possibile redenzione, Montale, sulle basi del modello dell’Alighieri, costruisce un itinerario che individua l’eventuale redenzione solo nell’ottica di un miracolo.

Se inquadriamo Montale come lettore di Dante a mezzo secolo di distanza dalle prime prove del poeta premio Nobel, tra il 1916 e il 1966, capiamo il senso dell’affermazione che abbiamo letto in clausola al paragrafo precedente sul valore della voce di Dante.

Del resto, l’esempio dantesco, almeno per quanto riguarda gli stilemi formali (ci occuperemo più avanti delle influenze tematiche dantesche), si impone meglio in corrispondenza delle prove più ardue e più dissonanti della scrittura poetica montaliana: si pensi a un testo come Cigola la carrucola del pozzo con le sue allitterazioni dure o ad alcune composizioni de Le occasioni dalla sezione Mottetti: Addii, fischi nel buio, cenni, tosse o «Il saliscendi bianco e nero/dei balestrucci» o ancora «Il ramarro, se scocca/sotto la grande fersa/delle stoppie…». In tali casi, la ricerca di un trobar clus, caratterizzato da un lessico aspro e da costrutti volutamente intricati, ci rimanda alla lezione dei canti infernali di Malebolge. Il modello dantesco, inoltre, si impone per le suggestioni lessicali e fonetiche in alcune sezioni de La bufera e altro; in quel libro la rivisitazione memoriale delle dittature fascista e nazista viene inserita in un quadro di reminiscenze dalla Commedia: è il caso de La primavera hitleriana (si leggano i versi 8-9: «Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale/tra un alalà di scherani…») e soprattutto si vada a rileggere Piccolo testamento, con quella figurazione di Lucifero che tanto ricorda il Satana del canto XXXIV dell’Inferno, ai versi 16-19: «e un ombroso Lucifero scenderà su una prora/del Tamigi, del Hudson, della Senna/scuotendo l’ali di bitume semi-mozze dalla fatica, a dirti: è l’ora».

Si ricordi, infine, Il sogno del prigioniero con la sua sequela di «girarrosti» e di «bruciaticcio/dei buccellati dai forni…», che ci rimandano ad un’atmosfera infernale ma, allo stesso tempo, alludono a quella di un campo di sterminio in un regime totalitario, quasi come se l’orizzonte delle stragi naziste fosse la rappresentazione plastica e l’inveramento dell’incubo dantesco del regno dei dannati.

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