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MONTEVERDI FESTIVAL

Nella «fabula» di Orfeo il teatro si fa in musica

Al Ponchielli tanti applausi all’allestimento «cremonese» di Cigni con la direzione di Greco

Nicola Arrigoni

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narrigoni@laprovinciacr.it

19 Giugno 2021 - 08:22

CREMONA - Sul red carpet le sagome del divin Claudio accolgono gli spettatori per la grande soirée dell’apertura del Monteverdi Festival con l’Orfeo, firmato dalla regia di Andrea Cigni e con la direzione musicale di Antonio Greco. Il caldo e la luce abbagliante di una sera di giugno già estiva sono stati esaltati dallo squillar di trombe che all’esterno del teatro hanno accolto il pubblico elegante della prima. E il ricordo – per i più anziani – va al Recitarcantando che proprio con le trombe dell’Orfeo faceva iniziare ogni suo appuntamento. Anche per questo il Monteverdi Festival al suo debutto si candida a voler essere il festival della città che guarda al mondo. Foto di rito nel foyer fra i vigili in alta uniforme, selfie sul tappeto rosso con le sagome di Monteverdi, concepite dal cremonese Guido Buganza. Bella la divisa delle maschere con la maglietta del festival, e il volto del divin Claudio che ammicca incorniciato dalla grande M. 

Nelle partiture monteverdiane c’è tutto o quasi quello che verrà dopo, c’è il pop ma anche il jazz, c’è la consapevolezza che i madrigali e le storie operistiche erano l’intrattenimento colto e popolare al tempo stesso del tempo

Nel gioco dello stupore barocco fa il suo ingresso del fondo della platea, inattesa, la Musica (Roberta Mameli) che invece di una lira tiene in mano un grande libro… un libro da sfogliare e che promette di raccontare come il mito di Orfeo e l’opera monteverdiana contengano in sé la tradizione e l’innovazione del grande melodramma. Cigni fa in scena quello che Antonio Greco in una pausa delle prove, al caffè del teatro, ha detto della musica del grande compositore cremonese: «Nelle partiture monteverdiane c’è tutto o quasi quello che verrà dopo, c’è il pop ma anche il jazz, c’è la consapevolezza che i madrigali e le storie operistiche erano l’intrattenimento colto e popolare al tempo stesso del tempo». In questo senso l’Orfeo di Cigni sembra voler essere il motu primo che ha dato il via al grande spettacolo del melodramma, ma anche del cinema: si parte infatti dal grande dramma pastorale per arrivare alle citazioni della grande fabbrica dei sogni del XX secolo. Per questo il libro che imbraccia la Musica è non solo il libro della favola Orfeo ed Euridice e del loro amore oltre la morte, ma è anche storia che s’innerva nella tradizione del teatro musicale e del melodramma che dalla corte dei Gonzaga parte per diffondersi in tutta Europa. Ed è questa doppia chiave di lettura: storica e metastorica che caratterizza la regia di Cigni e la direzione di Antonio Greco. Andrea Cigni – complici le bellissime scene e i ricchi costumi di Lorenzo Cutùli – costruisce un racconto che procede su due binari: da un lato l’evocazione del contesto festivo e fabulistico dell’Orfeo monteverdiano e dall’altro le conseguenze che quell’invenzione teatrale ebbe. Così se pure si ritrovano gli elementi della favola, i pastori, la discesa nell’Ade dal sapore dantesco, l’ascesa al paradiso/Olimpo di un Orfeo (potente e in parte Mauro Borgioni, un Orfeo prestante e generoso nella vocalità ) assurto al cielo da Apollo (Luca Cervoni), come Dante con Beatrice, tutto ciò si intreccia con continui richiami alla storia dell’opera che si ritrovano nei costumi di alcuni personaggi per cui basta un vistoso collo a raggiera per richiamare alla mente la Regina della Notte di Mozart, o ancora un ombrellino di foggia giapponese per far pensare alla Madama Butterfly, o ancora una certa oscurità degna del Macbeth di Verdi, per non dire di un’ Euridice (Cristina Fanelli) che nell’addio al suo Orfeo è una citazione di Francesca da Rimini di Sarah Bernhardt, ma anche a una ottocentesca Violetta. In realtà i richiami visivi sono molteplici e si spazia dal Dracula di Bram Stoker nella versione di Francis Ford Coppola a Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick. Ben assortito il cast giovane ed espressivo insieme ai già citati anche Giuseppina Brindelli, Alessandro Ravasio, Davide Giangregorio e i pastori Raffaele Giordani, Roberto Rilievi e Danilo Pastore, Guglielmo Buonsanti, le ninfe Paola Cialdella e Isabella Di Pietro e gli spiriti infernali Roberto Rilievi e Renato Caldel. In questo disegno la direzione di Antonio Greco e dell’Orchestra e Coro del Monteverdi Festival Cremona Antiqua, con l’apporto del direttore del coro Diego Maccagnola, sa offrire un’esecuzione attenta alla prassi barocca e in dialogo con l’allestimento. In tutto questo il cast di cantanti appare in sintonia con una lettura registico/musicale ricca e pensata che soddisfa gli amanti della prassi filologica come i melomani e si propone come un classico, ma per nulla polveroso.

Alla fine è un trionfo di applausi: per oltre cinque minuti l’intero cast viene premiato da un pubblico caloroso ed entusiasta. Successo per l’Orfeo cremonese di Andrea Cigni e per un festival che crede fermamente che Monteverdi sia il testimonial internazionale della città dei violini. Ora bisogna lavorare perché il mondo e l’Italia se ne accorga, magari facendo sì che la politica aiuti la kermesse a diventare festival di interesse nazionale.

FOTOGALLERY: FOTOLIVE/SALVO LIUZZI

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