L'ANALISI
19 Marzo 2026 - 05:20
TORRE DE' PICENARDI - Un bobbista quasi per caso, un centinaio di discese nelle piste di mezza Europa, rannicchiato su missili d’acciaio che sfrecciano ben oltre i 100 chilometri all’ora in un tunnel a cielo aperto fatto di ghiaccio, curve paraboliche e scariche di adrenalina.
Adriano Guarneri, 67 anni di Torre de’ Picenardi ed ex docente di Educazione fisica, è stato un bobbista della nazionale italiana tra il 1979 e il 1981 e ha toccato con mano l’emozione di essere convocato (come riserva) nell’equipaggio italiano selezionato per le Olimpiadi invernali del 1980 che si sono svolte a Lake Placid negli Stati Uniti.
Ma come si fa a nascere e crescere nel bel mezzo della Pianura Padana e dedicarsi a uno sport così lontano dal nostro paesaggio quotidiano?
«Il mio grande amore sportivo – racconta Guarneri – è sempre stata l’atletica leggera. Ero un velocista e il mio miglior tempo sui 100 metri è stato 10,7 secondi. Nella categoria Allievi avevo il record provinciale con 10,9 che ha resistito per circa 15 anni. Il mio allenatore era Giobatta Gandolfi, conosciutissimo a Cremona, ed era in contatto con Ernesto D’Ilario, tecnico della nazionale di bob, e gli fece il mio nome. La Federazione Italiana Sport Invernali faceva reclutamento tra i velocisti e i pesisti per la spinta iniziale che deve avere il bob. Non sapevo nulla della segnalazione, ma nel luglio del 1979 arrivò la convocazione. Ero in vacanza al mare a Grado con Simone (Lottici, ex professionista e allenatore di basket, anche lui di Torre de’ Picenardi, ndr) e mi telefona mia mamma per dirmi che era arrivata una raccomandata dalla Fisi. Era la convocazione al centro di preparazione olimpica all’Acqua Acetosa a Roma».
Quindi risponde alla convocazione?
«Sì, mi sono detto ‘Provo’. I raduni e gli allenamenti erano una settimana al mese, poi gli atleti selezionati iniziarono con le gare ufficiali. All’Acqua Acetosa era stata costruita la simulazione della parte iniziale di una pista da bob e ci allenavamo esclusivamente sulla spinta. La selezione è andata bene e mi sono ritrovato a ottobre a fare la prima gara ufficiale a Winterborg, in Germania. Era la prima volta che scendevo in bob. Ne ho fatte un centinaio e mi sono anche ribaltato tre, quattro volte».
Che sensazione era andare in bob?
«Le prime 20 discese non me le sono proprio godute. Rannicchiato nel bob dovevo solo stare attento ad accompagnare col corpo le curve, come si fa quando si va in moto. Poi mi sono adattato ed era una botta di adrenalina incredibile scendere in pista. A Cortina si arrivava a 130 chilometri all’ora, ma c’erano piste più veloci dove si potevano toccare i 160 come quella di Lake Placid. I bob di allora erano molto rumorosi e qualche botta durante la discesa si prendeva per la velocità e la repentinità nell’affrontare le curve. I bob erano costruiti da due artigiani di Cortina che li fornivano a tutte le squadre europee. Si chiamavano Podar e Siorpaes, che era stato un bobbista ai tempi di Eugenio Monti. Loro avevano due officine e li facevano loro. Poi la Germania Est, che insieme alla Svizzera in quegli anni dominava la disciplina, iniziò a costruirseli, apportando alcune innovazioni all’avanguardia per l’epoca, come gli ammortizzatori indipendenti su ogni pattino e rendendoli meno rumorosi e più ‘comodi’. In quegli anni a Cortina c’era un bel giro di atleti con tante gare, come i campionati di terza categoria e juniors, che nel bob prevedono atleti fino a 25 anni. Chi vinceva i campionati italiani conquistava il diritto ad andare in Nazionale».
E quando si è ribaltato?
«Fortunatamente è sempre andata bene, solo qualche contusione. Si scendeva con solo la tuta da bob, con sotto solo le mutande. In caso di ribaltamento si appoggiava la spalla sulla pista, prendendo botte, e con lo sfregamento sulla pista, non troppo liscia, anche abrasioni. La protezione della sola tuta non era molto efficace, allora ci pensavamo noi a tutelarci un po’ di più: mettevano le gomitiere da hockey e sulle spalle, sotto la tuta, le salviette dell’albergo piegate in due o quattro. Inoltre si passava dal caldo intenso al freddo intenso. Quando si scendeva, a Cortina spesso di sera, c’erano meno 10, 12 gradi e per rispettare i severi limiti di peso del bob – a inizio gara c’era sempre la pesatura e se si usciva di un solo grammo dal peso consentito, scattava la squalifica – ci si vestiva con la sola tuta da slittinista. Si arrivava al traguardo accaldati e ti toglievi subito la tuta. Si stava benissimo. Il problema era che la tua roba restava alla partenza, quindi dovevi aspettare il trattore che riportava all’inizio della pista. Il trattore, però, ripartiva quando era carico, almeno 4 bob, e se eri stato il primo bob dei quattro a scendere, dovevi aspettare e intanto ti ghiacciavi. Mi ricordo che a Cortina, più di una volta, nell’attesa mi si formavano i cristalli di ghiaccio ai baffi».
La federazione faceva un gran lavoro?
«Sì, e secondo me è un altro aspetto interessante che si collega anche alle recenti polemiche sulla nuova pista di Cortina per le Olimpiadi Milano-Cortina sui soldi che hanno speso per 21 atleti italiani di bob. Ai miei tempi, e per quello che ne so anche adesso, la federazione faceva un lavoro di reclutamento attingendo atleti da altre discipline. Adesso, da quello che ho visto, i componenti degli equipaggi vengono tutti dalle società sportive militari che formano i frenatori e gran parte dei piloti. Tra l’altro, nel caso dei piloti è necessario formarli in pista».
Lei che ruolo aveva?
«Nel bob a 4 ero interno in seconda o terza posizione. Erano intercambiabili e non c’erano postazioni fisse. Nel 2 ero il frenatore. Eravamo un gruppo affiatato e con me c’erano Luigi Pulone, che poi è diventato astrofisico, Daniele Galli di Faenza che era un discobolo, Giulio Sorice di Caserta, che arrivava dal salto in lungo, e l’altoatesino Edmund Lanziner che era un pesista».
Chi erano i più forti?
«Adesso sono i tedeschi, che anche alle ultime Olimpiadi hanno fatto primo, secondo e terzo posto nel bob a 2 e primo, terzo e quarto posto nel bob a 4, mantenendo una tradizione che parte da lontano, anche grazie alle tre piste che, da anni, hanno a disposizione per gli allenamenti. Negli anni in cui ero bobbista e con la costruzione in proprio del bob la Germania Est era cresciuta, diventando molto competitiva, ma quelli che vincevano veramente tutto erano gli svizzeri Erich Schärer e Josef Benz, veramente di un altro pianeta. Li mettevano in fila tutti e Germania Est e Germania Ovest, altre due squadre fortissime, si dovevano accontentare del secondo e terzo posto».
Qual è stato il suo risultato migliore?
«Il mio risultato migliore è stato una gara a Winterberg in Germania nel bob a 4 in cui siamo arrivati, credo, decimi. Nel bob a 2 in una gara in Romania siamo arrivati terzi o quarti, ma io non sono sceso, perché ero riserva. Poi ho partecipato agli Europei a St. Moritz».
E poi c’è stata la convocazione per le Olimpiadi di Lake Placid del 1980.
«Sì, sono stato convocato come riserva del secondo equipaggio italiano del bob a 4, ma per mancanza di fondi la Fisi tagliò proprio il secondo equipaggio e, quindi, restammo a casa. Rimane però la grande soddisfazione di aver ricevuto la convocazione per una grande manifestazione come le Olimpiadi invernali e di aver fatto parte degli equipaggi più forti d’Italia».
Da ex bobbista cosa prova nel vedere la pista di Cesana Torinese costruita per le Olimpiadi di Torino 2006 chiusa e prossima allo smantellamento?
«Il bob è uno sport costoso per organizzazione e strutture. Quando gareggiavamo avevamo la responsabilità della manutenzione e, per esempio, passavamo 2, 3 ore al giorno alla lucidatura dei pattini. La pista di Cesana Torinese ha costi elevatissimi: energia per mantenerla, manutenzione, riparazioni, ammortamenti. E’ un vero peccato, perché anche per le Olimpiadi di Milano-Cortina era già pronta. Inoltre i bobbisti italiani avrebbero avuto una pista in più per gli allenamenti, ma costa meno mandare 10 persone per una settimana in Germania, Svizzera o Austria che mantenere una pista».
Dopo due anni di bob ha detto basta?
«Sì, ho finito l’Isef e ho iniziato a insegnare e di conseguenza diventava un po’ complicato avere i permessi con la scuola, anche se essendo nazionale mi spettavano. Inoltre, oggettivamente, stavano arrivando atleti più forti di me ed era giusto che fossero loro a salire sul bob. Non ho avuto una carriera bobbistica straordinaria, però è stato divertente, adrenalinico e anche prestigioso».
Segue ancora il suo primo amore: l’atletica leggera?
«Sì, molto. Stiamo attraversando un bel periodo, con tanti atleti di livello internazionale. E molti di loro sono italiani di seconda generazione, perfettamente integrati, forse grazie proprio allo sport. E mi fa solo piacere, perché è da stimolo per tutto il movimento dell’atletica leggera».
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