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LA CELEBRAZIONE

Giovedì santo, il vescovo: «Sentiamo nostalgia della pace»

La toccante omelia di Antonio Napolioni alla messa crismale: «Non possiamo domandarla e non pagarne il prezzo».

Gianpiero Goffi

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redazione@laprovinciacr.it

15 Aprile 2022 - 05:10

CREMONA - La consapevolezza che non c’è pace senza grazia, la fedeltà a Dio e agli uomini, la luce e le molte croci, la necessità di vincere la sfiducia, la relazione fra la comunità ecclesiale e i giovani, l’affetto e il sostegno reciproco fra i sacerdoti. Sono stati alcuni dei punti toccati ieri mattina in Cattedrale dal vescovo Antonio Napolioni in un’omelia densa ed essenziale, rivolta innanzitutto al presbiterio diocesano convenuto, come ogni Giovedì Santo, per la messa crismale, così chiamata perché in essa vengono benedetti l’olio degli infermi, quello dei catecumeni e il sacro crisma che servirà, ha preannunciato monsignor Napolioni, anche per la prossima consacrazione del nuovo altare del Duomo.

Nella messa, che è stata di nuovo introdotta (come avveniva fino al 2019) dalla processione, partita dal Palazzo vescovile, dei seminaristi, dei diaconi e dei concelebranti (con loro il vescovo emerito Dante Lafranconi), sono stati particolarmente onorati e ringraziati i preti che ricordavano uno speciale anniversario di ordinazione, quelli ammalati, lontani e in missione, e i tre «consegnati alla pace eterna» nell'ultimo anno (don Giuseppe Giori, don Cesare Perucchi e don Stefano Bonfatti). Riprendendo le parole dell’apostolo Giovanni nell’Apocalisse («Grazia e pace da Gesù Cristo, il testimone fedele...») il presule ha osservato che «tutti attendono la pace come grazia di Dio o degli uomini. In questa parte del mondo ci eravamo abituati e ne abbiamo nostalgia. La chiediamo oranti a Dio onnipotente nella misericordia, mentre guardiamo trepidi alle scelte dei miserabili potenti della terra».

«Fedeltà a Dio e agli uomini – ha detto nel successivo passaggio – è la bussola vivente che l’incarnazione del Verbo dà alla Chiesa, a noi sacerdoti, come aurea regola pastorale» ma riposa sulla certezza che «Dio è fedele, non si dimentica di noi, non si stanca, si commuove ancora, esercita la sua signoria anche in questo tempo, drammatico e salvifico...». Il cambiamento epocale, la pandemia, la guerra, le divisioni tra i cristiani mettono duramente alla prova: «E davanti al male e al peccato si offre ai cristiani l’alternativa già posta da Fedor Dostoevskij: la forza o l’umile amore». Il vescovo è andato poi alle immagini e alle radici della guerra: «La via lucis è costellata di tante croci, piccole e grandi. Come vorremmo ridar vita ai bambini massacrati sotto le bombe, in Ucraina e nelle altre guerre nascoste sul pianeta, come a quelli che mai hanno visto la luce, in tante storie di amara solitudine!». E ha messo in guardia anche da «una strisciante mentalità di inesorabile declino, di pessimismo e sfiducia che può facilmente insinuarsi anche nelle nostre comunità cristiane».


Un tratto caratterizzante della pastorale di Napolioni è la cura dei giovani e una conferma è venuta ieri: «I tanti ragazzi che sono tornati a riempire le piazze per reclamare salute della terra e pace sono destinatari privilegiati della grazia di Dio che ha in serbo per loro autentica bellezza e felicità duratura»; tocca alla Chiesa andarli a cercare, intercettarne i desideri profondi, accompagnarli e valorizzarli: «Altrimenti resteranno principini narcisisti frustrati dalle illusioni mondane e noi piangeremo una distanza crescente dalla gente di domani». Nel pomeriggio monsignor Napolioni è sceso in Duomo per la seconda celebrazione del Giovedì santo, quella In Coena Domini, che ricorda il dono dell’Eucarestia da Gesù ai discepoli come «potente farmaco di immortalità». Oggi, Venerdì Santo, alle 18 l’Azione liturgica della Passione e morte del Signore mentre alle 21 torna, dopo due anni, la processione con la Sacra Spina. In vista della Pasqua, l’augurio del vescovo: «Non possiamo chiedere la pace e non pagarne un po’ il prezzo. Dobbiamo convertirci, rinnovarci, osare, essere migliori. E non aver paura di fare un passo in più».

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