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Domenica 04 Dicembre 2016

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DIRITTO DI CRITICA

Operette Morali, le recensioni degli studenti

Operette Morali, le recensioni degli studenti

Operette Morali al Ponchielli

CREMONA - Nuovo appuntamento con Diritto di Critica. Gli studenti delle scuole cremonesi si sono cimentati con la recensioni de le Operette Morali di Mario Martone. Lo spettacolo è andato in scena al Ponchielli martedì 11 marzo

STEFANO FRATI 4 LICEO CLASSICO VIDA - «Dicono i poeti che la disperazione ha sempre nella bocca un sorriso», scrive Leopardi nelle sue celebri Operette morali, e di certo lo spettacolo tratto proprio da questo capolavoro, per la regia di Mario Martone, alterna calde risate a silenzi disperati. Il numeroso pubblico del Ponchielli, infatti, ha potuto apprezzare alcune scene a dir poco geniali, che sincronizzano argomenti filosofici e situazioni comiche, ad esempio tramite la compresenza di gridolini spaventati e di riflessioni sulla morte nell’episodio del Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, mentre altre dimostrano estrema pesantezza, tanto che lo spettatore rinuncia a seguire l’opera per adagiare il capo su una spalla fraterna, cosa che si è tentati di fare durante il lungo, benché necessario, monologo iniziale sulla storia del genere umano. Oltretutto, l’assenza di movimento spegne l’attenzione degli spettatori meno determinati, pur essendo la recitazione tutt’altro che pessima: si distingue in questo campo Iaia Forte, che scuote dal torpore la platea con la sua splendida interpretazione della Moda; anche Paolo Graziosi dimostra nel corso dell’intero spettacolo una bravura recitativa non indifferente; Totò Onnis e Barbara Valmorin, invece, non convincono molto, forse oscurati dai colleghi più abili. La prova artistica di Giovanni Ludeno (che, tra gli altri, impersona Momo), di Roberto De Francesco (Leopardi stesso, o anche l’islandese) e di Renato Carpentieri (Tasso, Prometeo, Atlante, Mummia e non solo) dimostra una buona dose di talento che appaga gli occhi del pubblico. La scenografia, essenziale, contiene diversi spunti di riflessione: ad esempio, nel dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez, la vela della nave riporta disegni di studi e progetti, simboleggiando così l’ingegno dell’uomo che lo guida a conoscere realtà nuove. Sempre con lo scopo di preservare le affascinanti speculazioni leopardiane il testo originale viene rispettato fino all’eccesso, mantenendo una lingua in parte arcaica; questo, tuttavia, contribuisce a rendere lo spettacolo ancora più difficile a seguirsi. In breve, le Operette morali risultano essere uno spettacolo poco teatrale, in quanto i lunghi dialoghi soffocano l’azione, ma questo difetto viene compensato da una profondità di contenuti.

ANDREA BERGONZI 5 LICEO SCIENTIFICO - La vanità della vita, velata da mille illusioni, alla disperata ricerca di una felicità infinita che passa attraverso il molteplice materiale; il fallimento del secolo decimo nono, “secol superbo e sciocco”, e la caduta dei grandi miti, tra cui il progresso, la scienza, la tecnologia; poi la morte, la moda, la poesia: in due parole le “Operette morali” leopardiane, portate in scena in serata unica. Scarsa l’interpretazione registica di Martone, di cui resta profondamente evidente, tuttavia, l’ interessante selezione delle operette più significative (sul palco 14 delle 24 totali), segno della sua intenzione di preservare la meravigliosa e straordinaria capacità espressiva e linguistica del grande filosofo, letterato ed intellettuale ottocentesco. Erroneamente si considera Leopardi solo per il suo spiccato ed evidente pessimismo, tralasciando e dimenticando che la sua produzione sia decisamente più profonda e variegata, ricca di osservazioni, tematiche e riflessioni che permettono di definire tale genio il primo dei moderni. D’altra parte si tende anche a “evitare” le operette morali, perché particolarmente ostiche dal punto di vista linguistico e contenutistico, a riprova della complessa sensibilità e capacità leopardiana. Ecco, lo spettacolo è magnifica e coinvolgente messa in scena di tali sensibilità e capacità. Il pubblico è investito da emozioni e sentimenti differenti (anche il riso), come se il testo originale avesse direttamente preso vita e con lui il suo autore, non a caso in scena con gli altri protagonisti nei panni dei suoi alter-ego fittizi. Gli attori si presentano adeguatamente travestiti e truccati; sullo sfondo una scenografia non eccessivamente costruita e un’atmosfera ben studiata con musiche, suoni, giochi di luci particolari capaci di creare un effetto di sospensione temporale: la scena sembra accogliere le vicende dei vari personaggi, alcuni reali, taluni inventati, altri mitici e altri ancora allegorie, in una commistione fiabesca e grottesca, ma molto stimolante ed efficace. Insomma un tributo di tutto rispetto ad un grande del panorama culturale italiano, riportato sul palcoscenico senza grandi stravolgimenti interpretativi ma “solo”per il suo essere il primo grande autore moderno italiano.

BEATRICE GHIGI 5 LICEO SCIENTIFICO - L'11 Marzo, il teatro A. Ponchielli, ha ospitato sul suo palcoscenico alcuni dei personaggi storici, mitologici e fantastici che popolavano la mente geniale del poeta Giacomo Leopardi. Il regista Mario Martone, infatti, è riuscito a proporre al pubblico in modo accattivante e per nulla pesante, alcune delle operette morali più conosciute ed apprezzate. Non si tratta di testi tipicamente "teatrali" in senso classico, eppure pensati come una commedia dalla lingua viva e dalla struttura così moderna da poter suggerire una profonda correlazione tra il secolo di Leopardi e il nostro. Sin dall'apertura del sipario il pubblico ha mostrato apprezzamento per lo spettacolo, tuttavia ritengo che la regia, scegliendo di mantenersi fortemente legata ai testi originali, abbia corso (se pur con risultato positivo) il grande rischio di non lasciar trapelare questa forte relazione tra il passato e l'oggi. Decisivi, in ogni caso, per la riuscita dello spettacolo sono stati la costumista Ursula Patzak e lo scenografo Mimmo Paladino; quest'ultimo, in particolar modo, è riuscito ad esaltare, senza oscurare eccessivamente, la trama di ogni operetta, incorniciando gli attori in scenografie sobrie ma efficaci. Particolarmente apprezzate sono state "Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie" e "Cantico del gallo silvestre" che vedono protagonisti rispettivamente Totò Onnis e Paolo Musio. Gli applausi al termine della serata non sono tuttavia mancati a nessun attore della compagnia, al contrario il pubblico si è dimostrato più che soddisfatto dello spettacolo, il quale ricordo essere già stato insignito di molteplici premi tra i quali il premio Ubu per il teatro 2011 per la regia, il premio La Ginestra 2011 per la regia e, infine, il premio dello spettatore 2012.

CAMILLA MALAGGI 5 LICEO SCIENTIFICO - Si apre il sipario e il palco è occupato da un attore nei panni di Giove narrante la “STORIA DEL GENERE UMANO”, seguito poi dall’ingresso di altri personaggi dalle quinte e dal fondo della sala ad animare lo spettacolo. Le OPERETTE MORALI, in scena martedì 11 marzo 2014 al Teatro A. Ponchielli, lasciano parlare l’autore Giacomo Leopardi grazie alla scelta di non variare la lingua dei testi presi in considerazione. Una scelta di grande rispetto e di ammirazione nei confronti del poeta, ma dov’è il pubblico? Senza dubbio, sebbene la durata della rappresentazione fosse stata ridotta, è impensabile credere che chi non fosse stato a conoscenza gli scritti di Leopardi avrebbe potuto comprendere ed apprezzare lo spettacolo; rimane inoltre una perplessità sul lavoro del regista che sembra essersi limitato a scegliere parti delle Operette e ordinarle logicamente. Al contrario sono ammirabili e sorprendenti le scenografie: dall’imponente scultura della Natura nel “DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE”, all’enorme vela del “DIALOGO DI CRISTOFORO COLOMBO E DI PIETRO GUTIERREZ”. Queste rappresentano l’elemento interessante ed innovativo dello spettacolo che altrimenti sarebbe stato anonimo e, probabilmente, troppo impegnativo da seguire. Nessuna critica nei confronti dei nove attori che si sono rivelati a proprio agio e assolutamente preparati nell’interpretazione dei testi. Di questi ultimi si apprezzano i toni e la versatilità di rappresentare personaggi anche molto diversi tra loro. L’idea molto originale di portare Leopardi a teatro forse sarebbe dovuta essere accompagnata da una scelta diversa della regia o dalla selezione di un pubblico più preparato per rendere scorrevole e fino in fondo apprezzabile la rappresentazione.

ELENA SARTORI 3 LICEO SCIENTIFICO VIDA - L’11 marzo al Teatro Ponchielli di Cremona è stata messa in scena la rappresentazione delle Operette morali di Giacomo Leopardi con la compagnia della Fondazione del Teatro Stabile di Torino. La regia è di Mario Martone con la collaborazione di Renato Carpentieri, Roberto De Francesco, Iaia Forte, Paolo Graziosi, Giovanni Ludeno, Paolo Musio, Totò Onnis, Barbara Valmorin, Victor Capello. Lo spazio reale è quello della biblioteca del padre del poeta a Recanati, scena in cui prendono vita i fantasmi che accompagnano i giorni e le notti di Leopardi e che popolano le pagine delle Operette Morali: sono dèi, spiriti, uomini d’ingegno, filosofi antichi e moderni che si susseguono per dare vita alle riflessioni del poeta. Le Operette morali raggruppano tutti i racconti che scrisse Leopardi in un’unica raccolta, così intitolata. Lo spettacolo è stato diviso in due parti e la maggior parte delle Operette rappresentate consiste in dialoghi. I temi sono la natura, la morte, i vizi e le infamie non degli uomini, ma dell’ “uomo”, i principi fondamentali della calamità e della miseria umana, gli assurdi della politica, lo stato delle nazioni e le sconvenienze appartenenti alla morale universale e alla filosofia. Questi temi sono rappresentati e affrontati con un’ alternanza di razionalità e immaginazione puramente fantastica: si rende concreto ciò che concreto non è personificandolo (ad esempio la Moda, la Natura, la Luna …) e si rendono comici argomenti di sé tristi (ad esempio la morte, l’angoscia …). Il pubblico sembra aver gradito questo spettacolo, anche se un po’ difficile, soprattutto per i più giovani che non conoscono l’autore e non sono abituati alla rappresentazione di opere teatrali del passato, e perché si parlava nella lingua dell’800, anche se c’erano delle battute che permettevano al pubblico di ridere. Molto bravi gli attori che, nonostante la lingua non facilmente accessibile a tutti, hanno permesso la comprensione grazie alla recitazione, e bella la regia, che ha rispettato il testo originale evitando di rappresentarlo nel contemporaneo come oggi è tanto di moda e facendolo comunque apprezzare la sua modernità.

FEDERICA TORCHIANA 4 LICEO SCIENTIFICO VIDA - Le Operette Morali di Giacomo Leopardi sono state messe in scena al teatro Ponchielli l'11 marzo sotto la regia di Mario Martone. La scelta di rappresentare un'opera così filosofica e meditativa, certamente non adatta al teatro, è stato un azzardo e, ancor di più, lo è stata la decisione di mantenere il testo originale e integrale. Azzardi che solo in parte hanno ripagato l'impegno messo in scena da attori di grande talento, quali Iaia Forte, che, con il suo dinamismo e il suo coinvolgimento personale, trascina anche il pubblico nella sua scena, e altri di rilievo minore, come Giovanni Ludeno, che non convice sia nella parte di Ercole che in quella del Genio Familiare di Torquato Tasso. La scenografia essenziale, che cambia solo pochi, ma significativi elementi ad ogni scena, dovrebbe aiutare lo spettatore a focalizzare la sua attenzione sui dialoghi degli attori, ma risulta solamente come un ulteriore elemento noioso all'interno della rappresentazione lunga e difficile da seguire. Essa, in particolare, assume un tono monotono e fortemente ripetitivo nella seconda parte, durante la quale perde il poco mordente dimostrato nella prima, dato che vi sono solo due o più soggetti principali che discutono senza modificazioni e molte sono le teste ciondolanti e le palpebre calanti. Poche scene si distinguono, riportando la luce negli occhi degli spettatori, in primis tra tutte, quella del dialogo tra Federico Ruysh e le sue mummie, riuscita dal punto di vista dell'impatto visivo, dell'impatto emotivo e della recitazione, dove domina un Totò Onnis che coinvolge la platea nella scena, rendendola estremamente realistica e verosimile. La musica accompagna significativamente solo alcune parti della rappresentazione, sottolineandone la drammaticità o il rilievo morale. In conclusione, alcuni tagli avrebbero reso la rappresentazione più leggera, specie nello schema del secondo tempo, e il pubblico avrebbe gradito maggiormente una scelta più oculata del soggetto da rappresentare, in quanto le Operette Morali leopardiane mal si prestano al teatro e perdono in esso il loro scopo meditativo e la loro morale filosofica

FRANCESCA BALESTRERI 3 LICEO SCIENTIFICO VIDA - “Leopardi”. “Classico”. “Diverso”. Sono sufficienti tre parole per descrivere le Operette morali. Basta dire “Leopardi” per richiamare il contenuto: non ci si può aspettare altro che un conto salato da pagare alla fine di un lauto pasto di illusioni dove felicità e aspettativa sono i piatti principali seguiti da un dessert a base di sapienza. Pasto davvero prelibato, divorato però da solitudine, disincanto e da una riflessione scheletrica e terribilmente distaccata e calcolatrice. “Classico” ammicca poi al linguaggio e ai personaggi, ripresi fedelmente dall’opera leopardiana. Elementi naturali che parlano e tengono lunghi monologhi; uomini infelici poichè colti o soddisfatti perché troppo barbari per comprendere la loro situazione; dei e figure mitologiche deluse o indifferenti al genere umano che sembrano appartenere ad un'altra epoca;tutti rivestiti con tuniche, giacche e panciotti ottocenteschi o scenografie di cartapesta come avrebbero potuto esserlo proprio cento anni fa. Ed in questa classicità esasperata si nasconde il potente “diverso” dello spettacolo: esso non vuole andare incontro allo spettatore, ma schiantarsi contro di lui con un frontale di due ore e mezza. È il pubblico a dover entrare nella pièce e non viceversa, a doversi lasciar trasportare dal clima antico che ripropone temi fin troppo attuali, dal linguaggio di attori che sembrano usciti da una macchina del tempo … anche se è arduo capire se il cronometro sia stato regolato sul passato o sul futuro. Sebbene il primo impatto con un Giove narrante ne la “Storia del genere umano”, possa lasciar spiazzati infatti, il gusto arriva poco a poco, una volta che lo spettatore comincia partecipare alla successione secca delle varie scene. Il pessimismo che emerge dall’opera di Leopardi spaventa soprattutto per la fredda razionalità, a volte ironica a volte disperata, che pervade tutta la narrazione, ma che allo stesso tempo sembra incitare a un’indagine reale e disincantata di se stessi e dell’esistenza, alla scoperta delle potenzialità umane, che ci sono, ma che spesso finiscono per essere inutilizzate o peggio. Il cast composto da Renato Carpentieri, Roberto De Francesco, Iaia Forte, Paolo Graziosi, Giovanni Ludeno, Polo Musio, Totò Onnis, Barbara Valmorin e Victor Capello, si destreggia bene, senza lasciare spazio alla noia (presentata come mortale nemica anche dal Leopardi) sotto la sapiente regia di Mario Martone.

LORENZO VEZZINI 5 LICEO SCIENTIFICO - Nel “Dialogo di un venditore d’almanacchi e d’un passante” , penultima breve operetta del libro, si discute di come nessuno se potesse tornare indietro nel tempo vorrebbe ripercorrere i propri passi. Forse questa è la chiave di lettura e forse Mario Martone è un geniale predicatore del messaggio di Leopardi: ben pochi infatti a fine spettacolo potendo cambiare il passato ricomprerebbero il biglietto. Ma più probabilmente il regista ha sbagliato tutto, creando qualcosa che sta tra la recita dell’oratorio e l’audiolibro. La rappresentazione si propone ,infatti ,come il susseguirsi di alcune Operette Morali selezionate, recitate parola per parola, o riassunte eliminando passaggi non indispensabili. Se questa scelta è accettabile nella ripresa di testi nati per la rappresentazione, in questo caso appare superficiale e non funzionale. L’opera di Leopardi usa infatti spesso la forma del dialogo, ma è ben lontana dall’immediatezza che richiede la recitazione: la concentrazione dei temi e il loro peso presume anzi in più passaggi una pausa di riflessione e una rilettura. Inoltre se la natura spezzettata del libro rende più facile la lettura, distribuibile in più momenti, porta invece la trascrizione teatrale fedele a una dispersività e discontinuità che ostacolano l’assimilazione: molto meglio sarebbe stato concentrarsi su un unico filo conduttore piuttosto che cercare di dire tantissimo senza però lasciare alla fine alcun concetto. La rappresentazione finisce così per essere apprezzabile solo da auto - compiacenti conoscitori dell’opera. Un uso sbagliato della parola, che domina lo spettacolo, non fa poi che essere affossato da trovate sceniche banali e trash. Un Ercole cavernicolo dall’accento romanesco, Federico Ruysch attorniato da pezzi di corpi finti, effetti sonori e musiche di sottofondo alla “Ciao Darwin” danno un certo sentore di ridicolo perfettamente incarnato dal coccodrillo di pezza a bordo palco, unico vero enigma esistenziale della serata nella sua insensatezza. Una regia ,quindi, intellettualoide e pacchiana, senza personalità e poco funzionale. Se lo spettacolo può non annoiare è solo per la grandissima caratura e attualità del soggetto scelto.

MARCO RIZZI 5 ITIS - Ancora una volta lo spirito di Giacomo Leopardi ha dato prova della sua estrema modernità: ieri sera al Ponchielli si è trasformato in spettacolo teatrale. L'idea di una trasposizione scenica dell'opera leopardiana è dovuta a Mario Martone il quale ha concentrato la sua attenzione sulle Operette Morali, la produzione più filosofica del grande poeta di Recanati. Eppure – malgrado le buone intenzioni del regista – la pièce non convince: i continui cambi di costume e di scena determinano da subito un'atmosfera onirica pesante,magniloquente e talora troppo ostentata. La molteplice varietà di visionarie scenografie delineano ambienti a volte patinati a volte ridotti a un semplicistico effetto fiabesco, ben lontano dalla geniale filosofia leopardiana: l'immagine solenne dell'Olimpo, i palloni psichedelici della Terra e della Luna, la rappresentazione troppo carica dei defunti. Il pubblico risponde con un muto silenzio pensieroso, espresso da applausi misurati, non certo calorosi. Anche la recitazione risente dei toni esagerati e si rivela poco espressiva, quasi distaccata. Malgrado la loro indubbia maestria, gli attori non prendono, non si legano al filo emotivo degli spettatori, a volte sembrano non captare l'essenza delle teorie leopardiane,presi come sono dall'aspetto formale della dizione. In tutto questo una nota di merito è da ricercare indubbiamente nell'aver fatto comunque arrivare al pubblico i contenuti dell'illustre poeta. Leopardi è una presenza costante; i colloqui con gli uomini del suo tempo fungono da ponte fra un dialogo e l'altro e fanno capire come tutti i personaggi rappresentino le molteplici maschere con le quali il poeta si rivela agli uomini,sempre diverso eppure sempre univoco nel ribadire il suo messaggio: la Natura matrigna, l'infelicità cui è destinato non solo l'uomo ma il cosmo intero, la non perfettibilità umana, il desiderio di Infinito, il sogno delle Illusioni, il tedio e la noia che opprimono, la ricerca della solidarietà umana, evidente in Plotino e Porfirio, meraviglioso dialogo senza tempo. Il regista si è anche sforzato di mettere in scena un Leopardi insolito, dai toni marcatamente allegri, nel tentativo di evidenziare l'elemento ironico insito nelle Operette. Ma tale ambiziosa finalità è riuscita solo in minima parte: l'aspetto comico rimane un lieve velo d'ombra nella troppa luce.

NICCOLO’ BONSERI 2 GINNASIO - Con la mise-en-scene delle Operette morali di Giacomo Leopardi Mario Martone, regista del quale pochi anni fa abbiamo apprezzato al cinema il film storico Noi credevamo, ha sottoposto ad un’ardua prova la capacità di recitare degli attori, tuttavia essi hanno saputo rendersi giustizia portando sulla scena di un Ponchielli soddisfatto una pièce degna di lode. Sebbene l’intento con cui Leopardi concepì le Operette morali fosse che venissero rappresentate in teatro, certamente non deve essere stato facile per il regista metterle in scena; infatti il modo in cui sono scritte ha due facce come una medaglia: da una parte porta con sé una forza teatrale e una carica di chiarezza e ironia in grado di abbattere qualunque barriera tra il pubblico e la scena, dall’altra complica notevolmente il compito a chi deve recitare e allestire l’opera a causa dell’elevatezza del linguaggio e dei temi trattati. Dietro alla realizzazione di quest’opera troviamo il desiderio di Leopardi di comunicare al mondo in qualche modo i suoi pensieri filosofici (morali) a proposito dei temi che gli sono più cari: il rapporto dell’uomo con la natura che è matrigna, il tedio della vita, le sofferenze cui l’essere umano è sottoposto. Nella chiave di lettura originale Mario Martone propone quindi una messinscena che si compone di scene isolate, non collegate l’una all’altra dal filo conduttore di una vicenda bensì dalle tematiche della filosofia Leopardiana. Alcune di esse, a detta degli attori, possono considerarsi meno complicate da presentare rispetto ad altre, i personaggi sono molteplici e differenti, ma tutte le scene hanno luogo nello stesso ambiente, è così che la biblioteca della casa del padre di Leopardi vede avvicendarsi uno dopo l’altro sapienti e filosofi, dei ed eroi mitici, personaggi storici, personaggi comuni talvolta strani a contatto con rappresentazioni allegoriche di entità quali la natura, la morte, la moda… La scenografia muta anche grazie all’ausilio di diversi oggetti di scena; la quarta parete può considerarsi abolita dato che gli attori recitano spesso rivolgendosi al pubblico e scendendo in platea, questa è forse l’unica peculiarità registica dello spettacolo. Gli attori si immedesimano continuamente in ruoli differenti dimostrando grande flessibilità. Lo spettacolo è riuscito ad uscire dagli schemi rispettando l’opera originale con l’effetto di una pièce molto acclamata.

NICCOLO’ SAVARESI 5 LICEO CLASSICO MANIN - Cremona, teatro Ponchielli, martedì 11 marzo, ore 20:30. Si apre il sipario, 9 attori per 14 operette morali di Giacomo Leopardi e due ore e mezza di spettacolo, con intervallo. Si riaccendono le luci, il pubblico batte le mani, riprende i cappotti e lascia il teatro. Ecco qua, un asettico resoconto dello spettacolo della Fondazione Teatro Stabile di Torino, un compitino ben svolto. Infatti, il rispetto e la venerazione, quasi, con cui il testo del poeta di Recanati è stato trattato ( tutti dovuti, tra l’altro) l’hanno condannato a diventare una lettura agita dei dialoghi tra divinità, uomini e personaggi storici, e nulla di più, per buona parte della messa in scena. Gli unici interventi sul testo sono stati quelli per unificare diverse parti dell’opera originale, separate, e dar loro una dimensione unitaria e continua. Certamente nulla da dire sul cast, straordinario, o su scenografia e costumi, sobri ed essenziali. L’unico problema è proprio che la regia sembra essersi lasciata intimorire dal mostro sacro di Leopardi e averlo seguito senza permettersi colpi di genio: la prima parte, così, scorre via liscia, senza lodi e senza critiche. Nella seconda parte, invece, si è osato di più e lo spettacolo ne ha guadagnato in freschezza e spontaneità. Le parti selezionate, poi, che ci si è tanto dati da fare per unire, sono diventate pietre che lastricano una strada bella, per carità, ma che non porta a nulla; è un omaggio fine a se stesso a uno dei più grandi poeti italiani, che fa tornare a casa il pubblico soddisfatto di “aver visto uno spettacolo su Leopardi”. La scelta di tenere la lingua leopardiana per tutta la durata della piece è encomiabile e ne dimostra tutta la modernità, ma, accademismi a parte, forse in alcuni passaggi si sarebbero perdonati interventi sulla lingua originale per rendere più accessibile il testo, che comunque consente una comprensione almeno superficiale dell’opera anche a chi non mangia pane e Leopardi tutti i giorni.

PIETRO DIGIUNI 1 LICEO SCIENTIFICO - Lo scopo di questa rappresentazione sarebbe dovuto essere, a parer mio, il dare espressività ad una raccolta di opere di Giacomo Leopardi. A causa di ciò sono rimasto perplesso perché, piuttosto che un'interpretazione più espressiva lo spettacolo mi è sembrato, sotto l'aspetto scenografico e costumistico per lo più un' opera adattata per essere capita da un pubblico quasi infantile. La mia affermazione è dovuta al fatto che all' interno delle scene, i costumi erano stilizzati, stereotipati ed ingigantiti come se fossero in un cartone animato. Mi sarei aspettato di più per quanto riguarda l' enfasi e l'espressività degli attori: questi ultimi mancavano di brillantezza e loquacità rendendo lo spettacolo ed i testi dell'autore marchigiano poco comprensibili Sono rimasto colpito negativamente dagli oggetti di scena usati durante l'opera: la raffigurazione dei morti sembrava più adatta ad una squallida casa degli orrori, per non parlare di madre natura: un enorme uomo stilizzato di carta pesta in cui vi era coricata la donna che avrebbe dovuto rappresentare la natura matrigna dialogante con l' islandese. Mi ha fatto rimanere perplesso anche la presenza di musiche di sottofondo di un'epoca troppo moderna sia per Leopardi, sia per i personaggi da lui descritti nella raccolta di opere. Da un regista di un certo calibro come Mario Martone ci si può aspettare molto di più anche se in alcune fasi della rappresentazione, è stato espresso bene il dialogo leopardiano, ad esempio quello tra il venditore di almanacchi ed il passeggere, schietto ed enfatizzato. Quella delle operette morali è quindi una performance a parer mio di una dubbia riuscita a causa delle figure stereotipate e dei dialoghi non sempre schietti e concisi che possono portare lo spettatore, anche se colto e sapiente riguardo alle opere di Leopardi, alla noia ed alla disattenzione. La mia impressione su questa rappresentazione è che il regista non si sia impegnato per portare a termine l' obbiettivo lasciando il pubblico incerto, dubbioso e deluso.

ROBERTA ZAVAGLIO 3 LICEO SCIENTIFICO VIDA - Trepidazione, mormorio e animazione. Queste erano le sensazioni e le impressioni che emergevano dal pubblico martedì 11 marzo al Teatro Amilcare Ponchielli, prima che andassero in scena le Operette Morali, secondo la regia di Mario Martone. Alzato il sipario, ogni rumore si è spento e Paolo Graziosi, nei panni di Giove, ha fatto la sua comparsa in scena catalizzando su di sé l’attenzione dei numerosi spettatori. Il suo monologo era incentrato sul desiderio ancestrale dell’uomo del raggiungimento della felicità e introduceva, gradualmente, al pensiero di Leopardi. Rappresentativi della prima parte dello spettacolo sono stati il Dialogo della natura e di un islandese, incentrato sull’irrilevanza della presenza dell’uomo nell’universo, e il Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, legato al tema della morte come liberazione. Nella seconda parte, emblematici del pensiero leopardiano sono stati il Dialogo della moda e della morte, il Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passante, nel quale il passeggere, a modello del Socrate maieuta, fa emergere le verità legate all’infelicità umana e il Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez, scena conclusiva dello spettacolo, che invita alla ricerca dell’ignoto, rimedio al dolore umano. La scena è vuota, un luogo buio e spazialmente non individuato, sede dell’ interiorità, uno spazio nel quale alberga l’ “io” del poeta. Qui prendono vita, sottoforma di apparizioni: esseri umani, figure mitologiche e allegoriche, le fantasie, le paure, le contraddizioni e le rimembranze che popolano la mente e l’anima del Leopardi. Lo spettacolo è stato in grado di far emergere la vera essenza dell’opera leopardiana, anche nei suoi concetti più attuali, a partire dalla realtà della vita e della morte, dall’illusione dell’antropocentrismo e dalla riflessione sulla realtà italiana contemporanea. Uno spettacolo che ha saputo intrecciare l’intimo e l’ universale suscitando applausi, anche grazie alla bravura degli attori, e il cui messaggio fiorisce gradualmente nell’interiorità di ciascuno.

18 Marzo 2014

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