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Mercoledì 07 Dicembre 2016

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DIRITTO DI CRITICA - Macbeth

DIRITTO DI CRITICA - Macbeth

Un momento del Macbeth

Le recensioni degli studenti cremonesi nell'ambito dell'iniziativa che prevede la collaborazione del teatro Ponchielli e del giornale La Provincia
LAURA CIRONI - Siamo arrivati quasi alla conclusione della stagione di prosa ma ieri sera, 12-03-2013, il Ponchielli ha saputo stupire il pubblico mettendo in scena Macbeth a cura di Andrea de Rosa. La scena si configura fin dai primi momenti come un connubio di potenza e forza: caratterizzato da grandezza virile, come mostra la figura di Macbeth, Giuseppe Battiston, e da potenza emotiva e psicologica incarnata da Lady Macbeth, Frédérique Lolièe. Si entra lentamente nell'atmosfera del tragico, lo spettacolo inizia con una festa in onore di Macbeth e Banquo,Ivan Alovisio, e già da questa presentazione si denota un tratto essenziale,lo stato di ebbrezza: i miti shakespeariani sono presentati come personaggi moralmente depravati, che bevono per creare apparente ilarità, che sono del tutto sopraffatti dai giochi di potere e volontà di sconfiggere l'altro, come il premeditato assassinio di Duncan e,in seguito,Banquo, e che ,infine, possono arrivare ad uccidere per gioco. La narrazione trova il proprio fulcro nel fatto che i due coniugi non hanno figli: è propriamente questa notizia che permette a De Rosa di costruire uno spettacolo così intenso dal lato umano. Lady Macbeth accenna di aver avuto modo in precedenza di provare ad esser madre, alludendo a una presunta gravidanza, e da tale ricordo scaturisce un fiume di elementi simbolici legati al tema del generare, allattare e nutrire; esempi ne sono le culle poste sulla scena, le bambole parlanti con voce umana, la trasposizione delle tre perfide streghe con le figure di tre bambole, fino ad arrivare ad una Lady Macbeth priva della sua natura umana che uccide metaforicamente i propri figli con una veemenza agghiacciante. De Rosa realizza,dunque, una profonda ricerca di introspezione circa il mistero della nascita; ricerca che lascia allo spettatore un profondo smarrimento, che suscita una riflessione profonda sul senso della vita e sul percorso che porta l'uomo a tale conoscenza. Altro elemento su cui pone un forte accento è il desiderio. Il regista mette a nudo il personaggio di Macbeth, grazie alla figura di Seyton, Gennaro di Colandrea, sottolineando il suo lato più profondo, il più nascosto della natura umana,per cui l'individuo è portato a nascondere certi desideri anche a se stesso, nel caso del protagonista la volontà di diventare re. La rappresentazione suscita un forte contrasto nel pubblico: grazie alla vivacità con cui vengono trattate la violenza della natura umana e l'eccedenza del desiderio De Rosa ha portato sulla scena un perfetto parallelo tra la complessa realtà umana e l'apparenza profondamente superficiale.
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PAOLA BOSINI - «Prendi l'’aspetto del fiore innocente, ma sii il serpente sotto di esso. (Lady Macbeth: atto I, scena V)». Essenza di uno spettacolo che ieri sera al Ponchielli ha accompagnato, senza troppi preamboli, lo spettatore lungo le fila della pazzia dei protagonisti. Certamente, non è stato facile. Ubriachezza, risate, follia, bambole parlanti, sangue, grida, genialità. Un De Rosa che ha senza dubbio evitato, se non respinto la tradizione. Una tragedia celebre, che tutti, bene o male, conosciamo, tuttavia, in un modo totalmente dissimile. Sconvolgente. Scenografia davvero studiata in ogni minimo particolare, mobile, perfetta per ogni scena, effetti speciali decisamente degni del cinema. Luci, colori, suoni, travolgenti, un cuore pulsante, che dirige l’orchestra dei cuori di tutti gli spettatori. Monologhi dopo i quali il pubblico non è riuscito a trattenersi dall’esplosione in scroscianti applausi. Straordinarie interpretazioni di grandi attori del calibro di Giuseppe Battiston(Macbeth), Frédérique Loliée(Lady Macbeth), Ivan Alovisio(Banquo), che si sono prestati alle più folli azioni. Uno spettacolo apparentemente innocente, un classico si può dire, sotto il quale si celano gli espedienti, le fantasie stravaganti , le intuizioni geniali della mente di De Rosa, profondamente disprezzate o immensamente amate, senza vie di mezzo, dal variegato pubblico cremonese. Dà nuova voce al teatro odierno, un nuovo scopo, chiunque potrebbe conoscere la storia di Macbeth, chi credeva di conoscere la tragedia di Shakespeare è stato costretto a ravvedersi, il fine non rimane semplicemente raccontare, ma rappresentare. Emozionare, interpretare, impressionare, esprimere. Nel migliore dei modi.
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NICCOLÒ SAVARESI — Alla fine del Macbeth, offertoci dal Teatro Stabile di Torino, il pubblico era spaccato a metà: spettatori perplessi battevano le mani meccanicamente, mentre altri applaudivano entusiasti. In effetti, questo risultato era prevedibile, dato che lo spettacolo, dopo un inizio che stentava a decollare, è proseguito bene, pur risultando difficile e noioso per una parte del pubblico. Scenografia, luci e musica erano eccezionali e hanno consentito di creare un Macbeth attuale e moderno, rimanendo, però, legato al testo di Shakespeare. Il cast non si è rivelato del tutto con-vincente: Giuseppe Battiston (Macbeth) ha brillato tra gli altri interpreti, affiancato da una bravissima Frédérique Loliée (Lady Macbeth), che ha dato alla rappresentazione una dignità, degna di una tragedia greca. Bene anche Riccardo Lombardo (McDuff), mentre gli altri personaggi maschili non si sono dimostrati pienamente all’altezza della situazione. Straordinario il mezzo con cui sono state rese le tre streghe del testo originale, chiave di lettura di tutto lo spettacolo: con un impatto fortissimo, la seduzione del male e il fascino del soprannaturale si sono incarnati in tre bambole, le cui predizioni spingono i protagonisti in una torbida e sanguinaria spirale di delitti, che macchierà in maniera indelebile i loro cuori, perdendo per sempre la loro pura innocenza. Sul palco, si crea uno spazio, in cui i personaggi sembrano confessarsi al pubblico, mettendo a nudo le proprie nature e svelando i lati più oscuri di se stessi, avvolti da una sfumata atmosfera di mistero. Anche il crimine più dis-umano appare in tutta la sua “umanità”: è il parto scellerato di una piccola idea, annidata nel cuore dell’uomo, nutrita dalla sua ambizione e dalla sua sete di gloria. Così Macbeth, da fedele servitore del re di Scozia, si macchia le mani e l’anima del sangue del suo signore per ottenere una corona assegnatagli dal caso, che gliela strapperà, poi, mostrando quanto sia stato vano il sacrificio di Macbeth e di sua moglie, istigatrice del primo delitto. Concludendo, è stato uno spettacolo intelligente e costruito con saggezza e profondità, diventando, quindi, un gioiello poco adatto al “consumo di massa”.
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GIADA NAOMI MAZZOLARI — Inizia lo spettacolo e il pubblico si trova subito immerso in una strana atmosfera: le luci del teatro non sono ancora spente ed i coniugi Macbeth (Giuseppe Battiston e Frédérique Loliée), non completamente lucidi, sono in uno scarno salotto, composto solamente da un divano bianco e una lampada. Ciò che subito colpisce sono tre bambole, rappresentanti le streghe, abbandonate sul divano che parlano con voce meccanica ed esplicando la profezia svelano il sogno più intimo del protagonista, ovvero diventare re. Tutto ciò è l'inizio di una tragedia basata sulla psicologia umana e reinterpretata dal regista De Rosa. Lui, che cerca di fare teatro in modo innovativo, fallisce nel suo intento, rendendo macabra la scena che in alcuni tratti più che la rivisitazione di una tragedia di Shakespeare sembra il set di un film horror data la continua e oppressiva presenza di feti morti e sangue. Questi sono anche usati come metafora per rappresentare sia le malvage idee partorite dalla mente contorta di lady Macbeth che la loro impossibilità di procreare. Il solo punto realmente recitato è il monologo di Macbeth, mentre tutto il resto è formato da dialoghi urlati e dalla prepotente presenza dei due attori protagonisti, che quasi non lasciano spazio interpretativo agli altri attori. Il tema principale che accompagna tutto lo spettacolo è la non lucidità, la follia; inizialmente causata dal troppo vino e in seguito provocata dal conflitto interiore fra i sensi di colpa per l'uccisione del re e la realizzazione dei propri sogni. Il risultato è una scenografia alquanto inquietante e, nonostante particolari accorgimenti come il battito accelerato di Macbeth che si sente nei momenti di massima tensione, uno spettacolo che delude abbastanza il pubblico e che risulta lento soprattutto nella fase iniziale.
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ANDREA BERGONZI — Psichedelica, inquietante, raccapricciante, cruda ma meravigliosamente accattivante: si tratta di “Macbeth” rivisitato da Andrea De Rosa portato in scena il 12 e 13 marzo al Ponchielli. Una re-interpretazione decisamente in chiave moderna della celeberrima tragedia shakespeariana, la tragedia della follia, dell’ambizione, della violenza sconfinata, sovrumana e irrazionale. Il tutto inizia da una scena ludica in un ambiente moderno e borghese. Una celebrazione del successo che sfocia nell’ebbrezza e nel ghigno, costante e fastidioso, segno tangibile dell’incredulità e della follia dei coniugi Macbeth dopo le premonizioni -o presunte tali- delle streghe, coraggiosamente rappresentate come bambini. I bambini sono forse una scelta anticonformistica e grottesca, basti pensare alla scena in cui Lady Macbeth (Loliée) “partorisce” i bambini-streghe o quella ancor più impressionante in cui genera feti morti insanguinati. Eppure essi sono forse il punto forte e filo conduttore: emblema usualmente dell’innocenza, ora divengono incarnazione terribilmente concreta del male. Nella tragedia shakespeariana manca questo aspetto della maternità ossessiva, che dunque appare pura scelta interpretativa del regista, forse legata alla concezione di maternità oggi, per cui figlio è diritto e non dono, e già nella realtà effettuale della società moderna i bambini sono vittime. Altre scelte rendono l’opera da “pelle d’oca”: scenografia mobile, musiche accattivanti, luci e colori diffusi, scene dominate da un climax ascendente di uno spessore tale da far chiudere lo stomaco allo spettatore. Ma, questa è la grande premessa per poter capire e gustare la rappresentazione, teatro è patto tra pubblico e attore: sta tutto nella sensibilità di chi guarda. Lo spettatore deve farsi prendere per mano da Macbeth, sulla scena Giuseppe Battiston, convincente e provocante, nella sua completa follia ed atroce insensibilità, in un viaggio introspettivo ed al contempo codificato in una concretezza ripugnante. Questo è Macbeth di Andrea de Rosa e delle fondazioni Teatro Stabile di Torino e “Carlo Goldoni” non è il Macbeth concepito dal maestro inglese, ma forse ritratto angosciante della nostra società che, ipocrita, si fa impressionare da se stessa.
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MATILDE PASSAMONTI — Feto teatrale dalle grandi premesse ma aborto spontaneo sulla scena, il ‘Macbeth’ di Andrea de Rosa spreca l’occasione geniale di un reinventarsi moderno e scade in un’accozzaglia di immagini sanguinarie e crudeli in cui vano è il ricercare un motivo recondito di riflessione o di crescita. I temi della follia, dell’ingenuità, dell’ambizione di Macbeth (Giuseppe Battiston) che determinano il suo divenire assassino sono rimesse completamente all’equipe tecnica e scenografica che li declina in un tentato metateatro e in un eccesso sanguinoso che vorrebbero impressionare ma che solo fanno male allo spettatore. Si salvano alcune soluzioni geniali che testimoniano le grandi potenzialità, poi bruciate, dello spettacolo: la scena iniziale - ventre già fecondo di una prole malvagia - sembra essere il casuale estratto di un principale evento festaiolo e ciò sottolinea l’origine un po’ ‘sbadata’ del male, che voleva poi essere il motivo centrale dello spettacolo. Tuttavia l’eccessiva ingerenza tecnica provoca un concepimento minorato in cui gli attori non sono altro che un sottofondo di risate nevrotiche e di parole troppo imparate e poco rielaborate; poco equilibrio anche nella presenza e nel ritmo: abituato nella prima parte al dominio ubriaco e lento di una coppia (Macbeth e signora) lo spettatore si ritrova come catapultato in una seconda che niente ha a che vedere con la precedente per il numero di personaggi in scena e per la rapidità di susseguirsi delle situazioni. Un allestimento insomma all’insegna dello spreco e dello squilibrio: se questa deve essere l’attualizzazione dell’opera, meglio allora la tradizionale aderenza al testo shakesperiano che seppur mitizzato, almeno ha dignità teatrale.
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FRANCESCA GALLI — Un Macbeth all’insegna del sangue, della follia, dell’irrazionale quello che Andrea de Rosa ha presentato nella sua rivisitazione dell’opera scespiriana, in scena al Ponchielli il 12 e 13 marzo. Un divano, una lampada, luci forti richiamano subito alla mente un ambiente domestico contemporaneo, così come i costumi degli attori: è immediatamente chiaro l’intento di proiettare la vicenda di Macbeth nel mondo attuale, dove lord e lady vestono i panni di una comune coppia di coniugi e le streghe sono dei neonati “mai nati”, rappresentate da bambolotti parlanti. L’intreccio che si sviluppa dalle prime tre profezie è in gran parte fedele all’originale, anche se non è lo stesso per le tematiche: de Rosa sceglie, dichiaratamente, di rappresentare in modo predominante il dramma della sterilità di coppia dei Macbeth, tralasciando gli ingranaggi dell’ambizione e della brama di potere che sono marchio codificante della tragedia scespiriana. Il Macbeth interpretato da Giuseppe Battiston è ossessionato dal vuoto incolmabile di figli mai avuti, ancor più di quanto non lo sia la lady (Frédérique Lolièe); lei viene “fecondata” dalle tre streghe, che non sono altro che i desideri più reconditi e indicibili, come se abbracciasse insieme al marito il proposito di portarli alla luce, di trasformarli in realtà. Si apre per loro la spirale della follia più sanguinaria, dove la violenza assume un tratto ludico, rimarcato persistentemente da risate esasperate. Gli abomini che i Macbeth partoriscono sgusciano fuori dal ventre della lady in una raccapricciante scena con bambolotti insanguinati. Sul palco agisce un Macbeth che non è Il Macbeth, ma solo la nera ombra della sua efferatezza che neppure ha uno scopo preciso, assumendo piuttosto forme di pura bestialità. De Rosa inoltre sacrifica ogni traccia di lucidità nelle menti dei Macbeth e di tutti gli altri personaggi, che appaiono quasi inesistenti a fianco dei due protagonisti. L’allestimento luci e suoni invece ben enfatizza la linea interpretativa scelta dal regista, attraverso giochi di ombre ed effetti sonori quasi cinematografici. Il sipario si chiude senza catarsi, l’identità tragica dell’opera originale è smarrita.
© RIPRODUZIONE RISERVATA DI TESTI E FOTO

19 Marzo 2013

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