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Domenica 11 Dicembre 2016

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DIRITTO DI CRITICA - Karamazov, le recensioni degli studenti

DIRITTO DI CRITICA - Karamazov, le recensioni degli studenti

Una scena di Karamazov

SARA GRAZIANI - «Osservate la vita con occhi puri»: con questo invito Cèsar Brie, attore e regista boliviano, ha dato inizio al suo racconto tratto dal testo di Dostoevskij, I fratelli Karamazov. Un invito a non giudicare i sentimenti portati in scena dagli attori; attori che non si trovavano dietro le quinte ad attendere l'inizio della rappresentazione, ma che dalla scena hanno osservato gli spettatori, per la verità non numerosissimi, che prendevano posto in sala, quasi che i ruoli si fossero capovolti; sicuramente avranno pensato quanti Fedor si trovassero lì, quante Adelaide e Sofia si celassero dietro i costumi delle signore in sala. Il mestiere dell’attore prende corpo anche in questo modo, attraverso l’osservazione resa possibile dalla scenografia assolutamente essenziale e perciò del tutto eloquente. L’essenzialità sembra essere la cifra di questa riscrittura del romanzo di Dostoevskij, a partire dal copione, un distillato reso tale dalla necessità di rielaborare il lunghissimo testo, lavoro particolarmente riuscito essendosi il regista stesso definito un ‘distillato di culture’. Intere pagine sono state rese con uno sguardo, con installazioni di corpi, come quella riprodotta in copertina sulle note di regia distribuita all'ingresso. Grande quindi il lavoro svolto da Cèsar Brie, che ha permesso ai suoi attori di recitare con il corpo e con la voce, che ha realizzato la regia insieme agli interpreti, condividendo con essi il prendere vita dei vari personaggi, rendendoli tutti all'altezza del loro ruolo. Dolcissime le musiche originali, soavi come il profumo del calicanto nel gelo dei giardini russi – e della vita - le voci femminili nell'ultima scena, mentre i personaggi, scendendo in platea, si dissolvono nel buio.
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LORENZO VEZZINI – L’attesa per una rappresentazione come I Karamazov da Dostoevskij è un misto di alcune emozioni contrastanti: da una parte fiducia in un regista dall’esperienza e fama di César Brie, dall’altra timore. Anzi, vera paura per la potenziale forza soporifera di una pièce teatrale basata su un romanzo immenso come quello di Dostoevski. Un presentimento? Chissà, comunque lo spettacolo comincia proprio dal principio, scenografia povera e ritmi serrati. César Brie riesce a riassumere in poche frasi interi capitoli, ‘cogliendone l’essenza e rappresentandola in metonimie’, come dice lui stesso all’aperitivo tenutosi poco prima a teatro. Ma, dopo circa mezz’ora di rapida ma dettagliata narrazione, qualcosa va storto. Le tematiche fondamentali del romanzo entrano, si comincia a parlare di Dio, di violenza sui bambini, di crudeltà umana, ma la rappresentazione non rallenta. Sono ridotti a poche battute anche i soliloqui e i momenti più drammatici, tutti affrontati in modo assolutamente superficiale e frettoloso. La rappresentazione diventa così un flusso continuo e ad alta velocità costante di informazioni, senza che un messaggio sia approfondito sufficientemente per rimanere impresso nell’animo dello spettatore. La paura diventa realtà e dopo un’ora e mezza di ripetuti drammi e momenti che non riescono a essere divertenti viene davvero voglia di seguire il consiglio dello stesso Brie: «se a teatro vi viene sonno, non resistete, fate un pisolino». La situazione si fa intollerabile quando i tempi dello spettacolo si dilatano oltre il previsto e al posto di due ore e un quarto si sfiorano le tre ore. Poche emozioni provate, trama divenuta un risotto indigesto perché troppo compressa e complessa e messaggio non pervenuto. I Fratelli Karamazov di Brie si rivelano per quello che sono: un inutile esposizione di tecnica e classe da parte di attori che oltre a recitare egregiamente sanno anche cantare e suonare a volte più di uno strumento. Voglio però seguire un consiglio dello stesso César e fargli una mia proposta dopo la critica: perché non prendere una parte del romanzo al posto che raccontare tutto? Perché non scegliere un tema e analizzarlo fino in fondo? Alla fine, applausi di cortesia e si esce con un sapore insipido sulla lingua, anche se lo stomaco è fin troppo pieno.
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DENIS GEREVINI - Un vero spettacolo il “Karamazov” messo in scena al teatro Amilcare Ponchielli dal regista ed attore argentino César Brie. Una rappresentazione nella quale sono state proposte tutte le mille sfaccettature della personalità umana in modo alternativo, infatti gli attori passavano dall’essere al centro delle vicende a parlarne come se fossero esterni ad esse. Grande merito va poi riconosciuto a tutta la compagnia per essere riusciti a riadattare ed interpretare un romanzo complicato quale è quello di Dostoevskij. L’interpretazione è stata sublime, soprattutto nel riuscire a suscitare forti emozioni quali compassione o odio verso i vari personaggi dell’opera. Molto apprezzate dal pubblico presente in sala anche le parti cantate e le musiche coinvolgenti. I Fratelli Karamazov non è però un’opera di solo intrattenimento ma cerca anche di far ragionare il lettore o, in questo caso lo spettatore, sulla vita. Un esempio sono i bambini, non sono attori ma pupazzi, questo per mostrare che loro sono innocenti e che anzi sono soggetti alle scelte e agli obblighi che gli vengono imposti. Karamazov è quindi uno spettacolo che riesce ad unire vari aspetti della vita dall’ironia di certi comportamenti ai sentimenti negativi che ci sorgono verso altri, senza però mai perdere di vista una funzione educativa e riflessiva; aspetti che il pubblico in sala, sebbene poco numeroso alla prima serata dello spettacolo, sembra aver gradito molto.
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FRANCESCA GALLI - Interminabile e intenso, non pesante ma senza dubbio corposo. E’ Karamazov, in scena al Ponchielli per la regia di César Brie: un adattamento teatrale di quello che è considerato il più grande romanzo di Dostoevskij, I fratelli Karamazov. Una storia di miseria materiale e morale, punteggiata da una miriade di personaggi tra cui spiccano Fedor Karamazov (Brie), padre egoista dell’impetuoso Dmitrij (Occhionero), dello scettico Ivan (Ciavarra), del buon Aleksej (Traldi) e del vendicativo Smerdjakov (Ferraù). I figli crescono nel totale disinteresse del padre, abbandonati presto dalle madri soffiate via dalla morte, sballottati da una dimora a un’altra, senza riferimenti. Le figure femminili ricompaiono nella loro vita quando sono già adulti: Lise (Cicero) fa battere il cuore ad Aleksej, Katerina (De Meo) suscita prima l’amore di Dmitrij poi di Ivan, Grushen’ka (Vavassori) diventa oggetto di aspra contesa tra Fedor e il figlio Dmitrij. La complessità del romanzo di Dostoevskij non conosce paragoni, sono molte le vicende che s’intrecciano con la trama portante: impossibile riportarle tutte in una rappresentazione della durata di due ore e dieci. Lo spettacolo così non può che aver in parte smarrito, inevitabilmente, il mosaico multiforme dei temi che il romanzo trasmette. Grande merito va al regista per le soluzioni sceniche che ha voluto attuare, come la scelta di un palcoscenico spoglio, senza quinte, rivestito da un grande tappeto e delimitato da panche su cui gli attori sostano. Gli interpreti sono scalzi, indossano semplici vesti, segno di riconoscimento dei diversi personaggi, e si muovono su quel grande tappeto senza rumore di passi, portando con sé scene che si susseguono senza pausa e senza irruenza ma solo con una fioca, timida, diffusione di luci. Vi sono momenti in cui i personaggi recitano alla stregua di marionette, come manovrati da fili a tratti invisibili ma poi anche materiali e concreti, fili che rappresentano le passioni, i pregiudizi, la cattiveria, l’avidità. Ma le vere vittime di questo mondo di miserie sono le creature più innocenti, i bambini che, secondo un’indovinata scelta del regista, son niente più che pupazzi, fantocci in preda alle follie degli adulti e alle disgrazie di una realtà di cui sono stati fatti capri espiatori.
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CHIARA VENTURA - È la storia di una famiglia divisa, sofferente, in perpetua lotta con se stessa e con il mondo, una famiglia che non è in grado di accettarsi e di amarsi e che, tuttavia, combatte fino alla fine, per ricostruire un affetto mai esistito, nonostante l’aperta ostilità del servo Smerdjakov, che nella sua malattia, non solo fisica, riesce infine a distruggerla. È anche la storia della sofferenza umana, dei bambini morti di stenti e di malattie, di madri disperate che cercano una spiegazione al loro dolore, con pupazzi di fanciulli tra le braccia, pallidi nella morte, rivolgendosi al santone, lo Starets, per essere consolate e sostenute. Ma è, soprattutto, la storia dei tre fratelli Karamazov, divisi fin dall’infanzia ma uniti da un padre egoista e spesso crudele, Fedor, dal quale tornano dopo anni, ormai cresciuti e profondamente diversi: c’è il militare forte e passionale, Dimitri, c’è l’intellettuale che non trova la fede, Ivan, e c’è il buon Aleksej, che fa proprio della fede il punto di riferimento della propria vita. Giovedì 28 Febbraio al teatro Ponchielli viene così portata in scena tutta la sofferenza umana, la difficile sopravvivenza di giovani uomini in un mondo che sembra insensato e crudele; sullo sfondo è sempre presente l’immagine della morte, resa tramite croci appese e cappotti penzolanti, che rimandano alle tombe dei cimiteri, tappa ultima e certa della vita di ognuno. Il regista, César Brie, riesce perfettamente nell’intento di rappresentare un dramma umano, la malattia che colpisce la società moderna, fatta di uomini insicuri e deboli, stimolando la fantasia del pubblico attraverso un ambiente spoglio e cupo, abiti estremamente semplici e poveri e una scenografia essenziale, fatta di corde e panche di legno che vengono coricate sul palco, riuscendo a rendere così l’illusione di vedere la scena dall’alto, con effetti quasi cinematografici. L’intera rappresentazione viene inoltre arricchita da canti popolari di donne, che colpiscono il pubblico per la loro semplicità e drammaticità, suscitando forti sensazioni. Il lungo applauso finale è dedicato ad un cast formidabile e ad un grande regista che si è però limitato alla semplice esposizione della trama senza riuscire a trasmettere fino in fondo la propria visione e personale interpretazione dell’opera, mancanza che non determina, tuttavia, una perdita di valore per l’intero spettacolo.
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ANDREA BERGONZI - Terribilmente intricata. Sintesi molto grossolana della trama dei Karamazov, portata in scena al teatro Ponchielli. D’altra parte, non si può che constatare il lavoro di interpretazione e soprattutto di sintesi attuato dalla compagnia (di soli nove attori) su un’opera letteraria russa di fine Ottocento tra le più note per la sua complessità nel sistema dei personaggi e delle loro vicende, abilmente intrecciate da Doevstoevskij. Cinque i personaggi principali, tutti membri della famiglia Karamazov: il padre, Fëdor (César Brie), taccagno e villano, incapace di amare; Dmitrij (Occhionero) primogenito, rozzo e istintivo; Ivan (Ciavarra), secondogenito, affascinante e distaccato ; Aleksej (Traldi) terzogenito, forse la pecora nera della famiglia, distintosi per la sua vocazione e bontà; Smerdjakov (Ferraù) ultimo figlio, nemmeno riconosciuto davvero dal padre e suo servo, tormentato da disturbi psichici. Ciascuno si distingue per peculiari qualità, come ad individuare generi universali di uomini, scalzi, denudati delle loro maschere e capaci di portare in scena null’altro che se stessi. Eppure tutti sono indissolubilmente legati - qui si giustifica la presenza simbolica e costante di corde, funi e nastri in scena - non solo da consanguineità, ma anche da un vissuto e da un’infanzia molto difficili, dettati da paura, sofferenza ed angoscia, oltre che dalla dualità tra vita sregolata e accettazione delle regole e convenzioni sociali. I bambini sono in scena come marionette, vittime e trastulli di una sorte ingiusta e infame. Interessante anche lo spessore assunto dai personaggi femminili (Cicero, De Meo, Vavassori): è l’amore di e per queste donne, amiche, confidenti, amanti o madri, che, come un motore, genera azione e rimescola le carte in tavola. Proprio questi amori, corrotti da gelosia, perversione e denaro, porteranno all’epilogo tragico la sventurata famiglia Karamazov. Una famiglia crollata apparentemente a causa del padre, le cui malefatte, commentate e parzialmente risolte dal servo Grigorij (D.C.Felicioni), sono in realtà seguite da quelle dei figli. Deriva uno scenario confuso e dinamico dove ormai l’ “io” si antepone al bene degli altri in netta e chiara contrapposizione alla dottrina cristiana, alla quale non mancano, certo, provocazioni e riferimenti.
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19 Marzo 2013

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