il network

Sabato 03 Dicembre 2016

Altre notizie da questa sezione

Blog


#DIRITTODICRITICA

Le recensioni degli studenti di "Ti regalo la mia morte, Veronika"

Le recensioni degli studenti di "Ti regalo la mia morte, Veronika"

BIANCALISA SGORBATI – 4 LICEO VIDA

 La magia del teatro emoziona ed affascina ogni volta che si apre il sipario, ma il 3 marzo ha commosso chi aspettava sin dall’inizio della stagione di prosa la trasposizione teatrale del film “Die Sehnsucht  der Veronika Voss” di Fassbinder , regia di Latella. A luci non ancora spente, in proscenio si staglia l’esile figura nevrotica della protagonista, diva in declino del cinema tedesco, (Monica Piseddu), che con voce forzata annuncia il suicidio. Ma è Veronika a regalare la sua morte al pubblico o Fassbinder  a Veronika? Le luci si spengono, una cinepresa scorre su binari, sullo sfondo un arazzo di pelo bianco: siamo nella mente allucinata della protagonista morfinomane. Sei scimmioni, adagiati su una fila di sedie  rivolte al pubblico, nel doppio ruolo di attore-spettatore, lo osservano. I gorilla albini, proiezioni distorte della sua psiche, fungono da coro greco:  attraverso un ritmo costante della parola e dei segni di punteggiatura, scandiscono lo spettacolo dettando l’azione. I primati si mettono quasi a nudo rappresentando i personaggi del film ed i rispettivi  archetipi: l’amore tradito, la normalità a cui Veronika cerca di aggrapparsi, il male e la dipendenza. A metà spettacolo il pubblico non comprende più dove finisca la finzione e cominci la realtà, dove il cinema e dove il teatro. Forse è proprio Veronika che con un continuo cambio di prospettive dirige la cinepresa e riprende ora il pubblico ora le scimmie. Latella concentra l’attenzione sulla donna: come ogni eroina classica, rifiuta gli appelli alla ragione “alzando sempre più l’asticella del dolore”. Monica Piseddu fa esplodere il dolore nella compostezza della recitazione, urla ‘non riesco a frenare le lacrime’, ma non piange fino a generare nello spettatore pietas nei confronti del destino ineluttabile della protagonista. Il finale tradisce il film consacrando la riuscita del dramma: dopo il breve soliloquio pre mortem: ‘Signore fa di me una forma increata… cosa inesistente da sempre, per sempre’, si esce dalla mente di Veronika,  gesto sancito dalla caduta del tappeto e dalla discesa di un albero di ciliegio, e si entra in un limbo dove compaiono  altre eroine tragiche del cinema fassbinderiano. La compagnia AlTREtracce crea giochi di ombre da cui si delineano i volti di Veronika, Fassbinder, Latella. Luci ed ombre: ecco il segreto del cinema.

CAMILLA BOCCHI- 4 LICEO ANGUISSOLLA

Veronika vive la sua tragedia, non si preoccupa del pubblico. Veronika ha paura e vuole silenzio. Il palco di Latella è alla luce, allo scoperto. Lo è Veronika, lo è Latella attraverso Fassbinder. Lo sono gli spettatori durante il monologo iniziale durante il quale le luci in sala rimangono accese. E la protagonista di questa distante realtà chiede aiuto, chiede aiuto a noi, forse senza rendersi conto di chi siamo, se siamo nella sua testa, se la aspettiamo, o la osserviamo, se la conosciamo, se vogliamo un autografo, o se ne abbiamo paura. Il suo personaggio crea quasi soggezione, finché le luci si spengono e si può contemplare una sola realtà, quella sul palcoscenico. Antonio Latella decide di rappresentare il caos di una mente sfatta dalla droga, dalla disperazione di un'attrice al tramonto, che ha bisogno di affetto, di bugie, di lucide rassicuranti certezze. E' così appannata come visione, così assuefatta al dolore, un dolore dall'intensità diluita, che implode in un meraviglioso, pungente realismo. La storia è semplice: Veronika Voss (Monica Piseddu) è un'attrice morfinomane, una drogata, un'artista snob, una donna debole, intelligente che si rintana in una clinica dove le spacciano morfina. Ingannata dalla dottoressa Katz che ha come scopo quello di indurla al suicidio e farsi intestare i suoi beni. Affezionata a Robert che porta apparentemente normalità nella sua vita e tenta di aiutarla. La trama perde quasi importanza, si sgretola nella mente di questa donna con una fluidità, un'armonia di base che, come ci si aspetterebbe, volge ad un punto. Ed è qui che si ritrova l'aspetto della tragedia greca. Veronika ci regala la sua morte, lo dichiara fin dall'inizio. C'è una sorta di sicurezza in questo. E nel corso dello spettacolo la si vede aggrapparsi a chiunque la possa salvare, la possa trattenere, tra Robert e la dottoressa Katz. Due immagini che sono più ombre, voci, stampelle su cui reggersi, ombrelli sotto cui ripararsi. Veronika è circondata da voci, da confusione, come in una sala del cinema, ma è sola. L'ambivalenza di questi due stati d'animo che parrebbero in contrapposizione, ed invece sono perfettamente coerenti, si percepisce in particolar modo dalla scenografia. Ogni attore è parte della scenografia, è parte di un progetto visivo, come oggetti che prendono vita e cambiano forma, emanano emozioni. Pungolano la sensibilità di chi guarda, feriscono Veronika, la infastidiscono, la tormentano, ed allo stesso tempo le calzano perfettamente, vestono la sua solitudine, riempiono il suo vuoto dilatandolo ancora di più. E il dolore si potrà placare solo dormendo, solo sognando, con un punto che è una bugia.

CLAUDIO BARCELLARI- 4 LICEO MANIN

"Aiutatemi. Aiutatemi a regalarvi la mia morte". E' questa la richiesta che Veronika Voss, protagonista del dramma ed ex-attrice divenuta morfinomane, rivolge al suo spettatore ideale. Ci chiede se anche noi sentiamo il suono di una radio che di fatto è pura illusione; e così facendo ci introduce in un mondo a parte, in lei stessa, appunto. Un prologo - e un immediato seguito - raggelante, che spacca fin dall'inizio ogni forma di gerarchia scenica: il pubblico non è più pubblico, la scena non è più scena, tutto è ingoiato dal prepotente mondo interiore di Veronika: tutto è Veronika, che allo stesso tempo è miracolosamente protagonista e spettatrice della sua stessa tragedia (come rivela anche la scenografia, una sequenza di seggiole, come in un cinema). La scena è dominata dalle allucinazioni prodotte dall'uso di morfina - un coro tutto "eschileo" di scimmie che rappresentano la droga, e che smascherandosi, assumono definizione - che, rievocando il ricordo, lo confondono con il presente, in una serie di eventi apparentemente sconnessi l'uno dall'altro, ma che ruotano attorno a figure ricorrenti: una dottoressa e un'infermiera che forniscono la sostanza, un giornalista ambiguo che dice di volerla salvare, e il misterioso R. W. F., che altro non è se non il regista (Rainer Werner Fassbinder): una figura, quella di Fassbinder, che resta sullo sfondo e incombe sulle vicende sceniche come ombra silenziosa, ma che tacitamente incontra la sua creatura dentro alla sua creazione. Interessante e ricorrente, a tal proposito, è il tema del cinema: il ricordo è un copione da ripetere (si associa così il cinema al passato di Veronika, il bel tempo della soddisfazione professionale), il presente una parte da recitare, ora in un modo ora nell'altro - indifferentemente, instabilmente. L'unica idea di stabilità in questo oscuro fluire è la morte stessa, che, donata allo spettatore, costituisce l'unica liberazione.    Espressione dell'arte del trauma e della sproporzione, dell'impressione e dell'ambiguità, Ti regalo la mia morte, Veronika è senza dubbio un dramma di difficilissima decodificazione e dai molteplici spunti. Un'opera e una tragedia intellettualmente e allegoricamente ricchissima, con un'attrice protagonista formidabile; ma, certamente, un'esperienza non per tutti - e forse per nessuno. 

FABIO FAVERZANI – 4 LICEO VIDA

Che hanno a che fare un’attrice al tramonto di una carriera, un ospedale psichiatrico, una radiocronaca sportiva e i gorilla albini? Potrebbe essere l’inizio di una bizzarra barzelletta. Invece è il canovaccio di un’opera carica di drammaticità, molto complessa e ricca di spunti su temi delicati come il suicidio. Giovedì 3 marzo,: “Ti regalo la mia morte, Veronika” è la messa in scena dell’improbabile. Il sipario del Ponchielli si alza ma ancora le luci sono accese. Si è di fronte a una sala di proiezione cinematografica, con un arazzo di pelo grigio sulla parete posteriore. Nessuno è preparato all’angosciante supplica che la protagonista, sola e trasandata, sta per gridare dal palco: “Ho paura di essere dimenticata! Aiutatemi a regalarmi la mia morte!”. Comprende di non essere compresa dal pubblico: “Scommetto che neppure avete letto il programma di sala. Quei nomi vorranno pure dire qualcosa, non sono lapidi”. Veronika Voss (Monica Piseddu) è un’attrice che va incontro al fallimento, professionale e personale. Viene ricoverata in psichiatria, tiranneggiata da dottoresse e infermiere. Si dà alla droga e viene colta da inquietanti allucinazioni in forma di gorilla albini: le sono mostrati la sua vita e i suoi film, come in un ultimo, drammatico lungometraggio. Poi si abbandona alla morte. L’onnipresenza del regista Fassbinder e i suoi film, cui Veronika ha preso parte, sono il pretesto per analizzare finzione e realtà, anche in forma di metateatro. Sono i gorilla a dettare tempi e modi dei flashback e a fare un uso esasperato, quasi “futuristico”, dei segni di interpunzione: “La punteggiatura è importante, Veronika! Con la punteggiatura si fa il montaggio di un pensiero!”. Un collega di Veronika impazzisce e pronuncia una raffica di punti, virgole, asterischi, parentesi quadre e via dicendo. Secondo il regista Antonio Latella, “Veronika attraverso la morfina diviene paradossalmente più lucida, vede davvero i mostri per quello che sono”. “Per aspera ad astra”: liberata da questo “allegorico requiem” si dischiude un Eden, che regala a lei e al pubblico la prima e unica nota agrodolce dello spettacolo. Monica Piseddu e gli altri hanno regalato invece una convincente prova d’artista, intensa e non troppo enfatica. Non tutti l’hanno apprezzata e hanno lasciato il teatro a metà spettacolo, sottraendosi così alla sfida di cogliere “il sugo della storia”.

FILIPPO BIAZZI – 3 LICEO MANIN

“Aiutatemi, vi prego, è un favore che vi chiedo”: inizia così Ti regalo la mia morte, Veronika, pièce scritta da Antonio Latella e Federico Bellini, ispirata dal film Veronika Voss di Rainer Werner Fassbinder e andata in scena al Teatro Ponchielli il 3 marzo.

La protagonista, Veronika, è un’attrice sul viale del tramonto. Ella è vittima di un’infermiera senza scrupoli e della Dottoressa Katz, una neurologa che la tiene “prigioniera” facendole assumere in continuazione della morfina. Ciò che colpisce di quest’opera è come le forti emozioni che la stessa protagonista prova nella sua mente arrivino dirette agli spettatori in teatro. Sensazioni di angoscia, terrore, paura caratterizzano questo spettacolo, enfatizzati dalla fantastica performance di Monica Piseddu che interpreta Veronika. L’umore e gli stati d’animo vengono alterati dalla continua assunzione di morfina: il regista Antonio Latella ha saputo mostrare perfettamente, forse anche troppo bene, ciò che succede all’interno di Veronika grazie a luci e musica. I ricordi riaffiorano nella sua mente quasi come incubi: la presenza di gorilla albini crea un’atmosfera particolare che incute un certo timore. Ma d’altronde è questa la terribile esperienza a cui è sottoposta Veronika… Questi scimmioni, spiega l’autore in un’intervista, possono assumere diversi significati: sta allo spettatore saper decidere quale “parte” attribuire loro.

Col progredire della trama, Veronika fatica a distinguere la realtà dalla finzione: esiste un filo molto sottile che le separa. L’intreccio della pièce rimanda a quello del film di Fassbinder dal quale questo dramma è tratto. I nomi dei personaggi, la scelta di aver mantenuto certi dialoghi in lingua tedesca richiamano ancora una volta l’originale fassbinderiano che viene, però, rivisitato. A Veronika, sfinita, non rimane che “regalare la propria morte” con una dose letale di morfina: al di là della morte ella ritrova altre donne (protagoniste di altri capolavori cinematografici di Fassbinder) che vivono beate in un giardino all’ombra di un ciliegio e alle quali anche Veronika si unisce, trovando, finalmente, liberazione e pace.

E così come Veronika chiunque potrebbe trovarsi, nel corso della vita, in una sala cinematografica a guardare la pellicola della propria vita venendo asfissiato da turbamenti dai quali l’unica via di scampo possibile sembra la morte.

LAURA SOFFIANTINI- 5 LICEO MANIN

Giovedì 3 marzo presso il Teatro Ponchielli è andato in scena «Ti regalo la mia morte, Veronika». Veronika Voss attrice di fama durante il periodo nazista è ormai diventata una sconosciuta morfinomane. Robert Krohn, telecronista con cui la donna ha una relazione, scopre la condizione di segregazione cui è sottoposta nella clinica psichiatrica dalla dottoressa Katz. Tenta di denunciare le violenze, ma Veronika stessa, sotto morfina, nega ogni evidenza.

Il regista scarta la scelta di una rappresentazione lineare dei fatti: noi assistiamo agli eventi attraverso gli occhi di Veronika, siamo nella sua testa. La droga impone alla visione una mostruosa e allucinatoria deformazione. La scenografia è fissa: una fila di sedie da cinematografo occupa la pribalta. I personaggi – eccetto Veronika e Robert – vestono costumi da primati albini. La recitazione si dipana in un complesso sviluppo meta-teatrale in cui le regole della finzione accordata di norma tra palco e platea sono infrante. Questo spiega l’uso dei microfoni, la presenza della cinepresa, la punteggiatura martellata dei dialoghi, le battute e i gesti suggeriti. Nella mente di Veronika la realtà ha assunto i ritmi del mondo della finzione, un enorme palcoscenico su cui ciascuno ha da recitare la propria parte.

In apertura ed in chiusa due monologhi della Voss dettati da un’ altrettanto sconcertante lucidità se paragonati al delirio effetto dell’eroina che si scatena in sfrenate danze bacchiche. La donna urla il proprio dolore, denuncia la solitudine, la paura cui l’ha condannata la perdita del successo. Veronika vive una devastante pulsione di autodistruzione così affine alla sensibilità della tragedia classica greca; il coro – tragico – dei cinque personaggi sulla scena incarna al contempo i frammenti in cui è scissa la sua psiche. La presenza scenica di questo gruppo di artisti – Annibale Pavone, Estelle Franco, Fabio Pasquini– è magistrale: i movimenti, le pose dei corpi seminudi sono di forte impatto visivo. Monica Piseddu e Antonio Latella dimostrano una capacità mimetica ed una penetrazione psicologica profonde di questa figura femminile preda dalla dipendenza. Una creatura artistica del regista bavarese Rainer Wener Fassbinder con cui Veronika instaura un continuo dialogo ideale durante tutta la visione e a cui regala l’ultima sua messa in scena, lo spettacolo della propria morte.

LORENZO DONELLI- 3 LICEO MANIN

Nella serata del 3 marzo in un Ponchielli scarno, si è tenuto il meraviglioso spettacolo 'Ti regalo la mia morte Veronika'. L’inizio é insolito, le luci ancora accese ed una donna, che percorre e ripercorre tutto il palcoscenico, nervosa,disperata,stanca, 'esaurita', che si rivolge al pubblico,chiedendo aiuto. Alle spalle della protagonista v'è una lunga fila di  vecchie sedie di legno,che  a poco a poco vengono occupate da scimmioni bianchi,che rappresentano una personificazione della morfina,dalla quale Veronika dipende. Dietro la scena principale c'è un grande schermo che poi verrà animato da varie immagini ,quali ritratti della protagonista o lettere o autografi che questa produce. Dunque c'è la protagonista che invoca aiuto, scimmioni che gradualmente si spogliano rimanendo letteralmente in mutande e che spesso prenderanno la parola, acquistando il ruolo di altri personaggi. Il personaggio principale è una famosa attrice degli anni '30 che , dopo la caduta del potere Hitleriano, cade in rovina. Nella storia è coinvolto il pubblico in quanto, seduto tra la gente vi è un personaggio che si rivelerà uno dei protagonisti dello spettacolo. Si tratta di Robert Khron,  cronista invaghito della diva vittima di morfina ,decisamente convinto di volerla salvare e togliere dalla clinica di lusso nella quale Veronika Voss veniva appunto drogata. Spettacolo affascinante e impietoso, interpretato da un gruppo di attori decisamente valido (Valentina Acca, Candida Nieri, Nicole Kehrberger,Fabio Pasquini,Maurizio Rippa). La protagonista ,Veronika, è interpretata da una bravissima e intensa Monica Piseddu, che ha letteralmente stupito il pubblico. Regia di Antonio Latella.

MARCO BELLANDI GIUFFRIDA- 5 LICEO MANIN

«La psiche è un teatro di conflitti» scriveva Sigmund Freud agli inizi del XX secolo. Giovedì 3 febbraio è stato rappresentato al teatro Ponchielli il pluripremiato spettacolo Ti regalo la mia morte, Veronika, di Antonio Latella, che sembra la realizzazione pratica di quella dottrina filosofica. Sul palco va in scena proprio la psiche di Veronika Voss,  protagonista del penultimo ultimo film di Rainer Werner Fassbinder nel ruolo di un’attrice amata durante il nazismo. Veronika è prigioniera di se stessa; della morfina da cui è dipendente; della perfida neurologa Katz (Estelle Franco), che si esprime sulla scena in una pronuncia italo-tedesca leggermente eccessiva. Nella tragedia di Latella gioca un ruolo primario il coro, composto da scimmioni dalla pelliccia bianca, la stessa di cui è fatta la parete sullo sfondo della scena. I grossi animali, prodotto della mente di Veronika, rappresentano la droga che la sta divorando. Recitando prima le sceneggiature dei suoi vecchi film e trasformandosi poi nei personaggi protagonisti della sua vita, invitano Veronika e gli spettatori in un mondo in cui si intrecciano il passato e il presente,  il vero e la menzogna, la scena e la realtà. Efficace l’interpretazione di Robert Krohn (Annibale Pavone), arditamente (forse troppo) relegato in platea per gran parte dello spettacolo.  Veronika nel dipanarsi della trama è sempre meno padrona di sé e sempre più in balia dell’immagine che lei stessa si è costruita di quel R.W.F., suo regista. A sottolinearlo, le ombre proiettate sulla parete da Massimo Arbarello, Sebastiano Di Bella e Fabio Bellitti, che dapprima delineano il volto dell’attrice e poi quello di Fassbinder. Di grande impatto scenografico il finale, in cui l’attrice ormai morta incontra in una sorta di limbo le altre eroine fassbinderiane, di cui ha condiviso in qualche modo la sorte. Latella ha messo in scena uno spettacolo d’eccezione. Un prezioso gioiello che affonda le sue radici nella tragedia greca (Euripide in particolare) e al contempo risente di tutta la riflessione psicologica della nostra epoca. Magistrale l’interpretazione di Monica Piseddu, che interpreta un ruolo profondamente suo: nemmeno un piccolo gesto o movimento è lasciato al caso. Antonio Latella si riconferma a pieno titolo un maestro.

MICHELA GONZIO- 4 ITIS

Uno spettacolo coinvolgente, provocatorio ma allo stesso tempo estremamente freddo, confuso e frenetico. Ti regalo la mia morte, Veronika, il 3 marzo al teatro Ponchielli, non fa rilassare e divertire gli spettatori in maniera spensierata; il pubblico è costantemente coinvolto nel dramma di Veronika Voss con la quale compie un viaggio verso la morte.

Veronika (Monica Piseddu) è un’attrice sul viale del tramonto che, a causa del sentimento di vuoto che il finire della sua carriera le provoca, finisce schiava di quella brutta scimmia che divora l’anima e non abbandona più: l’eroina.

Fra viaggi mentali, voci e flashback la linea che divide il reale dall'illusorio si fa sempre più sottile fino a scomparire. Veronika chiede aiuto al pubblico fin dall’inizio dello spettacolo: ci chiede di aiutarla a morire. La morte è vista come l’ultimo possibile tentativo di raggiungere la libertà. Ci sono molti segnali di ogni tipo: sonori, visivi e musicali, tutti finalizzati ad accrescere la tensione e la frenesia.

Antonio Latella, che si è occupato della regia ispirandosi ad un film di R.W. Fassbinder, ammira molto questo regista, non lo ritiene davvero così innovativo e trasgressivo come sembra, cerca invece di leggere le sue opere proprio in chiave classica. Questa è una delle opere più rappresentative di Fassbinder proprio perché non è consolatoria.

Anche dello stile di Latella stesso però troviamo un clichè: la rappresentazione di primati.

Qui troviamo degli scimmioni bianchi che rappresentano sì la droga, ma anche la natura dell’uomo. Latella ritiene che uno spettatore riuscirebbe a immedesimarsi più in una scimmia che in un personaggio umano.

Fassbinder è estremamente presente nello spettacolo. Egli governa sempre la mente di Veronika; i cori e le voci che lei sente, le ombre proiettate sul fondale, i ricordi, tutto la riporta a lui. Questo spettacolo non è tanto tratto dal film di Fassbinder quanto dalla sua regia.

L’obiettivo ben raggiunto di Latella è quello di far sorgere delle domande. Uscendo dal teatro si nota un pubblico abbastanza scosso e “stremato” ma sicuramente soddisfatto.

PIETRO DIGIUNI- 3 LICEO ASELLI

Giovedì 3 Marzo, è andato in scena al teatro Ponchielli di Cremona “Ti regalo la mia morte Veronika”, regia di Antonio Latella,che scrive anche la drammaturgia insieme a  Federico Bellini.

La stesura della pièce è ispirata liberamente alla poetica cinematografica di Rainer Werner Fassbinder, autore a cui molte volte i dialoghi fanno riferimento.

La trama inscena la vicenda interiore di Veronika Voss (Monica Piseddu) , attrice morfinomane di epoca nazista andata in rovina dopo la fine del regime.

A circa metà dell’ opera, dalla platea emerge Robert, cronista esperto di ippica che procurerà a Veronika la parte in un film che diverrà poi la rovina della giovane.

La mente della morfinomane è rappresentata da attori vestiti da scimmie dal pelo bianco che le martellano la testa, le dicono cosa fare:  la classica scimmia, simbolo dell’ assuefazione della droga.

I primati però, nel corso delle scene, si spogliano dei loro vestiti e si trasformano in personaggi reali che fanno da contorno alla vicenda di Veronika.

La giovane, dopo la morte, si ritrova in paradiso dove incontra le altre protagoniste delle opere di Fassbinder.

La pièce proposta da Latella è interessante, con le sue ambientazioni al limite tra grottesco e surreale, il regista cerca un modo nuovo di esprimersi, come del resto ha sempre dimostrato.

Lo spettacolo risulta interessante dal punto di vista artistico, notevole inoltre la proiezione di ombre sullo sfondo della scena.

Nonostante la bravura del regista, un disappunto emerge: come può uno spettatore che non conosce i film di Fassbinder cogliere a pieno lo spettacolo di Latella?

Questa è infatti una delle domande che ci si può porre: la ricerca di un’espressione nuova, fuori dagli schemi è indiscussa, ma la piena comprensione dello spettacolo proposto non è facilmente raggiungibile.

Nonostante questo però, la compagnia interpreta perfettamente la pièce di Latella che, accompagnata da colonne sonore profonde, maestose e da giochi di luce al limite dell’ epilessia rende l’idea di come una morfinomane possa percepire il mondo esterno puntando i riflettori sulla tematica della droga nel mondo dello spettacolo.

RICCARDO BARONI- 4 LICEO ASELLI

Insidioso e malefico “Ti regalo la mia morte, Veronika” è una vera e propria discesa nelle tenebre oscure di una disperazione vorticosa e soffocante.

Lo spettacolo in scena ieri al teatro Ponchielli è un raro esempio di oscurità senza rimedio, in cui anche la più piccola fiammella di speranza, vergognosa della propria fugace apparizione, finisce presto per ritrarsi spaventata.

Non c’è cura per Veronika Voss, attrice bruciata dallo sfiorire della propria giovinezza e dal tirannico dominio della scimmia, la subdola droga che acquista sul palco una propria brutale, primatesca fisicità.

La protagonista, incarnata da una vibrante Monica Piseddu, si presenta fin dall’inizio vincolata da catene di solitudine, finendo per chiudersi(e rinchiudersi) in una prigione di ricordi spezzati e frammentari.

Veronika parla, urla, strilla, ma è tutto inutile; il fascino della sua presenza risiede proprio nel suo dissolversi all’interno di una spumeggiante e caotica mareggiata di gesti, battute e luci sapientemente disseminati in un folle climax turbinante.

Al di là di qualsiasi riferimento al cinema di Fassbinder, cui l’opera si ispira, la poderosa forza della rappresentazione risiede proprio in questo: l’erosione mentale, fisica ed emotiva di Veronika è molto più di una semplice devastazione individuale, è disgregazione stessa dell’individuo come presenza concreta e delimitata.

La Voss non incarna il dramma di un’attrice, ma l’accorato canto di dolore delle ombre d’ogni attore e d’ogni uomo, giungendo fino ad incidere nella propria carne l’insensatezza dolorosa del vivere umano.

 Antonio Latella non poteva fare di meglio per creare uno spettacolo che, come egli stesso desiderava, non risulta affatto consolatorio: nell’universo isolato e cupo da lui creato, in cui di fatto la vita non è altro che una somma di dipendenze, ivi compreso l’amore, che senso può avere, del resto, un concetto così sentimentale come la consolazione?

Veronika, burattino nelle mani invadenti dei mostri che la circondano, è solo manipolata e derisa, senza ricevere alcun appiglio dai manichini che affollano la scena, vuoti riverberi di una mente allucinata e vittime a loro volta dello stesso dramma esistenziale, che subiscono senza speranza di condivisione.

“Il dolore esiste solo per chi lo prova” afferma crudamente Latella, dandone una grande dimostrazione nella ritmica danza macabra da lui presentata.

SANDRO BAROSI- 3 LICEO MANIN

Cos'è la morte se non lo smettere di vivere?

E cos'è la vita se non il cercare di non morire?

E' difficile scrivere di uno spettacolo come ti “Ti regalo la mia morte, Veronika”, andato in scena ieri sera in un teatro Ponchielli semi vuoto. La trama della vita di una donna senza più speranze, se non quella d'abbandonarsi alla morte, che colpisce come un pugno nello stomaco chiunque ne segua lo svolgimento.

Veronica Foss, impersonata da una straordinaria Monica Piseddu, ci racconta forse senza volerlo il subbuglio che regna nella sua testa: scimmie, droga, fumo. Incontrando la poetica di Rainer Werner Fossbinder, Antonio Latella racconta a modo suo l'esperienza traumatica dell'ideatore tedesco, personaggio, probabilmente, del suo stesso dramma.

Sulla scena gli elementi sono essenziali: una fila di poltrone da cinema stile rétro ed un enorme tendone sullo sfondo. Tutto il resto erano Veronika e sei scimmie che s'arrampicavano tra le poltrone, i suoi incubi, timori, vizi, ossessioni che ora la coccolano ora la avvinghiano malmenandola ed insultandola. Le scimmie stesse sono il coro che, protagonisti quanto Veronika, la incalzavano, suggerendole cosa dire, cosa fare, come farlo. Il sentimento che vien fuori è quello della disperazione, una folle e cieca corsa contro il mondo che ormai non ha più nulla da insegnare alla protagonista. La realtà si fonde con l'incubo in un legame indissolubile; una prigione dalla quale l'unica via di fuga è la fuga stessa.

La scenografia sul finale ci regala invece un ambientazione paradisiaca, da cui permea quel pallido senso di malinconia che avvolge l'intera opera.

Uno spettacolo da vedere e da vivere che sicuramente non lascia indifferenti.

Il telegramma della vita che, come una macchina da scrivere batte impazzito lettera dopo lettera, frenetico ed improvvisamente s'inceppa. L'inchiostro è finito, è tutto da rifare.

 

SOFIA RAGLIO- 5 LICEO MANIN

Aiutatemi. Vi prego, aiutatemi. Non si può iniziare così. Ho paura. Le sedie vuote di un cinema vuoto. Punto. La platea semivuota del Teatro Ponchielli. Punto. In scena Veronika Voss. Sybille Schmitz. Monica Piseddu. È splendida, virgola intensa, virgola riempie la scena intera. Punto. Sente una voce, una radio, una radiocronaca. Un cavallo, vince virgola il cavallo è drogato. Viene abbattuto. Punto. Veronika si siede in prima fila a guardare il film della sua vita. Monica interpreta Veronika. Veronika interpreta Veronika. Veronika interpreta R. W. F.. Rainer Werner Fassbinder. Le parti sono tante, ma la voce è una sola, quella del regista due punti Antonio Latella, R. W. F.. Punto. Sei scimmie bianche in scena. Primati. Primitivi. Primordiali. Si spogliano e diventano esseri umani. Gracili rappresentazioni di idee. Idee individuali spogliate della loro unità. Idee archetipiche spogliate della loro individualità. Bianco. Morfina. Mor-fi-no-ma-ne. Bianco. Luce. Bianco. Purezza. Coro di ricordi purificati. Tu devi ricordare tutto. Punto. Fammi dimenticare. Punto. Di’ la tua battuta. È un film, hai una battuta. È la tua vita, hai una battuta. Ma questa non è la mia scena. Di’ la tua battuta. Il film è nella tua testa, tu sei la sala cinematografica. Dai film si entra e si esce. Punto. Dai film si esce solo perdenti. A noi piace vedere chi perde. A noi piace vedere chi ha già perso. Chi ha solo la sua morte da regalarci. La tua morte, Veronika. Punto. Solo dormire, non essere mai esistiti. Punto. È morta. Di eroina. Da eroina. Punto. R. W. F. è morto sei volte in sei donne diverse. Punto. Ombre. Punto. Luci e ombre ti fanno bella. Ombre di madri. Ombre del tuo regista. Vorticose virgola ipnotiche virgola magiche. Dentro la tua testa, un film. La tua vita, un film. La macchina da presa ci riprende tutti. Morfina. Abbraccio. Morfina. Sostegno. Morfina. Seduzione. Morfina. Madre. Morfina. Amante. Morfina. Punto. L’amore è solo accettare una dipendenza. Punto. Ogni uomo uccide ciò che ama. Ciò che di sé ama. Solitudine. Tenerezza. Punto. Accelera virgola accelera virgola driiin, driiin, driiin, tu, tu, tu, you, you. Basta. Ho bisogno di una pausa virgola una sigaretta. Punto. Realtà. Finzione. Una sigaretta vera. Delle visioni. Delle chiavi finte, delle lettere finte. Del cibo vero. Un albero vero. Una cinepresa finta. Un’ossessione vera. Un grazie vero a un vero capolavoro. Punto. 

VIRGINIA FIAMENI- 2 LICEO ASELLI

Ti regalo la mia morte Veronika è lo spettacolo andato in scena a Teatro Ponchielli giovedì 3 marzo. Questo capolavoro diretto da Antonio Latella non è semplicemente l’adattamento teatrale dell’ultimo film di Fassbinder , La nostalgia di Veronika Voss , ma è un vero e proprio omaggio al regista tedesco, nonostante però assuma sembianze di uno spettacolo a se stante. Un vero e proprio tuffo nei ricordi della stella del cinema del Reich Veronika Voss, dove il confine tra realtà ed immaginazione diventa quasi inesistente, e lo spettatore si trova spiazzato da un continuo cambio di velocità narrativa e di scene e da quella continua richiesta d’aiuto che la protagonista trascina con sè durante tutta la rappresentazione. L’esile corpo della donna ,seduto su vecchie poltrone del cinema, è attorniato da bianche figure scimmiesche che la accompagnano, quasi forzandola, nel racconto della sua vita. Figure mutevoli che rappresentano quel comportamento primordiale del quale è prigioniera a causa degli effetti stordenti che la morfina ,assunta nel disperato tentativo di uscire dal tunnel della droga, ha su di lei e che ,spogliandosi piano piano delle loro sembianze animali, si trasformano nei protagonisti dei suoi ricordi, prendendo spesso la parola e riducendo la donna ad essere silenziosa spettatrice della sua stessa vita. Questa ,osservata dall’esterno, sembra essere l’emblema dell’impossibilità di trovare un equilibrio tra finzione e realtà, di non riuscire ad uscire da quel mondo fatto di maschere e convenzioni , rendendo inutile anche l’estremo tentativo del giornalista sportivo Robert Krohn che per amore vorrebbe salvarla. Nonostante lei sembri consapevole della sua malattia, la morfina ha ormai alterato la sua percezione, fino quasi a farle sembrare che la morte possa essere una liberazione, un tentativo di fuga da quel cacofonico palcoscenico che unisce voci, musiche e luci in una sorta di disarmonico susseguirsi di pensieri che è la sintesi della sua vita. Preferendo evadere da questa realtà che ormai la tiene in catene Veronika sceglie la morte, entrando così a far parte della larga schiera di personaggi femminili che si sono piegati alla volontà del loro creatore e carnefice Fassbinder.

09 Marzo 2016

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su La Provincia

Caratteri rimanenti: 1000