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Venerdì 21 Settembre 2018

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Roma: una fine e un inizio

Come la morte di un singolo uomo influenzò tutta la civiltà occidentale

Roma: una fine e un inizio

Vincenzo Camuccini, Idi di marzo - uccisione di Cesare (1789)

Poche date sono così importanti e ricordate come il 15 marzo del 44 a.C. , il giorno in cui Gaio Giulio Cesare, dittatore di Roma, fu ucciso con 23 pugnalate nella Curia di Pompeo Magno da parte di una coalizione di congiurati guidati da Marco Giunio Bruto e da Gaio Cassio Longino. L’importanza di questa data è dovuta agli effetti da essa scaturiti: il giovane Ottaviano, reclamando i diritti dati dal testamento di Cesare, riuscì a diventare il primo imperatore di Roma e a porre fine all’ormai decadente Repubblica. I motivi che condussero i congiurati a compiere questo efferato delitto risalgono al 60 a.C, anno in cui Marco Licinio Crasso, Pompeo Magno e Cesare stesso strinsero un accordo privato, noto come il primo triumvirato, per mettere sotto scacco la Repubblica romana. Secondo i termini di questo accordo, Cesare sarebbe diventato proconsole in Gallia e avrebbe ottenuto tutti i vantaggi derivanti da quella posizione. Durante il suo soggiorno in Gallia Cesare, usando come casus belli la crescente ostilità dei Galli, riuscì in otto anni (58-50) a conquistarla tutta ottenendo così enormi ricchezze e la fedeltà delle sue truppe. Alla morte di Crasso, avvenuta nel 53 a.C. a Carre, il rapporto tra Cesare e Pompeo si inasprì al punto che Pompeo, intimorito dal crescente successo di Cesare e dalla sua smodata ambizione, si alleò con il Senato per togliere di mezzo l’ostico rivale. Cesare, capita la posizione di Pompeo, attraversò il Rubicone nel 49 a.C. dando inizio a una guerra civile durata quattro anni. Al termine della guerra Cesare, divenuto ormai il padrone di Roma, si fece nominare nel 14 febbraio del 44 a.C. dittatore a vita accendendo così le paure dei senatori che temevano una possibile monarchia e una diminuzione del loro potere, tra questi c’era anche Marco Giunio Bruto, suo figlio adottivo. La figura di Bruto è tra le enigmatiche e contestate della storia poiché ci sono diversi motivi per la quale lui avrebbe dovuto partecipare alla congiura: avrebbe potuto partecipare per profitto oppure per onorare il ricordo degli avi. La famiglia di Bruto vantava infatti una discendenza diretta da Lucio Giunio Bruto che aveva cacciato l’ultimo re di Roma Tarquinio il Superbo e aveva instaurato la Repubblica. In ogni caso, approfittando della festività annuale dedicata ad Anna Perenna, i congiurati aspettarono che Cesare si recasse nella Curia per l’assemblea quotidiana e, dopo aver distratto quell’energumeno di Marco Antonio, lo pugnalarono. Cesare inizialmente oppose resistenza, ma quando vide Bruto sussurrò la celebre frase: "Tu quoque , Brute, filii mi".  coprendosi il volto e accettando la morte.

04 Giugno 2017