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Mercoledì 21 Novembre 2018

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Viaggio della memoria

Viaggio della memoria

L'ingresso di Auschwitz

“E’ un uomo la persona a cui vengono tolte tutte le persone che ama, le abitudini, gli abiti, tutto quello che possiede? I prigionieri sono uomini vuoti sofferenze e bisogni, non hanno dignità e discernimento. Chi ha perso tutto perde se stesso” (Andrea A.)

Lo scorso 23 marzo con altri 18 ragazzi del Liceo Manin accompagnati dall’insegnante Russo Rossella abbiamo vissuto l’esperienza toccante del viaggio ad Auschwitz.

Usiamo il termine “vissuto” perchè questo non è una “normale” gita scolastica, ma l’opportunità di toccare con mano quanto gli ebrei hanno vissuto durante la Shoah, tutti noi abbiamo studiato sui libri di storia, visto documentari, sentito testimonianze, ma essere lì vedere, è tutta un’altra cosa.

Il treno ripercorre il viaggio che i deportati erano costretti a fare, in condizioni disumane, ammassati e chiusi in vagoni merci senza aria e spazio per muoversi; qualcuno non arrivava neppure a destinazione.

IL Primo campo visitato è stato Auschwitz; diventato in tutto il mondo simbolo di terrore, genocidio, Olocausto. Fu costituito dai nazisti nei sobborghi di una città polacca Oswiecim; successivamente chiamata Auschwitz indicando anche il campo di concentramento. Già da questo scelta possiamo notare la volontà dei nazisti di dominare tutto il mondo e annullare il “diverso”.

Il campo fu stabilito nella metà degli anni Quaranta, prima dell’inizio della “soluzione finale della questione ebraica”, il piano con cui i nazisti si erano prefissati di uccidere tutti gli ebrei che abitavano sul territorio del Terzo Reich.

Dal 1942 divenne il più grande campo di morte mai esistito dove furono uccise milioni di persone.

Mentre ci si avvicina al campo la prima cosa che si nota è il filo spinato lungo tutto il perimetro, all’interno del quale scorreva corrente elettrica in modo che se qualcuno era intenzionato a fuggire rimaneva folgorato.

Poi, le rotaie del treno che ti portano direttamente all’interno del campo. Giunti davanti al portone la cosa che colpisce è la scritta in ferro “ARBEIT MACHT FREI” (il lavoro rende liberi), parole che oggi sappiamo essere cariche di malvagità e sadismo, perché la maggior parte di loro al di là di questo portone incontrava la morte. Nessuno veniva risparmiato non importava se erano uomini, donne o bambini.

Varcata la soglia il silenzio che domina ti porta indietro nel tempo, una sensazione di tristezza mista ad indignazione ci avvolge, immaginiamo i deportati in mezzo al fango, al freddo, nudi, denutriti… che lavorano sotto l’occhio vigile delle SS. Nella nostra mente le parole del cantautore Guccini, nella sua canzone intitolata Auschwitz, che dicono “….ad Auschwizt tante persone ma un solo grande silenzio..”

Entriamo nelle baracche, che erano le loro case, oggi sono adibite a museo. Le fotografie ai muri appaiono sempre più reali, guardiamo i volti di queste persone, che non lo sono più, perché a loro è stato tolto tutto, abiti, capelli, affetti, dignità…., venivano marchiati come gli animali, catalogati come numeri e qui ritornano le parole di Primo Levi “… è un uomo che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un si o per un no…”. Queste persone sottoposte a enormi sforzi e stress avevano perso ogni sorriso, speranza, sogni, ogni miraggio di libertà. Nei loro occhi possiamo cogliere tutta la loro disperazione, angoscia, rassegnazione, consapevolezza di ciò che succedeva intorno a loro. Sguardi che hanno perso tutta la loro gioia di vivere. Tocchiamo sempre più con mano la cattiveria umana.

Procediamo in silenzio nelle varie stanze e davanti a noi immagini sempre più agghiaccianti, enormi vetrate con i capelli, capelli che venivano tagliati ai deportati per far perdere loro la dignità, montagne di scarpe ammassate, valigie sulle quali si riesce a leggere ancora sull’esterno il nome del proprietario, occhiali, spazzole, pentole….., i nazisti perquisivano tutto.

Siamo rimasti in silenzio, davanti alle immagini di quei bambini innocenti che non costituivano alcun pericolo ma ai quali si è volutamente impedito di diventare grandi, e prima di venire uccisi erano sottoposti ad atroci esperimenti, usati come cavie e ancora le parole della canzone, che dicono “…son morto che ero bambino, son morto con altri cento, passato per un camino ed ora sono nel vento….”

Le torture erano le più impensate, da buche in cui venivano messi l’uno contro l’altro in ginocchio per perdere la sensibilità delle gambe, ai pali a cui venivano appesi per perdere la sensibilità delle braccia, piccole stanze sotterranee dove i prigionieri venivano rinchiusi e murati vivi.

Il muro della morte dove si procedeva alle fucilazioni di massa, i forni crematori dove venivano bruciati corpi e le ceneri disperse per far perdere le tracce, le docce, dove venivano portati e rinchiusi, dalle quali invece dell’acqua usciva gas.

Nonostante tutto questo c’è spazio per una nota di solidarietà umana:la tocchiamo visitando la cella di Massimiliano Kolbe. Un frate che si è offerto di morire al posto di un altro detenuto padre di famiglia, rinchiuso in questa cella Kolbe è stato lasciato morire. Papa Giovanni Paolo II lo santificò come martire della carità.

Uscendo da questo luogo ognuno di noi senza parlare sicuramente ha pensato che “simili atrocità non devono, non possono più ripetersi”… ma purtroppo non è così… simili atrocità si sono e continuano a ripetersi.

Quando torni da questo viaggio, non siamo più come prima, qualcosa dentro di noi è cambiato, non possiamo accettare chi vuole cambiare la storia, chi vuole dimenticare…. Le parole “RICORDARE PER NON DIMENTICARE” oggi, per noi, sono sempre più vere.


02 Giugno 2017