il network

Lunedì 19 Novembre 2018

Altre notizie da questa sezione

Blog


INIZIATIVE

Diritto di critica, le recensioni degli studenti di Stabat mater

Diritto di critica, le recensioni degli studenti di Stabat mater

Stabat mater al Ponchielli. Ecco le recensioni dei ragazzi che hanno partecipato a ‘Diritto di critica’. Scegli quella che preferisci e VOTA il sondaggio: resta aperto fino a giovedì 5 aprile.

COLLA ANDREA, 5^A GHISLERI - Una madre, una donna in cerca disperata del figlio, una Madonna sotto la croce di un Cristo che forse non rivedrà più, in lacrime. Ecco la presentazione di un’irripetibile Maria Paiato, andata in scena lo scorso martedì 22 marzo al teatro Ponchielli con lo spettacolo “Stabat Mater” di Antonio Tarantino per la regia di Giuseppe Marini. Un titolo curioso, quasi simbolico: “stava la madre” potremmo tradurlo, una preghiera cattolica, divenuta vera e propria supplica di una donna che grida disperatamente dai bassifondi del mondo. Un titolo che ci racconta esso stesso una storia. E l’ignara protagonista di questa è una donna, Maria Croce (un nome un programma, non trovate?), ex prostituta divenuta presto ragazza madre e costretta a crescere il proprio figlio da sola; un figlio tirato su a Simmenthal e Nutella, con l’aiuto della parrocchia e contro gli occhi cinici del mondo esterno, giudice della loro vita. Sarà proprio questo mondo, tanto crudele e meschino a strappare alla giovane donna l’amato figlio: e così, Maria si trova sotto un patibolo costituito da burocrazia e prigioni, a piangere come la Vergine alla croce del Cristo. Una Vergine del tutto nuova: lei è fatta di carne e di pura umanità, caratteristica che la conduce a sfogare l’immenso dolore nell’alcool. Ha un linguaggio sboccato, Maria: diretta, senza giri di parole riesce al colpire il pubblico sul vivo, facendo sì che lacrima e risata, tristezza e leggerezza si alternino continuamente per quasi novanta minuti durante l’intera pièce. In questa rappresentazione, attrice e testo si fondono, creando un mix esplosivo. Accanto ad un copione studiato egregiamente troviamo un’interprete favolosa: Maria Paiato è una delle più illustri rappresentanti del teatro italiano, che con la sua capacità recitativa colpisce tutti coloro che la ascoltano. Una scenografia moderna sostiene il tutto: una struttura circolare in legno, con una forma che potrebbe quasi ricordare un’aureola, su cui la Paiato si muove con disinvoltura. Uno spettacolo eccezionale, degno di essere visto, certamente apprezzato dal pubblico presente in sala e che, a una volta terminato, ha fatto pensare chi aveva avuto la fortuna di vederlo. Uno spettacolo che ha avuto l’onore e l’onere di chiudere la stagione di Prosa 2017/2018, che di rapporti genitori-figli ha molto trattato durante questi ultimi mesi.

DANZI ANITA, TERZA B LICEO LINGUISTICO MANIN - Martedì 20 Marzo il pubblico del Teatro Amilcare Ponchielli si commuove di fronte alla strabiliante attrice Maria Paiato. Antonio Tarantino ha preso spunto dallo “Stabat Mater”, meditazione del XIII secolo sulle sofferenze della Madonna, per riproporre la figura della madre addolorata dall’assenza del proprio figlio. Sul palco c’è un’ampia base circolare in legno, Maria Croce è al suo interno ed inizia a raccontarci la sua storia. Durante la prima parte dello spettacolo esprime con grande volgarità la rabbia che prova nei confronti di Giovanni, l’uomo che l’ha messa incinta quando lei era ancora una ragazzina, ed è sparito dalla sua vita, senza riconoscere il loro figlio. Il maledetto, come lo descrive continuamente, si è sposato con una donna grassa e alcolizzata. “Non è facile crescere un figlio come il mio”: continua a ripetere la donna, anche se Don Aldo, l’uomo che l’ha guidato durante il catechismo, l’ha aiutata ad educarlo. Maria è in realtà una prostituta, e con la figura di Don Aldo compare il tema della corruzione della chiesa. Ad un certo punto, durante la seconda parte dello spettacolo, la sciagurata bisbiglia tra i singhiozzi che forse sarebbe stato meglio abortire poiché Giovanni l’ha usata come tutte le donne con le quali è stato e non l’ha mai amata davvero. Ancora adesso la illude: “Alle 10 sono da te, Maria”, ma in realtà non si presenta mai. Non c’è mai stato e non tornerà più. Improvvisamente si sente come un tuono, in scena compare una luce chiara, il cui riflesso ha la forma di una croce. È proprio in questo istante che notiamo il collegamento tra la madre di Gesù ed il personaggio teatrale. Come la Madonna soffre nel vedere Gesù morire, Maria Croce si dispera nel riscontrare che suo figlio non lo vedrà più. Implora Giovanni a tornare da lei, dicendogli che ha il presentimento di non incontrare più il ragazzo che da sola ha cresciuto, dato che è in prigione. Non sa nemmeno se sia vivo; probabilmente, come Giovanni, non tornerà. Nonostante il monologo inizialmente risulti a tratti un po’ noioso, è stata sorprendente la recitazione della Paito, che ha trasmesso perfettamente il messaggio della solitudine e, con un linguaggio volgare e comico, ha allo stesso tempo divertito gli spettatori, che, terminata la rappresentazione, hanno applaudito calorosamente.

DAUPAJ EUGENIA - Martedì 20 marzo al teatro Ponchielli di Cremona, Maria Paiato si è andato in scena un monologo intitolato "Stabat Mater", scritto da Antonio Tarantino e con la regia di Giuseppe Marini. Divertente, coinvolgente e anche confuso; infatti non si comprende bene sin dall'inizio cosa succede e solo alla fine si capisce che il carattere ironico dello spettacolo è una maschera che copre qualcos'altro. Maria Paiato interpreta Maria Croce, una donna buffa, che si prende in giro da sola, vestita con abiti dai colori vivaci e con una risata davvero particolare che fa ridere solo a sentirla. Racconta la sua storia, parla e parla mentre aspetta Giovanni. Questo nome si sente moltissime volte durante lo spettacolo, sempre seguito da un immancabile insulto. Maria era rimasta incinta a quindici anni e si può pensare che Giovanni sia stato il suo ragazzo di allora. Non vede suo figlio da molto tempo, non sa se sia vivo o morto, non sa dov'e. Quindi Maria è arrabbiata e parla senza interruzione per sfogarsi. Ripete molte volte le stesse frasi o parole con enfasi, per sottolineare la loro importanza ma anche perchè è nella sua natura di persona loquace. E' anche una donna molto volgare, che si lascia andare a un linguaggio poco raffinato e si accende anche una sigaretta. Ma finita la prima parte divertente, Maria si incupisce, piange, e viene rivelato quanto deve avere sofferto nella sua vita. Nel profondo è davvero triste, senza speranza, nulla è andato per il verso giusto. E' una donna disperata, pazza, rovinata da quello che le è successo, e Giovanni le manca anche se continua a insultarlo. Poi le viene un brutto presentimento riguardo a suo figlio, ha paura di non vederlo mai più. E infatti così succede. Si sente un fragore improvviso e una croce viene proiettata sul fondo del palcoscenico; suo figlio è morto. Ma dopo un momento ancora di disperazione, Maria si riprende e ritorna la donna forte che era prima, insultando Giovanni per l'ultima volta. Si può dire che Maria Paiato è davvero bravissima, parla per quasi due ore senza mai stancarsi, perfettamente padrona dell'insolita scenografia, costituita da una pedana circolare sulla quale l'attrice si muove. Non a caso alla fine dello spettacolo scoppia un lunghissimo scroscio di applausi. Per completare il tutto, sul sipario ormai chiuso viene proiettato un grandissimo cuore.

FIAMENI VIRGINIA 4D ASELLI - La pedana lignea stanzia nel mezzo della scena del Ponchielli come un anello planetario che racchiude tutta la degradata mondanità, circolare come il corso della vita, come quell’esistenza statica di una società al margine che si attacca a speranze illuse e promesse eluse, in un mondo a cui non appartiene. É questa Maria Croce (Maria Paiato), protagonista di Stabat Mater al Teatro Ponchielli il 20 marzo, una profuga nel suo stesso paese, una profuga nella sua stessa esistenza, non meno di quei ‘Marrochini’ che disprezza con l’odio di chi sa che, ormai vicini al fondo, si può solo guardare più in basso. E come lei sono profughi i discorsi con i quali riempie cacofonicamente la solitudine che la circonda, ricchi di strafalcioni e ripetizioni autorassicuranti, di cambi di accento e parole ibridate e dissonanti. Uno storpiato grido di dolore di una madre sola, il monologo di Tarantino, che disegna di Maria il profilo di donna dalla vitalità animalesca che nutre un’immensa necessità di essere, un travolgente bisogno di vivere che la porta a saper sarcasticamente ridere di sè e delle sue quotidiane disgrazie. Ride, ride perchè sa di aver fatto tutto ciò che era in suo possesso per tentare di riscattarsi, per crescere suo figlio sola contro tutti e contro tutto, sa di averlo fatto di averlo fatto per lui, perchè lui potesse essere al sicuro dalla ferocia della contemporaneità. Ma questa ‘Madonna dei ripudiati’, dietro la sfacciata irriverenza verso la vita, mostra la fragilità di una donna spaventata, la fallibilità di una madre alla deriva nel vedere il proprio figlio ‘in croce’. Così, come la Madonna, Maria Croce si trova a fronteggiare lo strazio peggiore per una madre, quello della (seppur ipotetica) perdita del figlio, con però una sostanziale differenza: il senso di abbandono che prova nel non avere qualcuno a cui poggiarsi. Non ci sono l’apostolo Giovanni e la Maddalena di Cristo ad asciugarle il volto, piange sola nell’aspettare invano il SUO Giovanni, padre del bambino, alle dieci di ogni santissimo giorno, nel notare che Maddalena, fidanzata di SUO figlio, non si preoccupa nemmeno di andare a cercare quel ragazzo ingiustamente incarcerato dal lavarsene le mani delle istituzioni. Quel che ne risulta è un ritratto ben preciso di una società in declino, abilmente tratteggiato dall’interpretazione di una straordinaria Maria Paiato, che non smette di stupire per la camaleontica capacità scenica ed espressiva, empaticamente strabiliante.

GHINAGLIA FABIANA- 5 MODA ISTITUTO STRADIVARI - Martedì 20 Marzo al Teatro Ponchielli di Cremona è andato in scena lo spettacolo del drammaturgo Antonio Tarantino “Stabat Mater” diretto da Giuseppe Marini. Al centro del palco una struttura ad anello circonda Maria Croce (Maria Paiato), ragazza madre e prostituta, che inizia il monologo, o meglio “oratorio per voce sola”, parlando di Giovanni, amante e padre illegittimo di suo figlio, che risulta essere in ritardo per il loro appuntamento. L'opera narra di una madre distrutta dalla scoperta che suo figlio, intelligente e che avrebbe potuto fare tante cose buone nella vita con “il suo testone”, viene arrestato e condannato per terrorismo. Ambientato nella periferia popolare di una Torino degli anni '80 il monologo appare come un fiume di battute, bestemmie e volgarità che nascondono una donna provata dalla vita che annaspa ma che tuttavia cerca di non annegare nel mare della sua vita. Nel corso dello spettacolo i ruoli degli altri personaggi, la signora Trabucco (assistente sociale), Don Aldo (prete e uomo che incarna il peccato e la santità), il Dottor Ponzio (colui che arresta il figlio) e il Dottor Caraffa (colui che imprigiona e condanna il figlio) recitano attraverso la bocca della Madre. “Stabat Mater” è una preghiera del XIII secolo dalla quale Tarantino estrapola la figura della madre e la rende attuale grazie anche all'aiuto della costumista Holga Williams che con il cardigan azzurro che la protagonista indossa per tutta la durata della performance riesce ad alludere alla Vergine Maria della preghiera, mentre gli abiti attillati e un po' “sciancati” incarnano perfettamente la persona di Maria Croce. L'opera risulta forse troppo volgare in certi momenti ma il tutto viene riequilibrato dai momenti alternati di dolore e ironia che la donna, tra strafalcioni e dialetto, riesce a mettere in risalto. Il pubblico è rimasto piacevolmente sorpreso dalla bravura dei Maria Paiato tanto da continuare gli applausi ben oltre la fine dello spettacolo e di sicuro l’attrice ha saputo far riflettere gli spettatori anche dopo l'uscita dal Teatro Ponchielli.

GUALTIERI JACOPO – 2 LICEO ASELLI - Una Maria senza Dio, così viene definita Maria Croce, la protagonista di questo monologo andato in scena al teatro Ponchielli martedì 20 marzo; effettivamente paragonare la figura santa e pia della “vergine Maria”, ritrovabile nella liturgia cristiana, ad una prostituta di mezz'età con un passato da ragazza madre abbandonata a sé ed un presente composto perlopiù da alcol, sigarette e odio per la società in generale può sembrare insolito, sconveniente, quasi insultante, ma è proprio su questa controversia che l'autore Antonio Tarantino ha voluto giocare nello scrivere questo spettacolo, controversia che viene ancor più accentuata dal linguaggio utilizzato nella rappresentazione, un linguaggio crudo, povero, volgare ai limiti della decenza, ma che contribuisce in maniera drastica alla credibilità dell'opera agli occhi dello spettatore, il quale si ritrova inevitabilmente ad immergersi nella psiche straziata e caotica della protagonista. Alla scenografia, affidata alla cura di Giuseppe Marini, viene invece riservato il compito di ricordarci la santità di questa madre peccatrice, compito che svolge indubbiamente bene, l'intera rappresentazione viene recitata in un'area delimitata da una aureola di legno sostenuta a mezz'aria da gambe di ferro e nei momenti più intensi vengono sottolineati da una variazione di intensità dell'illuminazione, a rappresentare probabilmente la luce divina, il quale sembra essere al corrente delle sofferenze della oratrice e pare quasi condividerne il dolore. L'atmosfera data dalla scenografia viene egregiamente incentivata dalle musiche originali di Paolo Coletta che con le sue sonorità che richiamano la tradizione popolare siciliana. Coinvolgente e partecipata è la performance dell'attrice Maria Paiato, la cui interpretazione ha dato corpo e voce al dramma del suo personaggio.

MARCHI REBECCA - Non è necessario saturare un palcoscenico con numerosi oggetti e attori per ottenere l’attenzione di una platea, e per dar vita ad un coro di presenze. A dimostrarlo è stata la spettacolare Maria Paiato, la quale, la sera del 20 marzo, disponendo solo di una pedana posizionata in modo da inglobare la sua figura e il suo mondo e della propria capacità recitativa, si è cimentata nell’interpretazione di una Madre del Cristo attuale, una Maria dei giorni nostri, parzialmente in antitesi con l’originale, assumendo di volta in volta sembianze e accenti di altre persone, comprese nel monologo. Stabat Mater, è questo il nome che il commediografo prende in prestito dalla preghiera medievale per la sua opera: un oratorio a voce sola caratterizzato da un italiano sporcato da una dicitura dialettale meridionale, di cui Tarantino si è servito per scrivere un testo che vede la forte presenza del tema dell’eticità. L’attrice si immedesima in Maria Croce, nome premeditato di una ragazza madre ed ex prostituta che ha avuto un figlio da Giovanni, uomo balordo sposato con -come afferma ripetutamente la Paiato- una donna grassa, brutta, ingenua e fetente: “un mastello di gorgonzola”. L’opera si apre con la protagonista che, nei pressi di una periferia torinese, attende l’amante che alle dieci non è “venuto”, nonostante le avesse dato la sua parola. Giovanni non aveva mai tenuto conto della sua gravidanza, aveva piuttosto continuato a trattarla come una prostituta da cui ricavare “roba” scadente, che nemmeno i marocchini rivenderebbero. L’incontro era stato fissato per tentare di liberare il figlio, quella gran testa, come lo definivano le sue insegnanti durante i colloqui, che era stato imprigionato dallo Stato, perché terrorista. Da qui ha origine il monologo della Madonna meridionale: un soliloquio da cui sgorga la rabbia repressa della donna, dovuta alla sua vita infelice. E’ proprio quest’ultima, la collera che, insieme al dolore, conduce l’attrice ad un turpiloquio ironico, volgare, logorroico, ripetitivo. Disorientante. Capace di divertire ma, contemporaneamente, di far riflettere sull’orrore dell’esistere. Alla fine non si presenta nessuno, nemmeno la perversa fidanzata di quel “cristo di un figlio”, Maddalena. E allo stesso modo in cui la Madonna lo fu ai piedi della croce, Maria si trova chinata sulla pedana che la ha fatto da palco, a piangere il figlio ucciso.

PENATI SABRINA, 2A AFM GHISLERI - Martedì 20 marzo al teatro Ponchielli è andato in scena lo spettacolo Stabat Mater. Un monologo di Antonio Tarantino interamente interpretato da Maria Paiato nel ruolo di Maria Croce. Le scene curate da Alessandro Chiti, i costumi da Helga Williams, le musiche da Paolo Coletta e il disegno luci da Javier Delle Monache. Stabat Mater è uno spettacolo che parla di una ragazza madre, ex-prostituta che cresce da sola il figlio dopo essere stata abbandonata da Giovanni, il padre di suo figlio. Giovanni era l’amante, sposato con una donna che definisce un “mastello”. Uno spettacolo ricco di ripetizioni per far capire bene il concetto. Il linguaggio è quotidiano, una mescolanza di dialetto del sud e quello di Torino. In questo monologo Maria Paiato ha coinvolto il pubblico facendo capire la difficoltà di crescere un figlio da sola. Maria è un personaggio unico, ce l’ha a morte coi marocchini che comprano tutto a 2 mila lire e perché hanno un “sesso” perverso. Poi ripete che vuole mettersi a dieta, per far vedere a tutti quanto bella è e diventare un figurino. Nonostante tutto cerca in tutti i modi di crescere suo figlio nel migliore dei modi, nutrendolo a Nutella e Simmenthal. Maria fa riferimento ad altri personaggi come Don Aldo che è un santo, la Maddalena che ha portato sulla cattiva strada suo figlio, la signora Trabucco che è la funzionaria dell’assistenza sociale e il dottor Ponzio che se ne lava le mani. Abbandonata da tutti i suoi amici Maria non si arrende, cerca ogni modo possibile per tirare fuori dai guai suo figlio. Uno spettacolo duro e reale, che ha saputo mostrare la forza e l’amore di una madre.

SPOTTI MICHELA - ISTITUTO A. STRADIVARI 5^ MODA - "Mica c'ho scritto sale e tabacchi sulla fronte!". Questa è una delle frasi più ripetute nell'oratorio per voce sola "Stabat Mater"di Antonio Tarantino andato in scena Martedì 20 Marzo al Teatro Ponchielli di Cremona. Maria Paiato interpreta "Maria Croce" una donna messa alla prova dalla vita che cerca di non affogare in tutto il male che la circonda. E' un'ex prostituta diventata madre del figlio avuto da Giovanni, suo amante, a sua volta sposato con una donna che definisce "mastello di gorgonzola". Maria è una donna forte, decisa, non stupida (infatti ripete più volte "mica c'ho scritto sale e tabacchi sulla fronte") ed esageratamente logorroica, con molti difetti certo, ma che sopravvive alla vita con tenacia. Il monologo è ricco di espressioni grottesche e talvolta troppo volgari dettate da un animo arrabbiato ed esausto. Maria Croce è una madre sola, abbandonata dal padre di suo figlio che "dice di arrivare alle 10 e Giovanni non si è mai visto alle 10" (sic), è una madre che lotta disperatamente per la salvezza del figlio, è una madre che lancia un grido d'aiuto a cui nessuno risponderà ma nonostante tutto è una donna che ha sempre aspettato e che sempre aspetterà, senza arrendersi mai. L'ora e mezza di monologo si svolge attorno, sopra e all'interno di una pedana circolare in legno, con lo sfondo che varia di sfumature grigie e qualche brano musicale d'accompagnamento. L'abbigliamento del personaggio è semplice, colorato e attillato, un cardigan celeste, una maglia scollata di vari colori e fantasie abbinati ad un paio di leggins verdastri. Nel complesso lo spettacolo è stato apprezzato. Numerose le battute velate dall'ironia che hanno suscitato risate e applausi da parte del pubblico. La Paiato è stata in grado di immedesimarsi e trasmettere agli spettatori la personalità del personaggio. "Stabat mater"è un monologo incredibilmente volgare ma assurdamente autentico.

29 Marzo 2018