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Domenica 18 Novembre 2018

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"Qualcuno volò sul nido del cuculo", le recensioni degli studenti

 "Qualcuno volò sul nido del cuculo",  le recensioni degli studenti

CREMONA - "Qualcuno volò sul nido del cuculo": ecco le recensioni degli studenti.

Riccardo Baroni - VA Liceo scientifico Aselli - La pazzia è estremamente sfaccettata: dalle manifestazioni più gravi di disturbi psicofisici che impediscono una vita regolare, per arrivare fino ai confini labili e mutevoli, spesso tracciati con il metro del pregiudizio sociale e dell’ottusità, che caratterizzano le sue forme più leggere. Senza dimenticare quei casi in cui di pazzia non si dovrebbe proprio parlare, per focalizzarsi invece sull’ insicurezza endemica che rende certi soggetti sempre prossimi al collasso, indipendentemente dalle sue cause prime.  Ebbene, “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, in scena mercoledì 1 marzo al teatro Ponchielli, tocca tutti questi aspetti, talvolta in volata, talvolta con acuta lucidità analitica, nel riuscito tentativo di sciogliere ogni stereotipo sull’argomento con un calore umano sempre mirato e mai banalmente sentimentalistico. I personaggi, gli internati di un ospedale psichiatrico, sono ben caratterizzati, ma sempre pronti a schivare la tentazione di scadere in vuote macchiette, muovendosi abilmente su quel confine tra eccentricità e compostezza che caratterizza molti folli, o presunti tali: il risultato è un grande realismo, capace di essere comico, ma sempre con una sobrietà e una naturalezza ineccepibili. Qualità, queste ultime, che caratterizzano tutto lo spettacolo, scivoloso come una saponetta di burro: le quasi tre ore di rappresentazione, per quanto dense siano, trascorrono ad un ritmo travolgente, depositando però significativi semi di riflessione. L’unica pecca sembrano essere le figure un po’ stereotipate di suor Lucia(una splendidamente algida Elisabetta Valgoi), direttrice a tutti gli effetti del manicomio, e di Dario Danise (vivacemente interpretato da  Daniele Russo), un criminale che riesce nell’intento di farsi trasferire dalla prigione all’ospedale psichiatrico: la prima sembra ridursi ad una semplice incarnazione negativa di un ordine repressivo, mentre il secondo, su cui non possono che convergere le simpatie del pubblico, risplende della luce eroica del liberatore in grado di condurre i pazienti sottomessi verso la speranza della libertà, nonostante i suoi evidenti difetti. Tuttavia la sapiente regia di Alessandro Gassman è perfettamente consapevole di questo meccanismo, come rivelano i principali colpi di scena dello spettacolo, in grado di capovolgere, con uno stupore quasi grottesco, una simile, approssimativa interpretazione di questo capolavoro.

Lucrezia Bariselli - VA C Liceo Vida - Un inno alla vita e alla comprensione del prossimo, un grido di disperazione portato alla luce da un vento di cambiamento. “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, in scena al Teatro Ponchielli, mette davanti agli spettatori la verità che ogni giorno si cerca di nascondere: la follia. L’uomo non riesce ad accettare questa realtà e costruisce i manicomi, crea strumenti e torture per cercare di far tornare tutto sotto uno stretto, e illusorio, controllo. Dario Danise (Daniele Russo), fingendosi pazzo per evitare diversi anni di carcere, viene internato in un istituto psichiatrico. Qui incontra sei malati mentali: sei persone. È questo che il protagonista vede in loro a differenza del resto del mondo che volge lo sguardo dall’altra parte. Il manicomio è gestito da Suor Lucia (Elisabetta Valgoi), una donna fredda e calcolatrice che tiene pazienti ed inservienti sotto stretto controllo, ma da quando Danise fa la sua entrata qualcosa cambia e questo stravolgerà le vite di tutti, a partire dalla sua. Dal romanzo di Ken Kesey e dal testo di Dale Wasserman, Alessandro Gassmann dirige “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, allestimento che ha un illustre precedente, il film di Milos Forman. Un’opera densa di emozioni che fa riflettere sul vero significato di pazzia e sui terribili trattamenti a cui i pazienti erano sottoposti: dalla violenza psicologica, passando per metodi antiquati e pericolosi come l’elettroshock e per finire con la lobotomia. L’opera ambientata in Italia nel 1982 presenta una scenografia complessa: le pareti interne del manicomio, il gabbiotto da cui Suor Lucia gestisce le medicine ed in fine un secondo piano sopraelevato con un passaggio verso altre celle. Tutto curato nei minimi dettagli, ma la cosa più stupefacente non sta nella bellezza della scena, nè nei costumi, semplici, ma d’effetto che caratterizzano i personaggi, bensì negli effetti speciali che con un proiettore ed un sipario velato, posto come schermo tra il palco e la platea, riescono a fare vedere agli spettatori cosa immaginano i protagonisti e i gesti estremi a cui sono portati. Eccezionali le interpretazioni, in grado di stupire, commuovere e rendere complici gli spettatori con una battuta o un gesto. Imparare a vedere la persona dietro il mostro, dietro la malattia e la paura, comprendere che a volte serve solo della gentilezza e qualche cura in più, una carezza invece di uno schiaffo: un gesto semplice, come offrire una caramella, può fare davvero la differenza.

Fabio Faverzani – V Classico Liceo Vida - Non si può scordare presto o restare indifferenti a “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, in scena il 28 febbraio e il 1° marzo al Ponchielli, ore 20.30, nell’adattamento diretto da Alessandro Gassmann. Sia quanto al contenuto, che sa toccare le corde dell’anima e stimola spirito critico e senso morale, sia quanto agli effetti speciali mozzafiato, a metà strada fra la drammaturgia e la cinematografia, anche grazie a un sapiente uso della musica. Fra palco e platea, un telo leggerissimo fa da supporto alle immagini prodotte dalla mente di Ramon, internato nell’ospedale psichiatrico in cui si snoda la vicenda. Sull’insolito schermo si sono alternati, a fine serata, a mo’ di “titoli di coda”, i nomi degli attori insieme a quelli dei personaggi interpretati; o ancora, a mo’ di scenografia, ecco comparire il golfo di Napoli e la sagoma del Vesuvio, a contestualizzare un allegro festino sul balcone della struttura in cui alloggiavano i protagonisti. Il tema della morte, del suicidio e dell’omicidio, quello dell’infermità fisica e mentale e del dolore si presentavano a tratti in modo delicato, a tratti crudo, quasi fastidioso, come d’altronde prevede l’originale di Dale Wasserman, dall’omonimo romanzo di Ken Kesey. Il tutto è rapportato all’attualità: l’azione scenica è stata trasferita dalla California a una clinica partenopea degli anni ’80. Le interpretazioni degli attori hanno convinto il pubblico, soprattutto (e giustamente) quelle di Daniele Russo, Gilberto Gliozzi ed Elisabetta Valgoi (il protagonista Dario Danise, l’amico Ramon e la perfida suor Lucia). Spettacolare la scena della serata di finale dei mondiali Italia-Germania, in cui il gruppo, esultando per un goal, si agitava come se i gesti fossero però impressi su una pellicola cinematografica al rallentatore. Un’idea simile già è stata sfruttata nell’Ivanov di Filippo Dini, sempre nel programma di prosa di quest’anno. In ogni caso, la pièce di Gassmann si è presentata come quella forse tecnicamente più complessa della stagione, e a livello registico una delle meglio riuscite. All’uscita dal teatro, si aveva l’impressione di aver visto due spettacoli distinti: fino all’intervallo, una commedia brillante, che però non ha fatto che da “terreno preparatorio” alla seconda parte, di gran lunga più angosciosa: il tutto in due ore e tre quarti. Sedotti e abbandonati dalla comicità incalzante dei personaggi in scena.

Alessandro Giovanelli IV AS Liceo Vida - Martedì 28 Febbraio e Mercoledì 1 Marzo al Teatro Ponchielli è andato in scena “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Alessandro Gassman, ispirato all’adattamento scenico di Dale Wasserman e tratto dall’omonimo romanzo di Ken Kesey. L’intera rappresentazione si svolge all’interno di un ospedale psichiatrico, dove viene accolto un nuovo paziente portatore di un sentimento di libertà, Dario - nell’opera originale chiamato McMurphy - interpretato da un ottimo Daniele Russo. Le problematiche dei vari personaggi si incontrano e si scontrano: c’è chi balbetta, chi sdoppia la propria personalità, chi si lascia emozionare con poco e chi dà pennellate al vento. Poi c’è chi come Ramon (Gilberto Gliozzi) se ne sta immobile perché ha paura di tutto e poi trova il coraggio di togliere la sofferenza ad un amico soffocandolo con un cuscino. Quest’amico che aveva portato un’aria nuova dentro quel luogo di pazzia, che non riusciva a sottostare per più di qualche ora al volere di chi comanda e impone tutto, Suor Lucia (Elisabetta Valgoi). I burattini addormentati vengono svegliati da questo nuovo compagno con delle affermazioni per loro traumatiche e rivoluzionarie: sono uomini, si possono ribellare e possono determinare il loro futuro poiché non sono né troppo piccoli né troppo deboli né troppo stupidi. Dario porta una ventata di freschezza e di coinvolgimento che riesce a ridare la parola anche al possente Ramon che si sente minuscolo in una società dove tutto lo soffoca. E così una sera di divertimento sembra riaprire le menti dei personaggi facendoli diventare folli di felicità. La scenografia molto elaborata ci fa entrare nell’ospedale psichiatrico e ci aiuta a vedere lo spettacolo con gli occhi degli attori. Le brevi pause fra una scena e l’altra, realizzate tramite alcune videografie, fermano il tempo e concedono l’opportunità per una riflessione su quell’ironia che fa tanto sorridere quanto pensare. Gassman è riuscito a unire nelle quasi tre ore di spettacolo il divertimento, la più profonda angoscia e l’amore per gli amici, tanto da far sembrare uno spettacolo così complesso troppo corto per il suo forte coinvolgimento.

Barbara Pedroni - III A Classico Liceo Manin - Quando Randle McMurphy diventa Dario Danise, l’ospedale psichiatrico di Salem si trasferisce ad Aversa e ad alcuni personaggi è attribuita una spiccata cadenza napoletana ecco che al Ponchielli va in scena “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, ma tutto all’italiana. In un manicomio in cui il tempo scorre lentamente, scandito dalle regole ferree della rigida suor Lucia (Elisabetta Valgoi), ogni paziente è caratterizzato da una precisa malattia mentale che lo distingue da tutti gli altri: il signor Di Marco (Mauro Marino), leader del gruppo, afflitto da un travagliato passato sentimentale, il bipolare Adriano Bernardi (Giacomo Roselli), che convive con una doppia personalità, Giacomo Buganè (Emanuele Mara Rosa), che nutre pensieri morbosi e ossessivi sul gentil sesso, lo strampalato Manfredi Delle Donne (Alfredo Angelici) e il giovane Fulvio (Daniele Marino), oppresso da balbuzie e sensi di colpa. Ma senza dubbio il paziente che crea più empatia con il pubblico è Ramon (Gilberto Gliozzi), un gigante buono che però si sente piccolo, imponente ma impotente, al punto da fingersi sordomuto. I suoi pensieri e le sue visioni prendono vita su un sipario velato, giochi di luce e motivi musicali ne accompagnano ed esprimono le emozioni. A sconvolgere la monotona routine dell’ospedale psichiatrico è Dario Danise (Daniele Russo), una ventata di umanità in un luogo in cui è assente, un ribelle anticonformista che cerca rifugio dalla prigionia in un manicomio. Con l’arrivo del protagonista avrà inizio una battaglia finalizzata a risvegliare gli animi vulnerabili e inerti degli altri pazienti, che vedono nell’ospedale psichiatrico un rifugio da un mondo di cui non si sentono all’altezza. L’ambientazione è ora luminosa, ora tetra, il grigiore delle pareti contrasta con le grandi vetrate che conducono all’esterno. Lassù vi sono i malati cronici, quaggiù quelli che ancora nutrono delle speranze di guarigione. Lo spazio scenico è realistico e asettico, ma i sogni dei personaggi prendono forma attraverso luci e suoni, videografie suggestive e astratte. A concludere lo spettacolo è l’immagine di Ramon che, dopo aver infranto il vetro che lo separa dalla platea, avanza verso il pubblico per poi scomparire. Se l’obiettivo di Alessandro Gassman era quello di far emozionare e riflettere il pubblico, è indubbiamente riuscito nel suo intento.

Giulia Cerati - III Linguistico Liceo Manin - Non è nuovo Alessandro Gassman a spettacoli in cui vengono messi in scena spaccati della società che portano ad un vero e proprio grido di denuncia e di riflessione. Con “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, in scena il 1 marzo al Ponchielli, è riuscito ancora una volta ad emozionare il pubblico e a tenere vivo il suo interesse nonostante le quasi tre ore di spettacolo. Rappresentazione ambientata negli anni ’80 nell’ospedale psichiatrico di Aversa, vede come protagonista il “guascone” napoletano Dario che si finge matto per scampare al carcere, preferendo essere recluso nell’istituto lager gestito da suora Lucia, donna rigida che non lascia trasparire alcuna emozione. In una scenografia ben rappresentata prendono posto i “pazzarielli” che, inerti, trascorrono la loro giornata scandita dagli ordini della suora. Tra loro spicca la figura di Ramon, uomo buono grande e grosso che si lascia vivere su una sedia senza interagire con gli altri fingendosi sordomuto. Sarà l’arrivo di Dario a creare subbuglio tra i malati intimoriti dal mondo fuori dalla struttura. Col tempo il finto matto riuscirà a ridare loro una dignità e la coscienza di essere persone prima ancora che malati. E’ proprio l’amore che spinge Dario, in un atto di fratellanza, ad agire, non più per se stesso ma per loro, subendo le conseguenze di una ribellione dagli schemi imposti dal manicomio: l’elettroshock, la lobotomia, arrivando alla morte per mano di Ramon che lo soffocherà con un cuscino. È questo atto finale che rappresenta la vittoria del napoletano, un vero grido di libertà che è propria ormai di tutti gli ospiti, ma soprattutto di Ramon, che nell’atto finale dello spettacolo riscatterà la sua libertà fuggendo dall’istituto. Suggestiva è la sua immagine che avanza verso la retina del boccascena, facendosi sempre più grande, fino a scagliare contro la vetrata proiettata la statua della Madonna sollevata dal piedistallo, creando un varco tra i vetri in frantumi. È la sua apertura verso il mondo esterno, la vittoria sulla sconfitta e il suo rinascere a nuova vita, un trionfo sull’autoritaria suora che ben si identifica col potere dispotico su una società che vive ai margini perché diversa e debole, molto sentita ai tempi in cui esistevano ancora i manicomi, ma che ancora oggi commuove.

Chiara Giazzi - III D Linguistico Liceo Manin - “Il mondo è dei forti e noi stiamo qui a tremare, sperando che nessuno si accorga di noi”. Questo è il pensiero diffuso tra i ricoverati in un ospedale psichiatrico italiano, schiacciati da un sistema repressivo, ingiusto, dannoso e crudele. Mercoledì 1 Marzo Daniele Russo, Elisabetta Valgoi, Mauro Marino, Giacomo Roselli, Emanuele Maria Basso, Alfredo Angelici, Daniele Marino, Gilberto Gliozzi, Davide Dolores, Antimo Casertano, Gabriele Granito e Giulia Merelli hanno raccontato sapientemente la condizione di molti internati, ad un Ponchielli entusiasta e gremito. Dario arriva in un ospedale psichiatrico dove incontra sei ricoverati che, tra attimi di lucidità e pura follia, trascorrono le loro giornate rinchiusi, vivendo una vita che ormai non appartiene più a loro. La paura è il fil-rouge dell’intera rappresentazione, che si caratterizza per la sua ripetitività, spia di una condizione di vita quasi ai limiti del moralmente lecito. Qualcuno volò sul nido del cuculo si pone infatti anche come uno spettacolo-denuncia nei confronti dei meccansimi repressivi della società e dei metodi costrittivi adottati negli ospedali psichiatrici. Chi per paura, chi per incapacità nell’adattarsi all’ambiente esterno, i sei personaggi hanno deciso di farsi internare, forse con la speranza di essere dimenticati. Lo spettacolo può essere interpretato come una climax ascendente: poco a poco i pazienti capiscono di non avere il controllo della loro vita ed intraprendono così un percorso che li porterà alla ricerca della felicità e della libertà, anche se alla fine il loro tentativo di emancipazione verrà represso dalla crudeltà umana. Il messaggio ha colpito e conquistato il cuore del Ponchielli, rapito anche dagli effetti ottici che integravano una scenografia ricca, ma statica. Il pubblico ha ringraziato con sonori applausi gli attori e il regista Alessandro Gassmann, che con una brillante reinterpretazione del capolavoro di Dale Wasserman, hanno impartito una grande lezione di vita. Che dire, uno spettacolo da vedere.

Aurora Di Pasquale - IIS Ghisleri, 3CRIM  - “Qualcuno volò sul nido del cuculo” è una storia triste. Bella, ma triste; esattamente come tutte le storie dove le trame sono più realistiche e veritiere di quanto la gente vorrebbe. Non sono i matti del manicomio a renderla tale, anzi, ironicamente loro sono l’unica ventata di sollievo in questa trama piena di insofferenza e indifferenza crudele. Il balbuziente timido, il cowboy ballerino, il gigante silenzioso, il presidente omosessuale, il pittore fantasioso e il vecchietto con un amico immaginario. Sono loro i folli emarginati dalla gente per la loro “diversità”, sebbene siano più normali e umani degli stessi che li hanno convinti ad allontanarsi dalla società. Sicuramente lo sono più di suor Lucia, il caporeparto del manicomio, impassibile quando le chiedono aiuto, premurosa quando ricorda i rimpianti e gli sbagli dei suoi pazienti. Quando arriverà Dario Danese, un ragazzaccio che si finge matto per scappare dalla galera, le cose si faranno movimentate. Porterà scompiglio e sogni, giochi d’azzardo e fiducia, tutte cose che faranno infuriare suor Lucia, fedele al suo regolamento ospedaliero. Ma anche quando quest’ultima avrà compiuto le sue azioni più ignobili, ormai sarà troppo tardi. Il cuculo sarà già volato via a costruire il suo nido. “Qualcuno volò sul nido del cuculo” è uno spettacolo teatrale con la drammaturgia di Dale Wasserman, il quale portò il primo adattamento scenico del romanzo scritto da Ken Kesey sul palco di Broadway nel 1971, rielaborato in chiave italiana e moderna da Maurizio de Giovanni. Il protagonista da Randle Mc Murphy diviene Dario Danesi e la trama viene ambientata nel 1982, nell’Ospedale Psichiatrico di Aversa. In questo spettacolo, dove gli interpreti diventano l’incarnazione dei personaggi letterali, si affrontano temi crudeli, dolorosi, legati ad una realtà che per molto tempo si è fatto finta che fosse estranea, sconosciuta. Ma la storia è immortale: i peccati degli esseri umani prima o poi vengano a galla, in tutta la loro brutalità. In questo caso, lo sceneggiatore Gianluca Amodio ha fatto in modo di non nascondere niente agli occhi degli spettatori, utilizzando ologrammi su un telo nero per non togliere scene che non si potevano portare sul palco, legate tutte quante al cuculo. “Qualcuno volò sul nido del cuculo” è una bella storia. Una bella, triste, storia.

Alessandra Lombardi - Liceo Anguissola - Una scossa alla mente degli spettatori. “Qualcuno volò sul nido del cuculo” lascia nel pubblico sentimenti ambivalenti: stupore, spavento, tristezza, ammirazione. Si rimane senza parole, e la mente si riempie di pensieri per l'indignazione che si prova nel vedere una rappresentazione così reale del clima che non molto tempo fa soffocava gli ospedali psichiatrici. Il punto di partenza per lo spettacolo di Alessandro Gassman è l'opera teatrale di Dale Wasserman, tratta dall'omonimo romanzo di Ken Kesey del 1962. Invece di essere in un ospedale psichiatrico californiano negli anni Sessanta, ci troviamo in Italia negli anni Ottanta con Dario Danise (Daniele Russo), un inconcludente senza peli sulla lingua, che vuole fingersi pazzo per non scontare la pena in carcere. Sul palco insieme a lui ci sono veri pazienti, ognuno con la propria patologia ed una complessa psicologia che gli attori hanno straordinariamente reso. Notevole anche l'interpretazione di Elisabetta Valgoi nel ruolo della rigida e subdola Suor Lucia, che ha trasmesso molta rabbia, come era giusto che fosse. Il tentativo di Dario di liberare i pazienti da quello stato di crudeltà inconsapevole si inquadra in una scenografia "spaziale" ricca di dettagli architettonici. Una scenografia resa ancora più realistica e inquietante dalle luci che per un attimo hanno illuminato la platea, dalle musiche e dalle proiezioni fatte su un telo trasparente posto davanti alla scena. La storia è una serie di piccole conquiste piacevoli a modo loro, che riaccendono l'aspirazione alla libertà, sia dai maltrattamenti subiti che dalla malattia stessa. Ma il finale riporta tutti con i piedi per terra. Una conclusione tragica e forte, perché sono proprio gli ultimi minuti la chiave per decifrare tutte le tematiche affrontate: la malattia, la diversità, l'impotenza davanti all'autorità. Solo per Ramon (Gilberto Gliozzi) la battaglia per la libertà ha portato esiti positivi. Il gigante che si sente così piccolo e debole, capisce che ce la può fare, che la sua grandezza fisica è anche interiore e riesce a fuggire dalla clinica psichiatrica. “Qualcuno volò sul nido del cuculo” andato in scena martedì 28 febbraio e mercoledì 1 marzo, è un'ottima rappresentazione che mette a nudo una condizione di cui a fatica se ne parla ma che può essere spunto di riflessioni.

09 Marzo 2017