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Venerdì 09 Dicembre 2016

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Le recensioni degli studenti di Aldo Morto

Le recensioni degli studenti di Aldo Morto

Daniele Timpano sul palco del Ponchielli di Cremona

CREMONA - Settimo appuntamento con Diritto di critica, l’iniziativa di Fondazione Ponchielli e del quotidiano La Provincia che è giunta alla sua terza edizione. Manin, Torriani, Aselli, Anguissola e Vida sono le scuole che hanno aderito, grazie alla disponibilità dei rispettivi dirigenti e all’intermediazione degli insegnanti. Gli studenti dovranno vedere e recensire almeno tre spettacoli della stagione di prosa 2014/2015 e inviare gli articoli entro 48 ore dallo spettacolo recensito. Le varie recensioni saranno pubblicate sui siti del quotidiano e del teatro, poi a fine stagione le migliori critiche avranno la pubblicazione sull’edizione cartacea de La Provincia.

 

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Ecco le recensione degli studenti relative a Aldo Morto

 

SOFIA RAGLIO (4 LICEO MANIN) - Martedì 17 febbraio, serata unica, pubblico non troppo numeroso e forse un po’ troppo tiepido. Così il Ponchielli ha accolto Aldo Morto, di e con Daniele Timpano. Sottotitolo: Tragedia. Sì, perché il caso Moro è una cosa seria. La morte è una cosa seria. La politica, il teatro sono una cosa seria. Tutte cose che si prendono talmente sul serio che non c’è modo più serio, intelligente ed efficace che affrontarle con ironia. Questo, probabilmente, il più grande merito di Timpano, che con una drammaturgia a tratti geniale esplora il caos ordinato di presunte verità che sulla vicenda di Aldo Moro ci sono state raccontate. Con grande par condicio fa sentire sul palco la voce di tutti, e non risparmia nessuno, cogliendo con schiettezza e irriverenza ciò che si preferisce tacere, rompendo il malinconico, rispettoso e ipocrita memoriale di un evento che è per le nuove generazioni più vicino a leggenda che a realtà. Uno spettacolo che contiene tutta la cronaca della vicenda, frutto di un lavoro minuzioso e con continui riferimenti ed esplicite citazioni e che, proprio per la sua accuratezza bibliografica, mostra la futilità di tutte le informazioni ricostruite e porta alla luce tematiche più ampie, toccanti e universali, che danno umanità a quella che sta diventando storia. Per fare tutto ciò Timpano si mette in gioco in prima persona, mette in gioco il suo vissuto, la sua emotività e soprattutto la sua energia, che gli consente di tenere viva l’attenzione del pubblico per tutta la durata dello spettacolo, nonostante sia solo e su un palco quasi sempre spoglio. Forse si è dimostrato più bravo dietro le quinte che sulla scena, dove la frenesia la fa da padrona, ma è il prezzo da pagare per non appesantire una narrazione che non è né breve né semplice. Un teatro che fa riflettere, che affronta tematiche importanti con la grande dote di attualizzarle e che, nascosto dietro la finzione, riesce ad essere più sincero che mai.

 

ELENA PRIORI (1 LICEO SCIENTIFICO) - Messo in scena da Daniele Timpano, drammaturgo nato negli anni ’70, il 17 Febbraio 2015 al teatro “Amilcare Ponchielli” di Cremona, il monologo Aldo Morto è narrato da un interprete che non ha il benché minimo ricordo di ciò che è successo al grande politico della Democrazia Cristiana. Partendo da uno degli episodi che ha più segnato la storia della Repubblica italiana, l’attore fa affiorare i sentimenti di persone che hanno vissuto in quell’epoca da diversi punti di vista, e rivelando con questi personaggi tutte le contraddizioni storiche sul fatto da quarant’anni a questa parte. Molto diretto rimane l’odio dell’attore quasi morboso nei confronti della Brigate Rosse, responsabili del tragico misfatto. Timpano porta in scena un monologo studiato molto bene, che inizia con la figura di un bambino che ha vissuto quel periodo, precisamente il figlio di Aldo Moro, che rimane molto sconcertato di fronte a ciò che avviene intorno a lui, passando per la giornalista brigatista Adriana Faranda che fa pubblicità al suo nuovo libro “Il volo della farfalla” fino a terminare con uno schizofrenico personaggio che urla ai quattro venti il suo odio per le Brigate Rosse. Interpreta anche il personaggio di Renato Curcio, il fondatore delle Brigate Rosse, rendendo l’atmosfera tetra e quasi inquietante, poiché parla del fatto di non essersi pentito del male che ha fatto perché ritiene che sia giusto. Il palco risulta spoglio da ogni tipo di scenografia, gli unici elementi che animano lo spettacolo sono le luci, che illuminano la scena a seconda delle versioni dei diversi personaggi, e delle canzoni, a cui lo stesso Timpano fa riferimento per riflettere sulla storia. Molto ripetitiva rimane poi la figura del modellino della Renault R4. Ci si accorge dall’inizio che la tragedia non punta a parlare di Aldo Moro, di cui nessuno si interessa, anche Timpano stesso, e ciò su cui probabilmente avrebbe dovuto focalizzarsi lo spettacolo, ma a far emergere le contraddizioni da sempre presenti in un Italia “spenta”, e che mai si risolveranno.

 

ENRICO GALLETTI (2 LICEO CLASSICO MANIN) - La storia non è solo storia, ma anche sentimento. Ci alziamo con una consapevolezza in più dalla poltroncina rossa del Teatro Ponchielli, dove martedì 17 febbraio è andato in scena Aldo Morto Tragedia, il monologo sul rapimento e l’uccisione del democristiano Aldo Moro, dove la retorica è componente proibita. Si presenta da subito spoglio il palcoscenico del teatro, perché a contare, martedì, è stato il savoir faire di Daniele Timpano, regista e protagonista, che grida, canta, si muove con maestria da un lato all’altro della scena, davanti agli occhi ‘ipnotizzati’ del pubblico. Aldo Morto Tragedia non è la cronaca del rapimento di Moro, né tantomeno la cronologia di processi o testimonianze legate all’omonimo Caso degli anni settanta. È il racconto di un dolore umano, dettato dalla consapevolezza dell’autore di non essere stato presente negli attimi fatali di uno fra gli episodi più drammatici del nostro Paese; la disperazione e lo sconforto tipici di una generazione incompatibile con l’immaginario del ’78, che vuole2 a tutti i costi capirne di più. Brigate Rosse? Ma rosse in che senso? L’attore irrompe sulle celeberrime note di ‘Viva la pappa con il pomodoro’, per poi figurare sul palcoscenico con la maschera di Mazinga Z, rievocando i cori e gli slogan tipici di un periodo tanto buio quanto ricco di interrogativi. A contestualizzare la disperazione del protagonista, entra in scena un reporter (interpretato sempre da Daniele Timpano, nda), testimone oculare della strage di via Fani. Ed è proprio in questo tragico e al contempo drammatico panorama che emerge la figura di Aldo Moro, un paesano molto legato alla famiglia, a cui tiene più di ogni altra cosa. In Daniele Timpano vi è anche la rabbia, la stessa indignazione che si scorge persino tra i volti del pubblico, spontanea, se si pensa che dopo cinque processi sul Caso, uno straccio di verità ancora non c’è. L’attore, nelle battute finali, veste i panni della vittima. Si pone esattamente sotto una stella a cinque punte che spicca nel buio e si cala in un mondo incapace di guardare dietro la negatività del passato. Uno spettacolo equilibrato, mai banale, che non risolve enigmi, ma ne crea.

 

IRINA GURALIUC (1 LICEO SCIENTIFICO ASELLI) - Martedì 17 febbraio si è svolta al teatro Ponchielli la tragedia “Aldo morto”, messa in scena del regista Daniele Timpano. La tragedia non è incentrata, al contrario di quanto ci si aspetterebbe, sul caso Moro, ma sull’ impatto che tale evento ha avuto nell’immaginario collettivo all’epoca dei fatti. Nell’opera viene affrontato la persistenza dell’immagine a scapito della verità. Quando si pensa a Moro, oggi, si fa riferimento alle immagini nelle famose polaroid scattate dalle BR o alle fotografie del suo corpo raggomitolato nel bagagliaio di una macchina. Tali immagini si scontrano con quelle della verità, la quale viene intesa come il racconto della dimensione intima dell’uomo. Attraverso il figlio vengono narrati i momenti quotidiani di Moro, un uomo calmo e ragionevole, un buon padre di famiglia. Era il presidente del partito della DC, famoso per il “compromesso storico”. Moro voleva, infatti, creare un’alleanza con il PCI, contro il volere degli estremisti della DC. Per tanto risulta strano ancora oggi che sia stato proprio lui ad essere assassinato, dato che poteva essere considerato il meno pericoloso. Per me la scelta di proporre più punti di vista, anche in contrapposizione tra di loro, è stata molto efficace. I membri della DC davano la colpa di tutto l’accaduto alle BR, ma poi il figlio faceva notare come essi non fossero scesi a patti per salvarlo e ritiene tutti responsabili dell’accaduto, persino i registi e gli scrittori che hanno trattato nelle loro opere il caso Moro, perché considera che nessuno voglia realmente scoprire la verità. Tutte queste affermazioni in contrapposizione tra di esse, creano uno stato confusionale che viene amplificato dalla presenza in scena di un solo personaggio. Per riuscire a comprendere a pieno le battute e molte affermazioni bisognava, inoltre, conoscere a pieno l’argomento, altrimenti si trovava difficoltà nella comprensione. Considero che l’atmosfera intensa e le parole forti del autore abbiano avuto lo scopo d’impressionare e, in certi punti, provocare lo spettatore. L’idea che viene sviluppata nello spettacolo è molto interessante, ma nel complesso risulta pesante. Per i miei gusti sarebbe stato più efficace se fosse stato più breve e avesse esplicitato alcuni concetti poco chiari. Da apprezzare, però, la bravura dell’interprete, il quale ha saputo recitare con molta teatralità una moltitudine di ruoli.

 

PIETRO DIGIUNI (2 LICEO SCIENTIFICO ASELLI) - Dopo aver assistito all' aperitivo-intervista con Daniele Timpano, autore ed unico interprete dello spettacolo “Aldo Morto”, la mia aspettativa sullo spettacolo si era alzata, pensavo che veramente che l' autore sarebbe riuscito a narrare i fatti da un punto di vista esterno, che prendesse in considerazione sopratutto il “background” culturale degli anni Settanta mettendo in scena uno spettacolo che facesse riflettere. L'unica domanda che avevo in mente era: “riuscirà però Timpano a mettere sul palco del Ponchielli qualcosa di veramente alternativo, divertente, senza cadere nella banalità e affermando l'impressione che aveva dato di sé durante l' aperitivo nel foyer durante il pomeriggio?. Ahimè questo è accaduto solo in parte, l' intento dell' autore di scardinare il metodo di racconto dei fatti di Aldo Moro c' era, la rovina dello spettacolo è stata segnata dalla troppo esasperata recitazione e da citazioni troppo poco percettibili o, a volte, troppo azzardate. Timpano ha interpretato uno spettacolo noioso, incapace di coinvolgere il pubblico se non per i soliti e squallidi schiamazzi alla gente in stile cabaret. Molte scene sono senza senso, intervalli musicali troppo lunghi che portano la platea ad ascoltare il senso della canzone anche quando non centra con lo spettacolo come nel caso di “viva la pappa col pomodoro” dove Timpano ha messo in scena un balletto di dubbia riuscita durante il quale la noia la faceva da padrona. Durante lo spettacolo vi sono state almeno due scene evitabili che, anche se hanno veramente senso e davano una svolta allo spettacolo, non hanno reso l' idea a causa dell' attore, della scelta recitativa o per i costumi. La recitazione è il piatto forte della disfatta dello spettacolo, Timpano infatti si esprime esasperatamente, non fa cogliere al pubblico il suo messaggio. Molte volte il copione è quasi insensato, ad esempio quando l' attore si mette a parlare con la Renault rossa telecomandata, in cui è stato trovato il cadavere di moro. Concludo dicendo che l'idea di Timpano ha le potenzialità per essere trasformata in un' opera alternativa di prima classe, a patto che non vengano inscenate delle stranezze senza senso come nello spettacolo di martedì sera.

 

FRANCESCA BALESTRERI - Rosso, il colore del sangue, rosso, l’amore per un padre, rosso, il simbolo delle Brigate Rosse, rosso, il velluto che riveste il teatro Ponchielli, e rosso, il colore della passione con cui Daniele Timpano provoca un pubblico partecipe e coinvolto nello spettacolo “Aldo Morto”, andato in scena martedì 17 febbraio. È martedì grasso, ma di carnascialesco questo spettacolo non ha nulla: una rosa purpurea gettata a terra all’inizio dello spettacolo su un palco completamente spoglio è monito della tragedia imminente. Il rosso è il colore che caratterizza la pièce: emerge dalle parole di Timpano, drammaturgo, regista e interprete; inonda il palco con la luce, libera di rivelarsi in tutta la sua corposità maestosa; saetta sul palco nelle vesti della piccola Renault 4, memento dell’automobile in cui venne ritrovato il cadavere di Aldo Moro; penetra nell’immaginazione degli spettatori. Timpano recita da solo, eppure il palco vuoto si riempie rapidamente di persone a cui egli sa rubare, con maestria disinvolta e gusto teatrale, il ruolo e l’identità: il figlio di Moro, che lo ricorda con affetto, un giornalista, interessato alla cronaca più che al fatto in sé, membri delle BR, come Renato Curcio, sprezzante del sistema e pienamente inserito in esso … L’attore, i cui movimenti sul palco avvincono l’attenzione e costruiscono scenari, non rinuncia però a rileggere tutto con i suoi occhi, quelli di chi non ha memoria, o quasi, di quegli anni ’70 che hanno lasciato tracce indelebili nella nostra storia: dalla politica, alla musica, all’immaginario collettivo, come sembra voler comunicare con l’utilizzo di una maschera da Mazinga Z, e pungola il pubblico con parole provocanti fornendo interessanti spunti di riflessione. Il collegamento tra immagini e immaginario è forte, anche nella mente di chi non ha vissuto quei momenti in prima persona. Il caso Moro si presenta sempre come sagome di gesso in via Fani e un cadavere nel bagagliaio di una piccola Renault rossa; ma all’oggettività delle fotografie e dei dati si accompagna la soggettività che nasce dallo sguardo partigiano con cui ognuno si accosta alla vicenda e che forse troppe volte si estende anche in ambiti che soggettivi non dovrebbero essere.

© RIPRODUZIONE RISERVATA DI TESTI E FOTO

02 Marzo 2015

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