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Venerdì 19 Ottobre 2018

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11 giugno 1981

I vent'anni di Amnesty

Intervista col fondatore di «Amnesty International » in visita in Italia

I vent'anni di Amnesty

Agendo da solo, Peter Benenson riunì alcuni amici personali - dopo aver fatto un tentativo deludente con un gruppo di avvocati inglesi - per occuparsi della liberazione dei perseguitati. Il primo atto: un articolo pubblicato nell'« Observer » il 28 maggio 1961, che provocò un migliaio di lettere - Da quelle modeste origini nacque un movimento che agisce oggi in 149 paesi, combattendo l'ingiustizia e il sopruso commessi da governi di destra e di sinistra; in altri 40 le si vieta di operare

PARMA, giugno. — Un tranquillo signore di età indefinibile, fisico asciutto, scarso bagaglio, un fascio di giornali a leggere, un buon sigaro stretto fra le labbra, occhi vividi e penetranti: chi non lo conosceva, vedendolo accomodato in uno scompartimento di seconda classe del diretto Parma-Milano, l’avrebbe scambiato per un nonnino che andava a visitare il lontano nipote. Invece era Peter Benenson,  fondatore di Amnesty International che, compiuto un giro di propaganda in Italia, si accingeva a tornare nella natia Inghilterra.

L’avevo conosciuto qualche giorno prima a Bologna (e mi aveva concesso l’intervista che qui appresso pubblico, in coincidenza col ventesimo anniversario di Amnesty che è stato celebrato  questa settimana in tutto il mondo) e l’avevo rivisto a Parma, in piazza della Stoccata dove aveva parlato a favore del Salvador.

Quanto diverso il Benenson ferroviario dal Benenson della città felsinea! Qui aveva abbandonato la maschera della proverbiale flemma inglese e s’era rivelato per l’uomo che era; amante della giustizia tra gli uomini e della loro libertà, deciso, anzi ostinato e inflessibile nel percorrere la strada ritenuta corretta, sincero sino alla brutalità.

Lei cominciò a interessarsi dei prigionieri politici a 39 anni  — gli avevo domandato —. Come nacque in lei questa idea?
«Ho cominciato molto prima, appena divenuto avvocato: avevo già partecipato a molti processi politici a Cipro, in Ungheria, in Ispagna e altrove».

Però era un isolato e pertanto la sua forza d’influenza era molto limitata. E un certo giorno…
«Nel 1956, dopo i fatti dell’ottobre in Ungheria, chiamai attorno a me alcuni colleghi avvocati inglesi allo scopo di organizzare un movimento chiamato Justice per la difesa dei perseguitati politici; esso esiste ancora ed è legato alla Commissione internazionale dei giuristi. Poi mi accorsi che gli avvocati rivolgevano i loro interessi verso altri fini».

Lei è di religione anglicana?
«No, sono cattolico».

Ha  sentito la spinta verso la difesa dei perseguitati politici come una missione?
«Sì, fin dapprincipio».

Ora lei ha alle spalle una organizzazione che la protegge da ogni pericolo; ma all’inizio, quando agiva per iniziativa personale, doveva affrontare gravi pericoli. Era già sposato?
«Sposato e con figli, ma la famiglia non mi era di ostacolo».

Attualmente quanti sono gli iscritti ad Amnesty nel mondo?
«Trecentomila, sparisi in 149 Paesi».

L’Enciclopedia Americana vi attribuisce circa 15.000 interventi a favore dei prigionieri politici dal 1970 al 1977 e afferma che siete riusciti a risolvere in senso positivo la metà dei casi.
«Noi non azzardiamo mai cifre riguardanti i prigionieri liberati grazie ai nostri  interventi, perchè il recupero della libertà può essere dovuto anche a molti fattori, come il mutamento di un governo, il cambio di un ministro».

Quati erano i soci fondatori?
«C’erano soltanto degli amici che coltivavanoi miei ideali. Poi, il 28  maggio1961, pubblicai nell’Observer un articolo intitolato I prigionieri dimenticati, che fu riprodotto dalla stampa di tutto il mondo: in Italia da Avvenire. In un mese ricevemmo un migliaio di lettere da persone non inglesi interessate al problema: così il nostro appello per l’amnistia dei prigionieri di coscienza divenne un affare internazionale che portò a un incontro tra personaggi europei di notevole rilievo. Dall'Italia sfortunatamente, non venne nessuno, anzi ne vennero due, ma erano un americano e un inglese qui residenti. Però nel 1962 volai a Genova per incontrare la prima italiana iscritta ad Amnesty, la signora Annina Armstrong Torre, una vostra connazionale sposata a un sudafricano, e con lei avvicinai molti simpatizzanti, tra gli altri il dottor Gustavo Combo, che divenne subito il primo presidente della sezione italiana, e i suoi amici della Chiesa valdese, senza i quali poco o nulla si sarebbe potuto fare».

Lei aveva intenzione fin dapprincipio di dare all'organizzazione basi internazionali?
«La mia intenzione era quella, ma non ero sicuro delle reazioni degli altri Stati europei. Noi nordici siamo abituati a riunirci in piccoli gruppi ed a lavorare insieme. Ma i popoli latini avrebbero accettato questo metodo? Perciò all’inizio proponemmo ai nostri amici dei Paesi meridionali di spedire al governo interessato una cartolina a favore di un determinato  prigioniero di coscienza che chiamavamo il prigioniero del mese».

A quale scopo?
«Un capo di governo che riceve dieci o ventimila cartoline in cui si chiede giustizia per un prigioniero di coscienza non può non rimanere scosso da una pioggia di sollecitazioni che vengono da tutto il mondo ».

Qual è attualmente la situazione di Amnesty in Italia?
«C’è un confortante progresso. Esistono gruppi di persone disposte a riunirsi in gruppi di adozione, i quali. Secondo il nostro statuto, si assumono la protezione di tre prigionieri appartenenti a tre diversi continenti e ne seguono da vicino la sorte fino all'auspicata liberazione, Questo impegno può durare due o tre anni, comporta riunioni continue per concordare azioni e strategie di comportamento e impone sacrifici finanziari perché si inviano alimenti o abiti o quant’altro occorre e si provvede alla difesa legal dei prigionieri. I gruppi di adozione formatisi in Italia sono oggi 43: ciò vuol dire che 129 prigionieri di coscienza, finiti in carcere per le loro convinzioni politiche o religiose sono assistiti materialmente da italiani ».

Tra i prigionieri che tutelate ci sono anche gli obiettori di coscienza?
«Sì. Ma si badi bene, i gruppi di uno Stato non possono in nessun caso adottare prigionieri di coscienza loro connazionali: è una regola fissa rigorosamente osservata per motivi facili da intuire con diverse convinzioni politiche o religiose, sicché è necessario evitare ogni condizionamento».

Che cosa intende Amnesty per reato d'opinione?
« Quello che dice la Dichiarazione universale dei diritti umani. Tante persone al mondo sono ingiustamente imprigionate o impedite fisicamente nell’esercizio dei loro diritti nel camp religioso, politico, sessuate, etnico».

Finora lei ha parlato di persone singole che aderiscono a Amnesty, ma non possono esserci circoli, movimenti d’opinione, partiti politici che diventano membri attivi della vostra associazione?
« Dipende dai Paesi: non so se questo accade pure in Italia, anzi ora ricordo che c'è un quotidiano che aderisce alla sezione italiana».

Quanti sono i soci in Italia?
«Quattromila e più».

Prima di fondare Amnesty, quale fu il fatto che la indusse ad abbracciare la causa dei prigionieri?
«Fu la notizia letta su un giornale londinese: due studenti portoghesi erano stati arrestati dalla polizia di Salazar perché in un ristorante avevano brindato inneggiando alla libertà».

Amnesty nei suoi venti anni di vita si è battuta essenzialmente per i singoli prigionieri, oppure ha voluto anche rendere sensibile l’opinione pubblica mondiale sul problema in genere?
«Ha fatto anche questo, e le ricordo che per di più ha condotto due vigorose campagna contro la tortura e la pena di morte. Ora ha avviato una terza campagna per rendere più umane le condizioni in cui si vive nelle carceri. Sotto questo profilo, abbiamo gli occhi appuntati anche sull’Italia».

In quali Paesi Amnesty non riesce a lavorare?
«Sfortunatamente in parecchi. I governi rappresentati all’ONU sono 189 e noi abbiamo soci sparsi in 149 Paesi: questo vuol dire che non possiamo agire coi nostri gruppi in ben 40 Paesi. L’ostilità ci viene dagli Stati governati dai comunisti e in parecchi altri retti da dittatori. In Russia esisteva un gruppo, ma non poteva fare nulla, anzi alcuni aderenti si trovavano in carcere».

Questo gruppo russo agiva in difesa dei connazionali incarcerati per motivi politici oppure obbediva alla regola generale di Amnesty, cioè interessandosi dei prigionieri di coscienza di altri Paesi?
«Obbediva alla regola di Amnesty e naturalmente era obbligato dal nostro regolamento a non occuparsi dei prigionieri politici russi. Debbo aggiungere che ho un barlume di speranza che le cose possano cambiare: prima tutti i comunisti ritenevano che la nostra fosse un’associazione operante contro di loro, ora mi dicono che almeno il signor Berlinguer s’è convinto che Amnesty è davvero imparziale».

11 Giugno 2018