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Domenica 11 Dicembre 2016

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UNA MODA CHE NON TRAMONTA

Il liscio non teme la felicità

Prima parte del viaggio nel mondo del ballo liscio

Il liscio non teme la felicità

CREMONA - All’inizio era il saltarello, la manfrina, poi come un uragano arrivarono polka, valzer e mazurca che spazzarono via tutto quanto per imporre il loro ritmo e spezzare le catene del ballo di coppia separato. Il liscio, una vera e propria rivoluzione, con nuovi ritmi, nuove figure, un nuovo atteggiamento (la coppia balla ancora insieme ma stavolta si unisce), nuove orchestre che aggiungono strumenti (clarinetto, poi sassofono, poi batteria) per una musica più brillante da suonare e ascoltare e con un ballo più vibrante e vivace. Questo è, in sintesi, il liscio. Esploso definitivamente negli anni ’20 del secolo scorso, non si è mai più fermato, resistendo alle tante mode che lo insidiavano, grazie anche alla sua capacità di cambiare senza tradire la sua essenza. In provincia e dintorni, le orchestre più amate sono quelle di Titti Bianchi, l’orchestra Bagutti, i Filadelfia, Ruggero Scandiuzzi, Ringo Story, Gigio Valentino, Fausto Tenca, Camillo Del Vho: tour che non finiscono mai, ai piedi del palco ogni sera una folla danzante. Che piaccia o no il liscio è entrato a far parte della nostra cultura, della nostra quotidianità con le sale da ballo e le feste in piazza, con queste ultime che impazzano nelle stagione estiva. Se piace lo si balla e lo si ascolta, se non piace diventa un ‘rumore bianco’, un sottofondo nelle feste estive, mentre si fanno due chiacchiere, si beve qualcosa o si addenta un panino. Da noi è comunque difficile ‘evitarlo’ soprattutto d’estate con le feste paesane, di partito e di varie associazioni, che vedono nel liscio e nella musica da ballo il modo per riempire la piazza e, come dicono, «accontentare un po’ tutti».

Ma come può il liscio entrare nel vivere quotidiano? Come può diventare parte del nostro Dna sociale? Per spiegare questo fenomeno potremmo appellarci alla sociologia (per scendere un po’ più nello specifico alla sociologia della cultura che cerca di analizzare il rapporto tra organizzazione sociale e produzione culturale) e in modo particolare ai Cultural Studies, versante inglese, della Scuola di Birmingham. Raymond Williams nel saggio ‘La lunga rivoluzione’ ipotizza l’esistenza di una ‘struttura del sentire’. Williams negli anni ’60 affermava: «In un certo senso questa struttura del sentire rappresenta la cultura di un periodo: è la risultanza vivente di tutti gli elementi presenti nell’organizzazione». Naturalmente Williams intende la cultura in modo molto ampio, dove nel termine ‘cultura’ confluiscono (insieme alla cultura registrata e alla tradizione) anche la cultura vissuta, quindi la vita quotidiana, le abitudini, l’organizzazione famigliare, i divertimenti, l’influenza della tecnologia e del lavoro. «Particolarmente interessante - sostiene lo studioso - è il fatto che la struttura del sentire non può essere appresa in maniera formale».

Così, se si accetta questa chiave di lettura, il liscio entra nel vissuto di molti, anche senza volerlo, e diventa rito, con i propri tempi, la propria gestualità (e non solo sulla pista da ballo, ma anche attorno), i propri luoghi di celebrazione: d’estate le feste in piazza e d’inverno discoteche e sale da ballo. E le sale da ballo sulle colline del Parmense sono ancora quelle di una volta, con il cartello ‘Sala da ballo’ scritto a mano e orari da viaggio nel tempo a ritroso di quarant’anni (sullo stesso cartello c’è scritto ‘Si balla dalle 21 alle 24’). E proprio sulla pista da ballo il liscio unisce nella ritualità della festa, e per il tempo di un valzer, spazza via le differenze. Sulla pista ci sono ricchi e poveri, ballerini provetti e quelli decisamente impacciati, ma tutti impegnati negli stessi passi, nello stesso ritmo, dove la differenza, come spesso avviene, vive e abita nei particolari, nei piccoli gesti della danza, che connotano il ballerino raffinato, da quello scolastico e da quello goffo. Ma il liscio va oltre queste differenze stilistiche, l’importante è condividere un momento comune, di gioia e spensieratezza dentro un’esistenza frenetica e stressante, dove non c’è spazio per quell’armonia che solo una polka ti sa dare e ti sa far vivere. Perché il liscio, e questa è la vera forza, è inclusivo: lo si balla, lo si canta, lo si ascolta. E se ci si lascia andare è fatta, perché ti conquista, ti ammalia, si insinua sotto la pelle e nelle vene, senza prepotenza, senza forzare mai la mano, ma con quel fascino che solo la musica (e solo di un certo tipo) riesce con dolcezza a sprigionare. Il liscio è ballo, bel canto e ascolto, unisce anziché dividere e non importa se la voce del cantante o della cantante è cristallina o rauca, perché tutto si unisce e si fonde in un sistema di identità e di identificazione. E poi c’è la possibilità (o l’illusione) di raggiungere il culmine dell’emozione: c’è sempre una donna da portare in pista e nei pochi minuti di una mazurca chissà… può sempre nascere qualcosa. Perché il liscio non ha paura della felicità.

© RIPRODUZIONE RISERVATA DI TESTI E FOTO

09 Settembre 2014

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