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Domenica 04 Dicembre 2016

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IL 'PARADOUR' DEL FORO BOARIO

Il sorriso sghembo di Pirlin, simbolo della città di una volta

Venerdì 19 agosto avrebbe compiuto cento anni

Il sorriso sghembo di Pirlin, simbolo  della città di una volta

Pierino Scarinzi detto Pirlin in due immagini di Ezio Quiresi

CREMONA — Il sorriso un po’ sghembo, le vecchie scarpe impolverate, la giacca fuori taglia, il cappello calcato in testa a nascondere le orecchie a sventola e uno sguardo fiducioso sul mondo e sulla gente: Pirlin — Pierino Scarinzi — era nato a Spinadesco il 19 agosto del 1916: ieri avrebbe compito cento anni.

Faceva il ‘paradour’, il paratore del bestiame e la sua casa era il foro boario. Dicono che fosse il migliore nel suo lavoro, pare che chiamassero lui ogni volta che c’era da accompagnare nelle stalle qualche animale difficile. Dicono anche che dormisse nelle mangiatoie, ma questa forse è solo una diceria. E’ vero invece che gli piaceva raccontare storie, avventure. Bastava offrirgli una sigaretta, un toscano o un bicchiere di vino — sì, beveva Pirlin, ma mai sul lavoro — e lui cominciava a parlare. A Cremona — nella Cremona di una volta — Pirlin lo conoscevano tutti. Qualcuno pensava fosse un barbone, per il suo aspetto trasandato, ma lui era soprattutto un uomo buono, buono come il pane. Che lo avesse voluto o no, era diventato un personaggio, addirittura un modo dire.

A raccontarlo in tutta la sua profonda umanità sono stati — nell’autunno del 2004 — Gian Paloschi ed Ezio Quiresi. Quest’ultimo aveva con Pirlin un rapporto speciale. I genitori di Quiresi gestivano fin dagli anni Venti un’osteria con annessa rivendita di tabacchi in via Mantova e per il fotografo fu naturale avvicinarsi al ‘paradour’ e immortalarlo in diverse occasioni. Undici anni fa, appunto, i ritratti di Pirlin vennero raccolti in un libro che racconta uno spaccato di una città e di una provincia che la modernità ha inevitabilmente trasformato.

«Di Pirlin potremmo raccontare mille aneddoti — disse Gian Paloschi, autore dell’introduzione, presentando il libro —,ma io vorrei ricordarlo oggi con i versi di 'Sono una creatura', uno dei più bei componimenti del poeta Giuseppe Ungaretti, forse l’unico modo per rendere tutta l’umanità di Pierino a parole». «Sono abituato a parlare con le immagini — disse Quiresi nella stessa occasione —, ma di Pirlin posso raccontare tanto. Lo ricordo arrivare al mattino presto nel bar di mia madre. Il primo cliente della giornata, veniva lì per un caffè prima di andare al foro boario. Poi lo si rivedeva al ritorno, e questa volta l’appuntamento era col chinotto nella bottiglietta di vetro. Ne andava matto».

Tanti i ricordi, non tutti veritieri. Per esempio, c’è chi ricorda un Pirlin un po’ ebbro sonnecchiante nella neve, o in riva ai fossi, o magari sui gradini del duomo con le scarpe a fare da cuscino. «Pirlin era così — fu la testimonianza di Michelangelo Gazzoni —, con questi occhi spalancati su un altro mondo. Nel 1985 lo andammo a trovare a Sospiro, dove era ricoverato. Commosso e seduto su una seggiola a rotelle ci ricevette, rise con noi. Ma quando, prima di andarcene, gli regalammo qualche soldo, lui facendo una smorfia ci rispose: ‘Non so se riuscirò a usarli’. Pensate, morì una settimana dopo».

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20 Agosto 2016

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