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Domenica 04 Dicembre 2016

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CREMONA

Il primario che non si è arreso

La storia di Piccioni: l'incidente, la perdita della memoria, il riscatto

Il primario che non si è arreso

Pierdante Piccioni

CREMONA - Il 31 maggio del 2013 ha avuto un incidente in auto. Tutta colpa di un malore, che lo ha fatto uscire di strada, mentre viaggiava, da Pavia, dove abitava, a Lodi, dove lavorava.
Le conseguenze sono state gravi: ha perso la memoria. I suoi ricordi arrivavano fino al 2001. Poi, 12 anni di buio.
Addio alla memoria di sè, degli altri, del suo lavoro. Sì, perché era difficile continuare ad essere primario del Pronto soccorso. Al punto che, una volta ristabilitosi, gli è stata proposta una bella pensione di invalidità.

Però c’è un però. Chi glielo aveva suggerito non conosceva bene la determinazione, la testardaggine del dottor Pierdante Piccioni, classe 1959, cremonese (originario di Levata di Grontardo). Non sapeva della grinta che gli era stata data in eredità dalla mamma Leonilde Sinelli e dal papà Pino, commerciante di tessuti e abbigliamento, reduce di guerra e poi internato.
Il dottor Piccioni ha detto no a quella proposta. Voleva tornare al suo lavoro. Ha reagito, si è rimesso a studiare. E alla fine ha vinto lui: sì, perché oggi dirige il Pronto soccorso di Codogno, sta bene con sé e con gli altri. E ha deciso di raccontare la sua storia attraverso un romanzo («Se mi fossi incontrato non mi sarei riconosciuto») dallo stretto sapore autobiografico. Per ora ha solo una bozza, sul suo pc. Ma presto la manderà in stampa.

La notizia si è diffusa e gli sono arrivate telefonate a raffica, un successo inatteso e travolgente, ancora prima che il libro sia stampato.
«Non è ancora pronto, l’ho solo scritto — spiega Piccioni —. Voglio raccontare la mia storia, perché possa servire anche ad altri, sia dal punto di vista personale che clinico. Non l’ho fatta leggere neanche ai miei familiari (alla moglie Assunta Zanetti, docente universitaria a Pavia, e ai due figli Filippo e Tommaso, ndr)».
Nel settembre del 2007 Piccioni era stato nominato primario al Pronto soccorso a Lodi, dopo una lunga militanza prima a Pavia e poi a Crema. Tutto filava a meraviglia. Fino a quel 31 maggio 2013.

«Erano le 7,30 — racconta —, stavo andando al lavoro. Ho avuto un incidente in tangenziale, ma di quel giorno non ricordo più nulla».
Era stato ricoverato al Mondino: ictus, la prima diagnosi. Le sue condizioni erano gravi, ma non era in pericolo di vita. Andava piano, l’uscita di strada non aveva provocato all’apparenza gravi conseguenze. Anche la sua auto, una Volkswagen Touareg, non aveva riportato danni seri.
«Mi sono svegliato intorno alle 3 del pomeriggio, in Pronto soccorso, a Pavia. C’era il primario di neurochirurgia che conoscevo, ma che mi sembrava invecchiato. Mi chiedevano che giorno fosse e io rispondevo che era il 25 ottobre 2001. Ma sei sicuro, mi dicevano».
«Si tratta di una sindrome post traumatica da stress, mi avevano diagnosticato — continua Piccioni —. Volevo sapere da mia moglie perché i miei genitori non venivano a trovarmi e lei mi rispose che la mamma era morta da due anni».

Poi, un barlume di luce in fondo al tunnel. «Ho cominciato a riguardare le cose su di me. Così ho scoperto di essere professore a contratto della scuola di specialità in medicina d’urgenza, di essere tra i tecnici del ministero della Salute seduto al tavolo di lavoro sulle linee guida nazionali del triage, di aver proposto le nuove linee guida nazionali sull’osservazione breve (Obi) e di essere membro del direttivo nazionale dell’Academy medicine care. Ho iniziato a studiare, per recuperare i miei dodici anni di buio. Volevo tornare a fare il medico. Lo volevo e basta».
Altri esami, al Niguarda e la Pet al San Gerardo di Monza. E una delusione.

«E’ emerso che avevo dei danni alle vie della memoria dove avevo preso il colpo. Se ho dei danni documentati, addio memoria», mi dicevo.
E’ stato quello il momento più duro.
Piccioni, con coraggio, racconta di aver pensato al peggio: farla finta. La famiglia, le persone care, le cure lo hanno fatto tornare sui suoi passi.
«Chiedi la pensione di invalidità», mi hanno suggerito un giorno. Ma io volevo provare, volevo dimostrare che potevo farcela. Ho fatto accertamenti dal medico del lavoro di Lodi e poi a Bergamo. Ho passato un anno tra test e prove con psicologi e neuropsicologi, dall’università di Pavia a Milano Niguarda. ‘Puoi tornare a fare il medico e a fare il primario’, mi è stato detto alla fine. Avevo vinto io. Sei disabile quando smetti di combattere e di crederci. Sei disabile se sei convinto di esserlo. Avrei potuto mettermi in pensione, ma io sono medico. Lo faccio per passione. Mi piace prendermi cura degli altri».
E così, a inizio febbraio Pierdante Piccioni ha ripreso servizio come primario del pronto soccorso, a Codogno.

04 Marzo 2015

Commenti all'articolo

  • EMILIO

    2015/03/06 - 14:02

    Ho lavorato con Pierdante molti anni al Pronto Soccorso di Crema e devo dire che è una persona da stimare fino in fondo... E' un medico che se dovessi avere dei problemi di salute vorrei trovare uno come lui. Profestionista perfetto qualsiasi persona che visitava riusciva sempre a dare il meglio di se stesso... Aspetto il suo libro non vedo l'ora di leggere la sua storia,anche se una piccola parte credo già di conoscerla.... vai avanti Pierdante che l'Italia ha bisogno di medici come te!!!

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  • Rodolfo

    2015/03/04 - 11:11

    Per fortuna ci sono ancora PERSONE come il Sig. Piccioni che ha lottato per ritornare al suo lavoro di medico, gli auguro tanta fortuna. Non come l'altro medico scoperto settimana scorsa come falso invalido, spero che gli venga tolto tutto, soldi intascati (rubati alla comunità), il posto di lavoro e rimandato nel suo paese...

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