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Domenica 11 Dicembre 2016

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Vanoni, l’irraggiungibile

Con Roveredo a parlare di manicomi e carceri

Vanoni, l’irraggiungibile

 

«Siamo qui per parlare di un libro bellissimo, non di me»: ma è impossibile essere Ornella Vanoni, essere su un palco e non prendersi tutta la scena. Anche se vicino a lei c’è Pino Roveredo, che ha scritto un libro tenero e duro al tempo stesso su una donna di 96 anni ricoverata da sessanta in un manicomio, con una finestra come uno sguardo sul mondo. Ci prova Ornella a dire di essere una buona lettrice, a dire di amare i libri di Roveredo perché ci trova dentro tutta la sensibilità di uno scrittore di cui è amica da tempo. E lui racconta di essere stato rinchiuso in manicomio a 17 anni per una storia di alcol e di esserci tornato poi, a mo’ di rivalsa, come animatore. «Lì dentro c’è la polvere del tempo — spiega —, dove il tempo è scandito dalla mela cotta delle 2, dalla camomilla delle 5 e alle 7 si spengono le luci, e dove non importa a nessuno se ogni tanto qualcuno muore. Ho conquistato Cecilia portandole della cioccolata, prima mi diceva che avevo la faccia da bertuccia, il massimo dell’offesa che poteva concepire. Ma tanti anni prima aveva fatto l’aiuto commessa nella migliore pasticceria di Trieste e della cioccolata si ricordava. Posso dire di essermi innamorato di lei, che aveva 96 anni, mi sono innamorato d’affetto», dice Roveredo.

«Pensate che bella cosa che scrive — interviene Ornella Vanoni —, dice che si potesse mettere dello zucchero sul dolore si sopporterebbe un po’ meglio. E’ come la musica: può essere orrenda, e ce n’è tanta, ma quando è bella ha qualcosa di magico». Il microfono ormai è suo, sta per cantare: «Non chiedetemi L’appuntamento, me la chiedono tutti... che palle ‘sta canzone. Sono qui, in questa piazza stupenda, e canto quello che mi piace — dice —. Questa l’ha fatta Gino Paoli, lui dice che la Vanoni la canta meglio di lui ed è vero... mi chiama ‘la Vanoni’, anch’io lo chiamo Paoli, Gino è un nome orrendo». «Ornella sei grande», le gridano dalla platea. Lei chiede un fazzoletto: «Ho la rinite cronica, volete che vi faccia l’elenco di tutte le magagne che ho», chiede, mentre la sua cagnolina — una barboncina color miele, in pratica sono pettinate uguali — le saltella intorno, cerca un ‘selfie’ con un fotografo, girottola sul palco e cattura l’attenzione di tutti. Poi finalmente parte con Averti addosso ed è la Vanoni di sempre, acciaccata forse, ma irraggiungibile signora della canzone, con quella voce impossibile e le parole mangiate, ma capace di prenderti dentro. C’è l’omaggio «al migliore di tutti noi, al più sensibile, a uno che aveva lo swing dentro la voce, capace di scrivere cose al limite della volgarità e canzoni dolcissime», dice sulle note di Caruso e la parola torna a Roveredo e al suo Ballando con Cecilia. «Per due anni — dice lo scrittore — ho cercato di farle conoscere il mondo di fuori. Le ho detto dello sbarco sulla luna e mi ha chiesto se la luna era a spicchio, le ho parlato dei trapianti di cuore e mi ha chiesto se trapiantano anche l’amore. Noi certe domande non ce le faremmo». Roveredo racconta di Berto con la mania delle parole crociate, di Marietta cui hanno portato via il figlio e da cinquant’anni porta a passeggio una bambola, dei bambini ricoverati senza un perché. «Quella di Basaglia è stata una grande rivoluzione anche culturale — ricorda —, c’ero quando è stato abbattuto quel muro. Ma se vedesse come è andata a finire si rivolterebbe». Raffaella Calandra che conduce l’intervista fa il paragone con la situazione nelle carceri, che Vanoni conosce bene: «Sono stata spesso a San Vittore, stanno in otto in una cella per due — dice —, qualcuno è terrorizzato all’idea di uscire dopo vent’anni che è stato rinchiuso. Ma forse lì c’è più umanità che a Opera, dove hanno le celle singole ma vogliono ammazzarsi per la solitudine». Il tempo per un’ultima canzone, Mi sono innamorato di te, e l’ultimo pensiero di tutti va a Cecilia che forse un amore non l’ha mai avuto.

Barbara Caffi

 

02 Giugno 2014

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