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Missive dalla Prima Guerra mondiale, il libro di Arisi in tutte le edicole con la Provincia

Le ‘Lettere d’amore dal fronte’

‘Se mi baci il mio spirito vola’

Le ‘Lettere d’amore dal fronte’

Il libro verrà distribuito a € 7,80 più il costo del quotidiano

«Accogli il mio amore tutto puro, sempre a te consacrato e dedicato in eterno ». Non ci sono dubbi: Felice Arisi amava sua moglie, non perdeva occasione per dichiararglielo, anche dal fronte, sotto le bombe tedesche e austriache della Prima Guerra Mondiale. Ma le sue non sono state solo lettere di amore sono una fonte inesauribile di informazioni, Pescarolo, che diventa paradigma dei paesi della Bassa, rivive nelle sue lettere d’amore mandate alla diletta moglie. Un microcosmo fatto di valori, di sentimenti, di amicizia.
Questo il mondo di Felice Arisi, detto il sartùur, che emerge dalla sue missive che sono diventate un libro: Lettere d’amore dal fronte di Felice el sartùur (1916-1918). Il volume, curato dalla nipote, Giancarla Arisi, ed edito da ‘Apostrofo’ di Dante Fazzi, scrittore lui stesso, non nuovo a collaborazioni con il nostro giornale e animatore culturale, assieme alla moglie Graziella Borgna. Trovate il libro in tutte le edicole a 7 euro e 80, più il costo del quotidiano. L’opera è corredata da bellissime foto e dalla riproduzione delle lettere del sarto, specializzato in abiti talari, fedelissimo alla Chiesa. Oltre alla presentazione dell’autrice, Giancarla Arisi, come si diceva nipote di Felice, maestra elementare conosciutissima in tutto il territorio e stimata donna di cultura, conta l’introduzione storica e filologica di P r imula Bazzani, appassionata di storia e di tutto ciò ‘che fa cultura’.
La storia di Felice e della sua famiglia si intreccia con quella di tanti altri personaggi: il parroco, l’amico, il droghiere, ‘il sig. Colleoni’, i frati che lo accolgono a pane e salame. Ma su tutto emerge l’amore per la moglie Maria Mozzi, dalla quale ebbe cinque figli Guelfo, nato nel 1910, Alessandro, nel 1913, Sandrino, classe 1914, Rosetta nata nel 1918 e Alvise del 1921. Cinque figli, per un amore appassionato, basta leggere alcuni passi, dove addirittura Felice, di solito così riservato, si lascia andare: «Finisco raccomandandoti i miei cari bambini, mia mamma, mentre io ti colmo di baci ricordando sempre le tue carezze che mi hai prodigato in questa licenza espressione del tutto amore che sono certo non si spegnerà mai». Frasi che fanno intendere un appassionato rapporto d’a more. Le sue sono anche lettere di un uomo che fa la guerra ma la detesta, non fosse altro perché lo ha allontanato dalla sua amata famiglia, ma che nonostante tutto fa il proprio dovere, perché sa bene che tra i suoi valori c’è quello del ‘dovere’.
Anche per rispetto alla moglie e alla famiglia. Ma è un uomo onesto e così del maggio del 1917 ammette in una lettera che «Fin ora la vita l’ò passata bene. Sono stato fin troppo fortunato, ma per l’avvenire? Certo che se penso agli altri miei amici che sono al fronte e che non hanno ancora potuto vedere la famiglia mi danno fastidio e a loro poveretti ci penso sovente». Poi parla dei feriti, ammette che i medici devono occuparsi dei feriti più gravi, ma poi ritorna la sua grande umanità che lo riporta nella vita di tutti i giorni e scrive: «Peccato che i medici valgano molto poco per la guarigione delle sciatiche», chissà quante volte nel suo paese aveva parlato di sciatiche e di ‘malanni di stagione’.
Perfino il lessico con cui scrive le sue lettere è una chicca, una vera fonte di linguistica, con una scrittura ricca di arcaicismi, di una forma che sta a cavallo tra due secoli.
Così come era vissuto lui che ha la fortuna di ritornare dal fronte e di morire a casa sua a 87 anni, dopo aver assistito la sua ‘amatissima sposa’.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

17 Marzo 2015

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