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Domenica 23 Settembre 2018

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22 Aprile

Nani di oggi e giganti del passato

Nani di oggi e giganti del passato

‘Come faccio a spiegarlo alla base?’. Questa frase di Luigi Di Maio, pronunciata dopo l’incontro con la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati esemplifica i limiti dell’attuale classe politica dirigente, limiti che i grillini condividono con tutti gli altri partiti. Quelle parole rivelano l’impossibilità di mantenere gli impegni quando questi vengono presi senza tenere conto della realtà. Era previsto che né il centrodestra né il Movimento 5 stelle avrebbero raggiunto la maggioranza alla Camera e al Senato e che quindi solo una coalizione avrebbe trovato in Parlamento i numeri necessari per governare. I pentastellati hanno fatto credere ai propri elettori che avrebbero guidato il Paese da soli e oggi, non potendolo fare, avanzano la pretesa assurda di formare un esecutivo con la sola Lega e l’appoggio esterno di Forza Italia e Fratelli d’Italia. Fanno comodo i voti delle altre due gambe del centrodestra, non i loro rappresentanti: una richiesta irricevibile per Silvio Berlusconi e per Giorgia Meloni che giustamente la rispediscono al mittente. Anche alcuni punti cardine dei programmi dei partiti sono irrealizzabili. Nel suo mandato esplorativo, il presidente del Senato ha fatto presente a Di Maio che il reddito di cittadinanza è una chimera perché una sua introduzione farebbe saltare i conti dello Stato. Lo si sapeva prima del 4 marzo e averne fatto il perno del programma elettorale è stato un errore del quale oggi pagano le conseguenze non solo i grillini, ma tutto il Paese che da più di un mese e mezzo è senza governo. Come farà Di Maio a spiegare ai suoi, accorsi ai Caf in Puglia e in Campania, che sul reddito minimo garantito hanno scherzato?
Se non si fosse sbilanciato con quella promessa fantasiosa, oggi sarebbe più facile l’intesa col Pd, al quale hanno teso la mano dopo il 4 marzo, nonostante il veto posto da Matteo Renzi e da quella parte dei dem votata alla traversata nel deserto che sarà per loro restare all’opposizione.
Il Partito democratico oggi appare sponsor principale e involontario di un governo 5 Stelle-Lega. Si trova in questo ruolo inedito e imprevisto per la manifesta incapacità nel formulare una proposta politica degna di questo nome. Dopo la sconfitta si è ritirato sull’Aventino. Rimane masochisticamente arroccato su una posizione legittima, restare all’opposizione, ma improduttiva. Non partecipa al dibattito post elettorale, ancorché sgangherato. Sancisce con il suo silenzio una crisi profonda e apparentemente senza sbocchi, che suona ambigua. Un’ambiguità che nessuno nel Pd ha il coraggio di sciogliere.
Il percorso è segnato dal trio Di Maio-Salvini-Berlusconi. Fanno da battistrada coi dem spettatori, nella segreta speranza che il fallimento di ogni trattativa dei tre leader li rimetta in gioco. Il Pd si è confinato nel ruolo di riserva della Repubblica che rivela quanto sia profonda la sua crisi. Una crisi di identità che sfocia in proposte strampalate, ultima della serie quella del ministro Graziano Delrio che lancia l’idea di sottoporre a referendum tra gli iscritti le ipotesi del governo istituzionale e di un esecutivo con i 5 Stelle. Viene da chiedersi perché all’inizio della precedente legislatura non è stato fatto un referendum sull’esecutivo con Berlusconi. È un modo peloso, quello suggerito da Delrio, di utilizzare uno strumento prezioso quando non si è in grado di indicare una linea né una strategia politica.
Le difficoltà a formare un governo sono la cartina di tornasole dell’inadeguatezza delle forze sovraniste e dell’implosione dei partiti riformisti.
Se il Pd piange, Forza Italia non ride. Per sottrarsi all’abbraccio mortale del leader leghista, Berlusconi apre al Pd. Non è un caso che i berlusconiani siano in pieno marasma in provincia di Cremona, dilaniati da una guerra per bande. Anche la Lega ha i suoi problemi. È attratta dai 5 Stelle, ma senza i partner del centrodestra farebbe da stampella a un governo coi grillini. Per questo Salvini aspetta i risultati delle odierne elezioni regionali in Molise e di quelle in Friuli. Vuole valutare fino a che punto riuscirà a spacchettare Forza Italia e a incamerarne i voti.
Dopo 49 giorni di polemica ininterrotta e alla vigilia delle comunicazioni del Presidente della Repubblica annunciate per domani, una riflessione sorge spontanea. Ed è un dubbio sull’adeguatezza dei dirigenti politici a svolgere il compito di formare un governo. Il mandato esplorativo è stato affidato alla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Analogo mandato viene affidato per la prima volta nel 1957. Capo dello Stato è Giovanni Gronchi, presidente del Senato Cesare Merzagora. segretario della Democrazia cristiana Amintore Fanfani, del Partito comunista Palmiro Togliatti e Pietro Nenni del Partito socialista che quell’anno rompe col Pci in seguito all’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica. Un confronto impietoso tra i nani di oggi e i giganti del passato.

24 Aprile 2018