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Domenica 18 Novembre 2018

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25 Marzo

Giù le mani dall'hospice di Cremona

Appalto Hospice, Auricchio: "Il patrimonio dei cremonesi rischia di andare perso"

Abituati come siamo a notare soprattutto le negatività, spesso sottovalutiamo le eccellenze che possediamo. Diamo per scontata la loro esistenza perché non conosciamo i sacrifici che sono stati fatti per costruire quel bene comune. Per questo, ma non solo per questo, è utile risvegliare l’attenzione sulle nostre peculiarità, soprattutto quando rischiamo di perderle. Dal novembre 2002 all’interno dell’ospedale maggiore di Cremona è attivo l’Hospice, uno dei primi complessi sorti in Italia per offrire assistenza ai malati terminali nell’ambito delle strutture pubbliche. Purtroppo da un lato, ma fortunatamente dall’altro, questo reparto ci è diventato famigliare. Sappiamo che esiste e dov’è perché la diffusione dei tumori ad esito infausto ce l’ha fatta conoscere direttamente o indirettamente. Le referenze sono sempre lusinghiere, talvolta commoventi, come testimoniano gli attestati di stima che esprimono riconoscenza per il lavoro svolto dal personale medico e infermieristico e per l’abnegazione dei volontari. L’Hospice è un’eccellenza della sanità cremonese. Dobbiamo esserne orgogliosi. Ma dobbiamo anche sapere che la sua esistenza è frutto della lungimiranza di un gruppo di persone che all’inizio degli anni Ottanta, precorrendo i tempi, fondarono l’Associazione cremonese per la cura del dolore. Angelo Duchi, Piero Mondini e Mariagrazia Dossena, tra gli altri, furono autentici precursori. Diedero fiducia a un medico, Franco Toscani, che portò a Cremona la terapia del dolore quando ancora in Italia la malattia e il fine vita si associavano in modo indissolubile alla sofferenza. A quell’epoca la tutela della dignità del paziente incurabile non era un diritto acquisito. La dignità si salvaguarda liberando il malato dalla morsa del dolore perché la sofferenza fisica rende la vita non più degna di essere vissuta. E’ stata l’Accd a volere l’Hospice e a realizzarlo grazie alla generosità dei cremonesi, al grande cuore dei moltissimi che attraverso la beneficenza hanno elargito 2 miliardi e mezzo di lire per dotare la nuova struttura di 14 posti letto ordinari più uno di day hospital. La gestione fu affidata all’Accd che in quel frangente fece l’errore di non chiedere e ottenere dall’Azienda ospedaliera l’affidamento per un periodo di 99 anni. Nel 2014 la convenzione è scaduta. Oltre ai volontari, l’Accd ha sempre messo a disposizione le risorse professionali necessarie al funzionamento della struttura: medici, infermieri, operatori socio sanitari, psicologi e assistenti socali. Si è anche fatta carico delle spese ordinarie, dei costi delle opere di manutenzione e di ristrutturazione e dell’acquisto di materiali e attrezzature mediche. L’Accd opera in modo disinteressato. Non vuole guadagnare sulla pelle dei pazienti per i quali non bada a spese. L’accorata lettera aperta del presidente Antonio Auricchio documenta una realtà straordinaria, che tutti devono conoscere, e paventa il rischio che questo tra pochi giorni non sia più nostro. Dalla Regione è arrivato l’ordine di bandire l’appalto per la gestione dell’Hospice. Le cooperative già formigoniane che hanno tolto il saio ciellino per indossare la camicia verde della Lega e una collegata col Vaticano hanno fiutato l’affare. Il boccone è ghiotto. Per loro il paziente è fonte di reddito. Agiscono a scopo di lucro. Sono mosse da intenti dichiaratamente speculativi: una bestemmia per i responsabili e i volontari dell’Accd che dopo tre anni di incertezze da un momento all’altro potrebbero essere messi alla porta. In tal caso il paziente non sarà più un ospite da accompagnare con dedizione e rispetto nel suo ultimo viaggio ma una fonte di reddito. Non solo l’Accd, ma tutti noi rischiamo lo scippo.
Giù le mani dall’Hospice. E’ un nostro patrimonio. 

26 Marzo 2018