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Sabato 17 Novembre 2018

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25 Febbraio

Violenza politica e strabismi a sinistra

Devastazione: "I cittadini in balia dei manifestanti"

Non da oggi sono presenti in parlamento o si accingono a entrarvi partiti e movimenti che si ispirano a regimi totalitari e a ideologie anti democratiche. Nel 1946, il fondatore Giorgio Almirante ed esponenti della prima ora del Movimento Sociale non facevano mistero del loro passato fascista, peraltro mai rinnegato. Erano reduci della Repubblica Sociale Italiana. Non per questo furono cacciati dall’aula. La fiamma tricolore dell’Msi si spense il 27 gennaio 1995 non per scioglimento coatto ma motu proprio, su impulso dell’ultimo segretario Gianfranco Fini. I voti dell’Msi facevano comodo ai governi a guida democristiana, ma i post fascisti non entrarono mai al governo. Ne erano esclusi perché non figuravano nel cosiddetto arco costituzionale, un’ipocrisia bell’e buona dato che i deputati e i senatori missini siedevano con tutti gli altri in parlamento. Sul fronte opposto, il Partito Comunista Italiano sino a metà degli anni settanta ha propugnato il socialismo massimalista, ha mantenuto falce e martello nel simbolo sin dopo la caduta del Muro ed è stato per mezzo secolo fautore della svolta rivoluzionaria in Italia, come oggi fa dagli schermi tv Potere al Popolo, lista ammessa alle prossime elezioni, che lancia appelli per la Quarta Internazionale, predica l’abolizione della proprietà privata, la nazionalizzazione delle banche, l’uscita dall’Europa e medita il gemellaggio con la Corea del Nord. Sono alcuni tra i numerosi esempi che la storia repubblicana d’Italia ci offre. Conoscere il passato dovrebbe suggerire più cautela a chi, a cominciare da Laura Boldrini, chiede una legge che renda effettivo il dettato costituzionale e preveda lo scioglimento dei gruppi che si richiamano al fascismo. Tanto più che la giusta condanna di ogni forma di violenza non si può limitare agli episodi di matrice fascista, come invece appare dalle dichiarazioni degli esponenti di sinistra, dal Pd alle frange estreme, tutti affetti da inguaribile strabismo.
In queste ore la campagna elettorale registra la degenerazione violenta del confronto politico. Da Macerata a Piacenza, da Livorno a Pisa, passando per Milano e Palermo, si susseguono scontri tra estremisti delle opposte fazioni ai quali si aggiungono fatti altrettanto gravi come lo sfregio della lapide commemorativa della strage di via Fani a Roma dove persero la vita Aldo Moro e gli uomini della scorta. E’ un fatto, non un’opinione che queste aggressioni siano in maggioranza firmate da attivisti dei centri sociali che anche a Cremona hanno rialzato la testa dopo il periodo di calma suggerito dal timore dello sfratto minacciato dal Comune ma mai attuato. Non sarebbe stata una ritorsione nei loro confronti la chiusura della sede, annunciata dal sindaco in consiglio comunale, ma la giusta conseguenza della devastazione del centro cittadino attuata il 24 gennaio 2015 dai black bloc chiamati dai referenti del Dordoni a vendicare il ferimento di un loro attivista avvenuto una settimana prima. Anche in quel caso a scatenare la violenza furono gli estremisti di sinistra che tesero un agguato ai militanti di destra.
Oggi quello scenario si ripropone a Cremona con tutte le incognite del caso per la presenza in città di Stefano De Simone, responsabile di CasaPound, che terrà un comizio a palazzo Cittanova. Ci attende un pomeriggio blindato, ma crediamo che in Comune si sia presa la decisione giusta ad autorizzare la manifestazione al Cittanova e che siano miopi e faziose le critiche che piovono da sinistra. Anziché lanciare accuse e invettive che hanno il solo effetto di esacerbare gli animi, sarebbe utile che la politica pensante si chiedesse perché lo scontro ha preso il sopravvento sul dialogo. La radicalizzazione delle posizioni e la refrattarietà allo scambio di opinioni sono figlie del nostro tempo. Dalla violenza verbale è facile passare a quella fisica e di questa tendenza non si può incolpare la politica. Ma quando viene meno la politica, intesa come capacità di ascoltare, affrontare, elaborare e risolvere i problemi, si chiude la comunicazione ed è facile arrivare allo scontro. C’è un malcontento diffuso tra la gente che il Movimento 5 stelle ha intercettato e incanalato in forme non violente. Ma ce n’è un altro che percorre il Paese sotto traccia, come un fiume carsico, e che emerge all’improvviso. I segnali di malessere sono evidenti. Compito della politica è coglierli per tempo per non esserne travolta. 

26 Febbraio 2018