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Martedì 25 Settembre 2018

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21 Gennaio

Un impegno contro il gioco d’azzardo

Gioco d'azzardo, teniamo alte le barriere

Nel corso di questa sgangherata campagna elettorale sarà difficile distinguere le pochi voci nel coro degli ululati. E nella gara a chi promette di più si perdono di vista le priorità: maggiore equità sociale, più opportunità di lavoro ai giovani, rendere l’Italia un Paese più attrattivo per le imprese e creare condizioni perché l’economia torni a crescere in modo significativo, non al ritmo dello zero virgola al quale da anni siamo condannati. La diminuzione della spesa pubblica, l’abbattimento del deficit e il riequilibrio dei conti dello Stato dovrebbero essere obiettivi primari per ogni partito e il denominatore comune dei loro programmi. Invece la parola rigore è diventata lo spauracchio scaccia voti bandito dal vocabolario di quasi tutte le forze politiche. Tranne Paolo Gentiloni e pochi altri, nessuno osa più pronunciarla. La si rimuove nell’errata convinzione che essa sia inconciliabile con lo sviluppo. Non illudiamoci che qualcosa cambi nelle sei settimane che ci separano dal voto.
Diffidiamo in genere delle Regioni, ma qualcosa di buono è più facile che arrivi da Milano che da Roma. I terrificanti dati riguardanti il gioco d’azzardo in tutte le città italiane dovrebbero suonare la sveglia in coloro che sinora hanno sottovalutato questo fenomeno. In un anno nella sola Cremona sono stati dilapidati più di 94 milioni di euro, cioè 1.309 euro pro capite tra Video Lottery e New Lottery. Fanno la parte del leone le diaboliche macchinette che divorano monete, presenti nei bar e nelle tabaccherie oltre che nelle sale da gioco.
Nel 2016, l’anno preso in esame dalla ricerca, i 683 apparecchi installati in città hanno divorato quasi 57 milioni di euro. Benché non risparmiata dalla crisi, Cremona è ancora classificata tra le città ricche, col suo reddito imponibile medio di 23mila euro all’anno sul quale le puntate incidono in media per il 6%. La spesa per il gioco d’azzardo supera quella per l’acquisto di medicinali. Gli sforzi fatti sinora dal Comune per arginare questa piaga sono stati inefficaci se la nostra città è una di quelle dove si gioca di più in Italia. Figura infatti al livello più basso della classifica dei centri dove si punta di meno. Non basta il regolamento che vieta l’installazione delle slot vicino ai luoghi di aggregazione, frequentati soprattutto da giovani e anziani. Occorre agire sulla leva economica, premiando con sgravi contributivi gli esercenti di bar, ristoranti e tabaccherie che non cedono alle lusinghe dei guadagni garantiti dalle macchinette. Nel mandato in scadenza la Regione Lombardia si è impegnata su questo fronte. I fautori di ogni tipo di liberalizzazione sostengono che la legalizzazione di comportamenti puniti dalla legge, come l’uso delle droghe e la prostituzione, serva a tenere sotto controllo tali fenomeni. Si tratta invece di un alibi adottato per giustificare il guadagno che lo Stato ne trae, senza contare i soldi pubblici spesi per curare le malattie provocate dal fumo, dalle patologie alcol correlate e dalle ludopatie. Vogliamo che uno Stato che già lucra sul tabacco e sul gioco d’azzardo, domani diventi anche prosseneta? Non è quello che pensavano i padri costituenti quando gettarono le basi dell’Italia moderna. Gli interessi in ballo sono troppo grossi per sperare che lo Stato biscazziere si ravveda. Non si torna indietro, purtroppo. Ma se cinismo e opportunismo velano lo sguardo e impediscono di cogliere i drammi personali e familiari causati dalla dipendenza dal gioco, si eviti almeno di assolvere, considerandoli normali, comportamenti che distruggono individui e famiglie e minacciano la società. L’assessore regionale Viviana Beccalossi ha fatto della lotta al gioco d’azzardo una questione politica e personale. Qualche risultato l’ha ottenuto. Ma la buona volontà di pochi non basta ad arginare un flagello che si diffonde in misura proporzionale agli interessi che genera.
Vittoriano Zanolli

22 Gennaio 2018