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Lunedì 05 Dicembre 2016

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Anni ’60.

Prìma de desmentegàase Casa di Bianco, Il Fulmine e le ‘signorine’ della Upim

Prìma de desmentegàase Casa di Bianco, Il Fulmine e le ‘signorine’ della Upim

La drogheria Signorini, gli articoli sanitari Perego

Prima degli anni Sessanta, quando iniziò a prendere piede la moda dell’abito confezionato, grandi e bambini si vestivano dal sarto. O meglio, i più piccoli vestivano gli abiti smessi dai fratelli maggiori che a loro volta ereditavano i capi indossati dal capofamiglia. Era tutto un rivoltare, accorciare, rammendare, buttare giù orli. I tessuti (tagli d’abito solo per le cerimonie, per tutti i giorni andavano benone gli scampoli) si comperavano da Biagi, da Mantovani alle due colonne, da Galeotti, da Boccasavia, da Talamazzi e sui banchi del mercato. Intraprendenti giovanotti con grandi portapacchi sulle bici vendevano a buon prezzo alle sartine che lavoravano in casa fodere, canapa, scampoli di pezze. Quando in centro città arrivarono le attività commerciali di largo consumo, Cremona ebbe un sussulto di modernità: aprirono i battenti in piazza Cavour una rinnovata Casa di Bianco-Casa Sovrana poi Magazzini Riuniti (proprietà Fornasari-Lacchini , primo negozio in via Guarneri angolo corso Campi, belle vetrine arrotondate, un ingresso importante e la scala elicoidale); il Fulmine (proprietà Lanzoni, ingrosso e dettaglio su più negozi disseminati in città, il primo dove oggi c’è il bar Tubino, l’ultimo il modernissimo palazzo di vetro in corso Mazzini chiuso del ‘92), l’Upim (gruppo Rinascente e quindi di stampo milanese) e (più tardi) Standa. Il successo fu immediato, il personale impiegato crebbe in maniera proporzionale al flusso della clientela. E qui inizia il racconto di chi visse quei tempi gloriosi. Le ‘signorine ’ dei grandi magazzini erano inquadrate in norme di comportamento molto rigide indicate dalla proprietà o dal gerente, come da Upim e Standa: come parlare, vestirsi, pettinarsi, truccarsi, vendere: guai se un cliente usciva senza aver fatto acquisti. «Ricordatevi che noi abbiamo anche il latte d’uccello», era l’imperativo alla Casa di Bianco. La gerarchia era ferrea, la divisa obbligatoria, il sorriso indispensabile se si voleva preservare il posto di lavoro. «Eravamo tutte in tailleur, il grembiule solo per spolverare. Trucco perfetto, unghie pulite e in ordine, ci davano 450 lire come indennità pettinatrice». Dei clienti sapevano vita, morte e miracoli e poi «orari, abitudini, gusti, disponibilità economiche. Ne eravamo le confidenti». Sia alla Casa di Bianco (qui la clientela era di un ceto sociale elevato) sia al suo ‘rivale storico’, il Fulmine (qui invece prevalentemente ceto medio), l’assortimento era vastissimo: intimo donna, camiceria, tessuti, telerie, reparto bimbi, tappeti, confezioni uomo e donna, costumi da bagno, abiti da sposa. Su un aspetto, almeno, il negozio di piazza Cavour sapeva di non poter competere con il Fulmine: la scala mobile del palazzo di vetro metteva in ombra quella altrettanto bella, incrociata e a doppia rampa che portava al piano interrato del grande magazzino di piazza Cavour. Dove ad aspettare i clienti c’erano Pino, Ivonne, Andreina, Alberto, Germana. Quanta strada da quando Primo Lanzoni vendeva al mercato le cravatte, stese con cura all’interno di un grande ombrello!
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Personaggi, soprannomi, mesteri. Com’è difficile sbarcare il lunario
Nei difficili momenti degli anni di guerra, un carretto, una bici e un po’ di spirito imprenditoriale bastavano per racimolare qualche soldo e sbarcare il lunario. Accanto alle botteghe ‘tradizionali ’, infatti, un pullulare quotidiano di ambulanti garantiva alle massaie il rifornimento quotidiano a buon prezzo. Tutto, o quasi, veniva venduto sulla strada. Ciascun ambulante aveva il suo bravo soprannome che non solo lo identificava nel ruolo ma,in un lampo, lo trasformava in un ‘personaggio ’. Come ‘Gigi saltapasti’ che di lavorare non aveva voglia, così passava da un cortile all’altro suonando l’armonica a bocca aspettando che dalle finestre piovessero monetine. L’uo mo del ghiaccio era forse il più noto in zona, si presentava con il carretto preceduto da una strombettata e poi il grido: ghiaccioooooooooooo! Tagliava le stecche che le massaie riponevano avvolte in un telo dentro un contenitore di legno chiuso da cerniere d’acciaio: il frigorifero domestico. Biligotti e caldarroste erano esclusiva di Cireneo, le immaginettee i chicchi digrano per i piccioni invece di un omino magro e gentile di cui nessuno ricorda più il nome. Indossavail cappelloeguantini di pizzo, veniva con l’organetto verticale e un pappagallo sulla spalla, vendeva i biglietti della fortuna. Si dice sia morto ricchissimo. Due gli straccivendoli che si contendevano i clienti: luiMario Maria (proprio così), lei Canàula. «Gh’è el strasèer, saltèe in bràs al bel strasèer...», cantilenavano. C’erano poi tale Brustolòn, Gimmi lo strillone, il pescivendolo (pesce fritto, al burro, rane), Pirlìin el paradùur e Bandera che dormivanoi sui carri dei fioristi o sotto la Bertazzola, le sorelle cartomanti: una mora mora, l’altra bionda bionda con i pomelli rossi, sempre vestite di rosa e azzurro, abitavano in via Bordigallo e leggevano la mano. Profumavano di violetta.
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24 Luglio 2014

Commenti all'articolo

  • koglione

    2014/07/24 - 20:08

    grazie al progresso compriamo su internet e dai cinesi mentre i nostri figli emigrano per trovare un lavoro, però che progresso, a me sembra di più un atto contro natura, come si diceva una volta, non posso essere più esplicito, ma in cremonese suonerebbe, più o meno, così: però che in....da.

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