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Venerdì 09 Dicembre 2016

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Viaggio nella memoria condivisa Prìma de desmentegàase

Prìma de desmentegàase La Cattedrale e il ‘centro ’

Un progetto firmato CrArT, Boldori e La Provincia

Prìma de desmentegàase La Cattedrale e il ‘centro ’

Piazza del Duomo con pedoni e ciclisti, cartolina degli inizi del XX secolo

Le alterne fasi di trasformazione di una città, anche se altrimenti documentate, passano inevitabilmente attraverso la memoria di chi vi è nato e vissuto. Questo è vero soprattutto quando si tratta di riandare al passato più recente, quello che ancora ci vede protagonisti o almeno figli o nipoti dei protagonisti di quei tempi. In questo contesto nasce il progetto ‘Prima de desmentegà as e’, promosso dall’Ass oc iazione Culturale CrArT – C r emona Arte e Turismo in collaborazione con Gianluigi Boldori e il quotidiano ‘La Provincia’, con l’obbiettivo di preservare la memoria più recente attraverso la sua condivisione, da alimentare in ogni modo: fonti orali, foto, testi in prosa, poesie, proverbi,brani musicali. Ognuno ‘leggerà ’ con occhi diversi, ricorderà con sfumature personali, rievocherà il passato attraverso i filtri non sempre obiettivi della nostalgia o del rimpianto. L’itinerario che ci vede viaggiatori da un quartiere all’altro della città alla ricerca di testimonianze di vita reale, oggi fa tappa al quartiere centro, cornice alla splendida piazza del Comune e alla Cattedrale. «Qui siamo nella parrocchia del Duomo », si sente dire ancora dai residenti. Sotto il Torrazzo, infatti, l’idea di quartiere come vissuto collettivo non ha mai attaccato tanto. Difficile, quindi delinearne fisicamente i confini che lo racchiudono, come invece risulta naturale in altri quartieri, centrali o periferici che siano, micro realtà all’i nt e rn o della città. Il quartiere centro, per comodità lo chiameremo così, vanta un’altra peculiarità: l’oratorio, anzi gli oratori, luoghi di aggregazione e di incontro dopo la messa, non erano semplicemente separati da un muro come in altri quartieri (maschi di qua, femmine di là) ma si trovavano addirittura in due edifici distinti e lontani tra loro, lontani anche dalla chiesa e dunque dalla realtà parrocchiale: maschi al Silvio Pellico in via Sicardo, ragazze alla santa Giovanna D’Arco ovvero nella casa prepositurale di via Ceresole, residenza del parroco. Nonostante maschi e femmine fossero separati anche sui banchi in chiesa (la messa della gioventù era alle 8,30), gli sguardi e gli amiccamenti correvano audaci, tanto che ragazzi del Silvio Pellico e ragazze della santa Giovanna d’Arco formano ancora oggi inossidabili coppie di sposi.
Le strade e i negozi attorno alla Cattedrale erano per gli abitanti importanti occasione di incontro. In piazza pace si comprava frutta e verdura sulle bancarelle e ci si metteva in coda dal lattaio. Poi il mercato si trasferì in piazza Cavour, e anche le massaie si adeguarono. La spesa quotidiana era insieme con la necessità di sfamare la famiglia, il pretesto per parlare, pettegolare, commentare. In tempo di guerra un luogo deputato alla chiacchiera era il pozzo della signora Beatrice che aveva negozio di ortolana sotto i portici della Casa di Bianco. Ci andavano tutti ad attingere, se si voleva bere o lavarsi. Con l’interruzione dell’erogazione dell’acqua, infatti, le cosiddette ‘trombe’ erano la sola ancora di salvezza.
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Maschi qua, femmine là

Nella parrocchia del Duomo convivevano la buona società e ilcetopopolare. All’oratorio però si era tutti uguali, si giocava insieme. Il Silvio Pellico di via Sicardo (per decenni anche circolo culturale) apriva le sue porte ai ragazzi, il santa Giovanna d’Arco (in via Ceresole) alle ragazze, come si usavauna volta.Unaseparazione forzata a cui verrà messa fine solo in tempi recenti. In via Ceresole rimasero solo le bambine. Erano i tempi in cui il catechismo si imparava a memoria (don Felice Zanoni era inflessibile e severo, ci scappava qualche scapaccione ma erano scapaccioni santi). Tra gli assistenti, è indelebile il ricordo di Bernardino Zelioli, partigiano delle Fiamme Verdi, ucciso dai tedeschi appena diciottenne davanti alla stazione il 26 aprile 1945. Momenti di disorientamento quelli che preparavano all’insurrezione e che alcuni sacerdoti (a cominciare da don Dante Caifa) cercarono di rendere meno difficili con la loro attiva e fattiva vicinanza. Su tutti, sacerdoti e vicari, dominava la «personalità invadente », ambiziosa e influente di monsignor Carlo Boccazzi, dal 1932 parroco della Cattedrale. «Si capiva — raccontano — che fra loro sacerdoti non andavano d’accordo». Ancora rimane l’eco delle sue sfuriate dal pulpito, della propaganda politica, dei commenti salaci. Si racconta che in periodo pasquale andasse personalmente a benedire le case patrizie e mandasse invece i vicari (con chierichetti ‘a deguati’) in quelle di ringhiera. Col passare degli anni si era addolcito. Non aveva perso però le antiche abitudini: bastava una manica a tre quarti tra la folla domenicale dei fedeli per provocare il suo sdegno: la malcapitata veniva segnata a dito e spedita fuori senza appello. A Natale comperava i torroncini nella drogheria di largo Boccaccino (dove ora c’è il Pierrot). «Mi fa lo sconto, vero?» ripeteva ad ogni acquisto. Nella stessa drogheria entrava anche don Mario Cavalleri che comprava i dolcetti per i ragazzi della sua casetta. Non chiedeva lo sconto, e anche per questo Lina, la titolare, non glieli faceva mai pagare.

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I bambini de’l vìcol ustarìe, foto scattata negli anni 1941 o 1942
all’intersezione fra i vicoli Torriani e Pertusio

Il cuore della città ha due facce. Regàs dei vìcoi, regàs dei giardéen
«I l cuore della città ha due facce. La piazza del Duomo racchiusa fra monumenti imponenti, è elegante e ben tenuta. Dietro il duomo, invece, si assiepano case, casette, botteghe, a volte fatiscenti che si arrampicano quasi una sull’altra». Un ingarbugliato intrico di strade e vicoli dove i grandi cortili (le corti, le curtàse), mettono in comunicazione un edificio con l’altro. In quei vicoli ci si conosceva tutti, si conviveva con gioie e dolori di tutti. La solidarietà era la regola. I bambini giocavano in strada, ed è proprio lì, in strada, che nascevano l e amicizie. Sulle ampieterrazze dell’ultimo piano e nella spaziose cantine, finoa tutto il dopoguerra, si allevavano polli, conigli e bachi da seta. Le donne andavano in via del Sale a fare scorta di foglie di gelso, in casa si producevano anche sapone e vino. Finita l’autarchia, era soltanto al pranzo domenicale che ci si poteva permettere un bicchiere di rosso. I bambini venivano spediti con la bottiglia a spillare in una delle tante osterie della zona: al ‘Bó o’, in fondo a via Aselli, oppure in corso Mazzini alle ‘Butesé - le ’, o in via Mercatello, specialità napoletane. Una spina c’era anche in via Sicardo, dove oggi c’è il ristorante La Sosta. Gli artigiani lavorano in casa, senza vetrina (sarti soprattutto, e poi modiste, barbieri, calzolai). Ogni buco era buono per aprire un occhio di bottega: in via Torriani (ovvero vìcol ustarìe) la salumeria Duchi, Alquati il macellaio quasi di fronte al Duomo, la latteria (di proprietà comunale e gestita dalle vedove dei ferrovieri), il cartolaio Digiuni, la bottiglieria di Penciepoi l’Agnello, I tre Re, la Fontana (storica sede dei bersaglieri). In vicolo Pertusio, la strada dei pelamèer, almeno tre botteghine di calzolai (Ping é l , A r c a r i e Scolari) che rattoppavano le scarpe con la sumensìna (piccoli chiodi lunghi e sottili) prima di risuolare. Erano tempi difficili. Le signore che vivevano nelle zone più ricche del quartiere (e che avevano il privilegio di servirsi dell’ascensore installato nel nuovissimo palazzo d el l’Adriatica, che novità per Cremona!), sorseggiavano la cioccolata sedute nei caffè alla moda mentre i loro bambini giocavano ai giardini pubblici. Facevano la spesa nei fornitissimi negozi di via Platina e corso Mazzini. Il pane si comperava al Sole e intanto scappavano due chiacchiere con la Palmira, la storica titolare famosa nel quartiere per la sua ‘pesata rapida’. «Se la Palmira froda un centesimo a tutti i suoi clienti fa peccato veniale—a mmoniva dal pulpito monsignor Boccazzi —se froda 10 lire a uno solo fa peccato mortale». Dei mercati in piazza Pace e poi Cavourabbiamogià dettoeanche del pozzo della signora Beatrice. Su corso Umberto (ora Matteotti) dopo le due colonne un susseguirsi di vetrine: negozi di lusso, botteghe, caffè, laboratori. I ‘soprav vissuti’ si contano sulle dita di una mano, gli altri sono già entrati a far parte della piccola storia cittadina.
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24 Luglio 2014

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