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Mercoledì 20 Settembre 2017

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IL PERSONAGGIO

Alexandre Chitto, brasiliano di Isola Dovarese

A Lençois Paulista vive una comunità cremonese, discendente di immigrati del XIX secolo. Tra i piatti tipici della cittadina i marubini in brodo con il vino rosso, polenta e cotechino

Alexandre Chitto, brasiliano di Isola Dovarese

Alexandre Chitto, al centro della fotografia dietro i genitori

ISOLA DOVARESE - Andando sulle tracce di mio nonno emigrato in Brasile nel XIX secolo, ho scoperto una comunità tutta cremonese che ha ‘colonizzato’ la città di Lençois Paulista, 70mila abitanti, al punto che il quotidiano locale è stato fondato da Alexandre Chitto, e tra i piatti tipici ci sono i marubini in brodo con il vino rosso e polenta con cotechino.

Sei un italiano che viaggia in Brasile? Se capiti a Lençois Paulista potresti ricevere un invito a cena da una delle tante famiglie di origine italiana e vederti servire polenta con cotechino. La città, settantamila abitanti nel cuore dello Stato di San Paolo, ospita una forte comunità di italiani, molti ormai in possesso della doppia cittadinanza, discendenti da quelle famiglie che a metà Ottocento abbandonarono il nostro Paese per fare fortuna Oltreoceano. Fra questi molti veneti e lombardi ancora orgogliosi di portare avanti la cultura e la tradizione degli avi: nelle loro case infatti regnano la pasta fresca, il risotto, la carne di maiale e ovviamente la polenta. Alcuni di loro si spostano addirittura una volta alla settimana nella vicina Bauru – vicina si fa per dire, poiché dista una cinquantina di chilometri - per imparare l’italiano da una persona madrelingua, oppure frequentano corsi di cucina per tener vive le usanze dei padri. E molti di loro vantano origini cremonesi, e i loro cognomi sono ancora diffusi in patria: Bodini, Braga, Capoani, Madella, Pettenazzi, Malaggi, Bertoletti, Ferrari, Santini, Susta, Lazzari, Casagrande, Fantini, Carasi, Trecenti, Chittò.
Ed è proprio a uno di loro che è dedicato il centro culturale della città: il MAC, Museo Alexandre Chitto, istituito nel 1988 appunto da Alessandro Chitto (l’accento non era stato trascritto nella Matricula dos immigrantes al momento dello sbarco al porto di Santos), un giornalista e storico italo-brasiliano la cui famiglia era partita da Isola Dovarese, nel negli anni Ottanta del XIX secolo. Il Museo è una sorta di memoriale di questo personaggio - che nel 1938 aveva fondato il giornale ‘L’Eco’ tuttora edito e affiancato da un portale di informazione – che per la cittadina di Lençois è un mito. «Fra i tanti progetti che stiamo predisponendo per il 2018 per celebrare l’anniversario della fondazione della nostra città, avvenuta nel 1858 – afferma il giovane sindaco Anderson Prado de Lima – abbiamo fra le priorità la riqualificazione del MAC, che verrà trasferito presso la sede del Municipio, nel cuore della città, perché riteniamo che la storia e soprattutto la memoria della nostra comunità debba essere valorizzata. IL rischio è infatti quello che la memoria vada perduta in nome della modernità». Oltre al Museo Alexandre Chitto, Lençois ha anche una particolare attenzione per la cultura, la città vanta una modernissima biblioteca, che possiede oltre centocinquanta mila volumi, e per questo è conosciuta come ‘Città del Libro’ e un teatro edificato di recente anche grazie al contributo di molte famiglie italiane.
Oltre al memoriale di Alexandre Chitto, realizzato anche grazie all’infaticabile lavoro e al materiale donato dalle figlie Therezinha e Meiry, che conserva i cimeli del giornalista soprattutto legati alla sua attività presso la redazione del giornale ‘O Eco’ – come la sua Parker 51, la scrivania degli anni ’30, la gigantografia della prima edizione del giornale, la macchina manuale per stampare - il Museo, diretto da Nilceu Bernardo, conserva materiale legato alla storia della città e soprattutto il materiale riguardante la storia delle famiglie italiane immigrate a Lençois: fotografie, oggetti, utensili per la casa, e persino i bauli che accompagnavano i migranti nel lungo viaggio in mare che iniziava a Genova e si concludeva nel porto di Santos nel Sud del Brasile, vicino a San Paolo. Le spinte migratorie verso il nuovo mondo si erano intensificate infatti anche nella nostra provincia a partire dal 1880, quando la pesante crisi che aveva colpito il settore agricolo, causando un’impennata dei prezzi dei generi alimentari, aveva ridotto numerose famiglie contadine pressoché alla fame. Dalle nostre campagne partivano spesso in piccoli gruppi: uomini soli, ma anche interi nuclei familiari, che al momento dello sbarco, venivano registrati quasi tutti insieme; sostavano qualche tempo in quarantena presso il porto, e poi partivano verso l’interno del paese macinando chilometri e chilometri spesso a piedi o con mezzi di fortuna. A Lençois le famiglie cremonesi vivevano insieme nel bairro rural di Rocinha, cercando di ricostruire gli stessi legami di amicizia e di solidarietà che avevano nel paese di origine e di mantenere le proprie tradizioni. Lavoravano nella fazenda Banharao, dove si coltivavano caffè e canna da zucchero e, grazie al progetto di padre Giuseppe Magnani – un sacerdote originario dalla Garfagnana - ogni famiglia era riuscita ad ottenere un piccolo appezzamento di terra da coltivare in proprio e sulla quale costruire delle semplici case in legno, e introdurre la coltivazione della vite per la produzione del vino, che ancora in Brasile mancava. Le condizioni di vita erano estremamente dure, in quanto il bairro era completamente circondato dalla foresta tropicale e gli italiani dovevano fare i conti anche con animali selvatici che non conoscevano. Tuttavia però le famiglie avevano di che vivere e potevano sperare in un futuro migliore. Avevano imparato a produrre i distillati a base di canna da zucchero, a cucinare la manioca, ma durante le feste comandate non rinunciavano alla tradizione: preparavano i marubini in brodo con l’aggiunta del vino rosso. Insomma, le famiglie cremonesi cercavano di mantenere le proprie tradizioni anche dall’altra parte del mondo, tradizioni ancora rigorosamente portate avanti dalla famiglia Casagrande, originaria di Cremona, che ancora oggi gestisce una sorta di agriturismo proprio nel bairro rural di Rocinha.

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23 Agosto 2017