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Sabato 17 Novembre 2018

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EDUCAZIONE

Aiutiamo i nostri figli a diventare responsabili

Aiutiamo i nostri figli a diventare responsabili

CREMONA - Racconta il mio collega Luca Jourdan che in Congo molti bambini si arruolano nell’esercito a dodici anni, affrontano quotidianamente il problema della loro sopravvivenza, comportandosi in tutto e per tutto come adulti. Più vicino a noi, negli asili tedeschi, i bambini giocano con la cassetta degli attrezzi da falegname: martelli, chiodi, trapani. Imparano a usarli con attenzione. Sono attrezzi veri, non giocattoli. Non si segnalano incidenti particolari.

In molte scuole svedesi le udienze sono per gli alunni, non per i genitori. Direttamente a loro, già a partire dai sei anni - non a mamma e papà in ansia - i docenti spiegano difficoltà e progressi nei processi di apprendimento. Non solo capiscono ma si rivelano interlocutori competenti.

In Italia, invece, la paura e il controllo dominano il contesto socio-educativo.

C’è un figlio sempre più prezioso e sempre più raro che non può rischiare di cadere e sbucciarsi le ginocchia, azzuffarsi con un compagno, ma neanche essere rimproverato e prendere un bel quattro. La richiesta che la famiglia pone alla scuola è: proteggilo, fallo stare bene, evitagli qualsiasi problema, non dar(ci) preoccupazioni (ne abbiamo già tante).

Alle paure della famiglia la scuola risponde con un apparato normativo ipertrofico, che impone la sorveglianza di ogni singolo momento della vita scolastica; talvolta, la scuola risponde anche con un ammiccante «Da noi… nessun problema!».

Ora, il controllo e la paura sono nemici dell’autonomia e della responsabilità. Se investiamo per controllare, allora sottraiamo energie al responsabilizzare. Se abbiamo paura (di fare e di dire) non sappiamo più compiere scelte educative, ma solo cautelative. Se siamo impegnati nel rassicurare e nel proteggere, dimentichiamo che, per crescere, bisogna poter sbagliare, avere spazi per sperimentare la frustrazione, e che l’atto educativo comporta talvolta un certo coraggio e non può andare avanti a colpi di liberatorie, certificazioni, sorveglianze. E neanche a colpi di ‘tutto bene’ e sorrisetti.

L’alleanza sul controllo tra famiglia e scuola (che rassicura la prima e tutela la seconda, anche da paventate denunce) congiura contro la crescita dei bambini: continuare a intervenire per rimuovere difficoltà e minimizzare problemi proietta sui nostri figli sfiducia nella loro autonomia e nella loro capacità di scelta e di riuscita. Li rende dipendenti, passivi, fragili. Rimuovere gli ostacoli farà pure stare tranquilli genitori, nonni e dirigenti scolastici, ma non insegna ai bambini come fare quando se ne trovano uno davanti.

Così, quel piccolo margine di rischio che il sistema scuola e la famiglia non si sentono più di affrontare è esattamente quello che permetterebbe ai nostri figli di crescere in autonomia, competenza e responsabilità.
Vorrei una scuola pubblica capace di chiarire a se stessa, e poi ai genitori, che l’educazione è sempre ‘una scelta di preoccupazione’ - un farsi carico di, non uno scaricarsi da - che implica l’assunzione di responsabilità e il coraggio che servono per formare uomini e donne liberi.

27 Ottobre 2016