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Responsabilità educativa. Un valore da recuperare

Responsabilità educativa. Un valore da recuperare

Da alcuni anni provo un crescente disagio all’avvicinarsi della festa della mamma. Credo che tutto sia iniziato quando la mia prima figlia iniziò a frequentare la scuola infanzia e il giorno della festa della mamma tornò a casa a mani vuote. Uno dei mie primi ricordi da bambina è legato all’emozione di portare a casa dall’asilo il regalo fatto con le mie mani per la mamma. Il desiderio di rivivere questa esperienza da un altro punto di vista era quindi forte, oltre al fatto che, neo mamma, forse desideravo un pubblico riconoscimento del mio non facile ruolo. Al primo consiglio di scuola chiesi alle insegnanti perché la festa fosse passata sotto silenzio e mi fu risposto, con una certa riprovazione, che la mia domanda mancava di sensibilità. Le educatrici mi spiegarono che quell’anno a scuola non c’era alcun orfano di mamma ma alcuni anni prima era capitato ed era stata un’esperienza ‘dolorosa per tutti’. Da qui la decisione di sospenderla. Nei giorni successivi mi interrogai molto su questa mia mancanza di sensibilità ma anche su come fosse possibile che un centinaio di bambini non festeggiassero la mamma perché alcuni anni prima quella scuola si era confrontata con il dramma della perdita. Al tempo stesso non potevo, da antropologa, fare a meno di chiedermi che cosa fosse cambiato nella nostra società al punto da trasformare, nel giro di trent’anni, un atto ritenuto ovvio, dovuto, in un comportamento offensivo e socialmente pericoloso. Da fatti quotidiani come questi è nata la mia decisione di approfondire il tema della responsabilità educativa e negli anni successivi ho trovato molte risposte a questa domanda. La più importante è che l’idea di bambino è completamente cambiata. Il bambino che genitori ed educatori oggi hanno in mente è un individuo che ha una vita emotiva molto intensa, quasi incontenibile, che lo rende fragile, da tutelare, proteggere, salvaguardare da qualsiasi dolore, frustrazione, ma anche semplice malessere.

Il rischio di esporre un bambino senza mamma alla festa della mamma è un rischio che la nostra cultura educativa non può più correre. Pensiamo che non ce la può fare e che il suo dolore è così grande che anche noi adulti non possiamo fare niente per lui, se non togliere una festività dal calendario. Non siamo in grado di ricomprendere questa esperienza dentro una cornice di senso più ampia. Niente comunicazione, niente condivisione, niente speranza. Solo silenzio.
E’ capitato così che, sulla scia di questa tendenza — per paura, per disinteresse o, nel peggiore dei casi, per convenienza — dopo la soppressione della festa della mamma e del papà, la Pasqua è stata ribattezzata ‘festa delle uova’, il Natale festeggiato laicamente con ‘il ballo del qua qua’, fino alla recente decisione di alcuni asili milanesi di non utilizzare più le parole mamma e papà, sostituite da ‘genitore 1’ e ‘genitore2’ per non discriminare le coppie omosessuali. Presto saremo condannati al silenzio e all’immobilismo, per il timore che qualsiasi nostra parola o gesto possa offendere qualcuno.
Questa paura di fare male — che come la profezia che sia autoavvera finisce col fare davvero male — dimentica alcuni aspetti che io credo abbiano molto a che fare con la responsabilità educativa. Il primo è che nascondere, fare finta di niente, passare sotto silenzio, non ha mai aiutato nessuno a risolvere problemi né a rafforzarsi, tantomeno a diventare adulto. Nel caso della festa della mamma e del papà sarebbe molto più utile che gli educatori anziché nascondere la testa sotto la sabbia, ‘trovassero’ le parole, si impegnassero a sostenere le famiglie con esperienze familiari difficili o insolite, li aiutassero, nel caso di un’assenza, ad individuare una figura positiva sostitutiva da investire del ruolo genitoriale. Si impegnassero a raccontare che oltre l’assenza ci può essere una forma diversa di presenza e, oltre il conflitto, una riconciliazione. E, anche, a mostrare ai bambini un’alleanza educativa tra scuola e famiglia in grado di sostenerli.
Il secondo aspetto è che il nostro silenzio maschera un dato fondamentale: tutti hanno una mamma e un papà. Si nasce necessariamente dall’incontro di un maschile ed un femminile. Anche i bambini abbandonati, i bambini i cui genitori sono separati, i cosiddetti figli della provetta. Io credo sia importante aiutare le nuove generazioni a conoscere questa verità e a mantenere nel loro immaginario la relazione con i genitori ‘buoni’, il maschile e il femminile, all’origine della Vita — al di là di tutte le vicende umane di incomprensione, rabbia, delusione, separazione che possiamo sperimentare e al di là di tutto quello che le tecniche di procreazione oggi ci promettono e ci permettono.
Il senso del mio disagio il giorno della festa della mamma è legato alla cultura pedagogica e, più in generale, al clima culturale, in cui viviamo. Presi dalla logica del «divertimento» abbiamo dimenticato, come genitori e come insegnanti, di farci carico del conflitto, della mancanza, dell’accettazione del limite. Esse sono esperienze della vita che non andrebbero negate o rimosse dagli spazi educativi ma dovrebbero, in essi, trovare possibilità di espressione e comprensione. A fronte di accelerate trasformazioni socio-culturali la risposta della scuola non può essere una progressiva ritirata su tutti i fronti. Occorre rilanciare, con politiche educative basate sull’assunzione di responsabilità nei confronti dei nuovi bisogni di senso delle nuove generazioni. L’educatore che non resta in silenzio ma offre, con coraggio, percorsi di crescita possibili, mantiene viva la speranza nel futuro dei nostri figli, con e senza mamma e papà.

Angela Biscaldi
(antropologa – Università degli studi di Milano)

09 Maggio 2015

Commenti all'articolo

  • Daniela

    2015/05/12 - 13:01

    Condivido in pieno quello che ha scritto, mi complimento con lei per l'analisi molto chiara delle situazioni che si sono venute a creare nelle scuole.

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    • angela

      2015/05/12 - 18:06

      Grazie Daniela! diamoci da fare per far sentire la nostra voce

      Rispondi

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