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Domenica 11 Dicembre 2016

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CREMONA

Tamoil e Amoco erano la stessa cosa

L'avvocato di parte civile smentisce la tesi dell'inquinamento storico sostenuta dalla difesa

Tamoil e Amoco erano la stessa cosa

La raffineria Tamoil

CREMONA - Quando nel marzo del 2001 Tamoil si autodenunciò, si chiamò fuori da ogni responsabilità in relazione all'inquinamento delle aree esterne, sostenendo che la colpa era da imputare all'Amoco. Ma a smentire la tesi dell'inquinamento storico sostenuta dalla difesa, è la storia stessa: Amoco e Tamoil erano la medesima cosa. Lo ha dimostrato, documenti alla mano, l'avvocato di parte civile, Gian Pietro Gennari, ieri all'ultima udienza (dedicata alle repliche) del processo sul caso Tamoil, che vede cinque manager della società petrolifera, ora deposito, accusati di inquinamento delle acque (tre di loro anche di disastro ambientale colposo). Oggi alle 17 il gup Guido Salvini emetterà la sentenza.

"Come si rileva da un documento prodotto in sede processuale dalla parte civile - ha spiegato Gennari - nel 1983 è stata presentata alla Camera di Commercio di Cremona da parte dell'Amoco spa, con sede a Milano in piazzetta Bossi 3, codice fiscale 00774860159, la richiesta di modifica della denominazione sociale da Amoco spa in Tamoil spa". Stessa sede, stesso codice fiscale. Gennari è partito dal 1960, l'anno in cui Amoco rileva lo stabilimento dalla Raffineria Italia. Poi, "alla fine degli anni Settanta, a seguito della crisi iraniana e della destituzione dello scià, Amoco si trova priva di rifornimenti petroliferi provenienti dalla Persia, il cui nuovo governo non intende avere rapporti con una società americana. Per questa ragione, entra in scena Roger Tamraz, petroliere nato al Cairo nel 1940, il quale diventa ufficialmente titolare della raffineria e può importare, senza problemi, il petrolio dalla Persia". L’acronimo Tamoil è formato dalla T di Tamraz, da Am che sta per Amoco e dal brand OIL. "Alla fine – ha affermato Gennari - Tamoil è ancora Amoco e quindi viene smentita la tesi della difesa della difesa, secondo cui l'inquinamento delle aree esterne era il frutto della scarsa sensibilità che a quell'epoca regnava in materia di inquinamento da parte di Amoco". Gennari ha inoltre "ribadito la validità delle conclusioni, a cui sono giunti i periti del giudice, conclusioni che la parte civile aveva contribuito a formare attraverso la produzione storica di tutta la documentazione. In sostanza, l'inquinamento viene dalla raffineria che, attraverso il terreno e le falde, ha inquinato le aree esterne. Gli idrocarburi rinvenuti nelle falde sono pericolosi e nocivi come il benzene, che è cancerogeno. Il diaframma, come è stato provato documentale te, non serve ad impedire il deflusso della falda su cui galleggiano gli idrocarburi,ma semplicemente ne rallenta il deflusso". E infine "non si può parlare di inquinamento storico, come sostiene la difesa, perché l'inquinamento non è riferibile alle lanche o ad attività antropiche, cioè fatte dall'uomo, ma dal sito della raffineria".

L'avvocato Sergio Cannavò, che rappresenta Legambiente Lombardia, è tornato sul reato di omessa bonifica e si è rifatto a quanto ha sostenuto la difesa Tamoil, "secondo cui l'inquinamento c'è stato, ma era storico e dunque non era di loro competenza il ripristino ambientale delle aree esterne". Per Cannavò, "se già nel 2001, quando fu denunciato l'inquinamento, Tamoil si fosse altresì denunciata come responsabili, sarebbe stata obbligata a fare una messa in sicurezza d'emergenza". Ancora, "gli interventi realizzati da Tamoil per la messa in sicurezza e il ripristino ambientale sono stati in più passaggi paragonati dalle difese a quelli posti in essere in tali famosi casi di inquinamento (Falconara, Mantova, Gela) , per i quali o è in corso o si è svolto il procedimento amministrativo finalizzato alla realizzazione della bonifica. Oltre a non essere chiaro quale significato possa avere il confronto con situazioni tra loro molto differenti, questo ragionamento non tiene conto del fatto che il sistema italiano delle bonifiche è notoriamente caratterizzato da molte e gravi criticità". Cannavò ha per esempio ricordato che tale sistema di bonifiche "e' oggetto di valutazioni molto negative da parte della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti che nella ‘Relazione sulle bonifiche dei siti contaminati in Italia: i ritardi nell'attuazione degli interventi e i profili di illegalità’ del dicembre 2012, che ha evidenziato farraginosità, scarsa trasparenza, lentezza, mancanza di coordinamento, incompetenza di organi pubblici di valutazione e controllo, burocratizzazione, coincidenza tra controlli e controllati, depotenziamento della tutela della salute in favore delle esigenze della produzione con inversione della gerarchia costituzionale dei valori".

Alessio Romanelli, avvocato di parte civile del cittadino Gino Ruggeri (che si è costituito appunto parte civile in luogo del Comune di Cremona) è invece tornato sul profilo risarcitorio, affermando che "la richiesta delle parti civili e del Comune in particolare, attraverso la costituzione del cittadino Gino Ruggeri, è una sentenza di condanna generica dove la provvisionale è di un milione di euro, ma il danno è molto, molto più grave e abbiamo chiesto di essere immessi davanti al giudice civile per la quantificazione". Marcello Lattari, avvocato della parte civile Dopolavoro ferroviario, ha detto: "A mio parere, è inquinata anche la falda intermedia e non solo quella superficiale come sostengono i difensori e ciò è frutto della semplice osservazione dei dati e dei campionamenti valutati negli anni e valutati dal collegio dei periti del giudice. Inoltre, si tratta di acque non solo potenzialmente, ma anche concretamente destinate all’alimentazione umana come prevede il delitto di avvelenamento contestato agli imputati, in quanto utilizzate anche per i servizi igienici delle società canottieri (ad esempio il bambino che beve l’acqua dai rubinetti degli spogliatoi piuttosto che dalla fontanella del campo di calcio). Poiché queste acque sono autorizzate come acque con i requisiti di legge per la loro potabilità, il Dopolavoro, in conformità all'autorizzazione amministrativa che ha, potrebbe legittimamente estendere l'uso delle acqua nelle cucine e anche sotto questo profilo, il delitto c'è".

LE DIFESE - L’avvocato Giacomo Lunghini ha ribadito che "il capo a (disastro colposo) non è previsto dalla legge come reato e ho trovato anomalo che il pm non abbia replicato neanche sulle posizioni soggettive di ciascun imputato. Nel processo non vi è alcuna possibilità di rilevare le condotte tenute da ciascun imputato contestate dall'accusa. L’avvocato Simone Lonati, ha affermato che "il pm non ha portato alcuna argomentazione per sostenere che le tesi del nostro tossicologo non sono fondate. Ho ribadito che i valori riscontrati da parte dei periti nulla dicono in ordine al potenziale pericolo della salute, ma sono esclusivamente limiti che possono accendere un allarme sui a contaminazione da dover accertare", mentre l’avvocato carlo Melzi d’Eril ha ribadito che "prima della metà del 2004 non c'era alcuna evidenza che le fogne avessero dei problemi. I lavori compiuti sui pozzi di emungizione della raffineria non hanno riscontrato la presenza di idrocarburi e i lavori fatti sulla fogna sono stati fatti al meglio. Non è stato provato alcun collegamento diretto tra l'ammaloramento delle fogne e la contaminazione esistente".

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17 Luglio 2014

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