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CREMONA

Ex commessa si scusa e risarcisce

Era accusata di aver diffamato le colleghe e una cliente, una vicenda lunga sette anni

Ex commessa si scusa e risarcisce

Il tribunale di Cremona

CREMONA - La responsabile del negozio? «Una ‘Monica Lewinsky’, una povera oca arrivata a ricoprire quel ruolo grazie a profferte sessuali nei confronti di uno dei titolari». La collega? «Per niente professionale, una lazzarona, una pazza psichiatrica ed una poco di buono che predilige i neri». L’altra? «Una sfigata, inaffidabile sul lavoro, si veste e si trucca in maniera provocante». La cliente? «Una pazza e lesbica; si è innamorata di me». Accusata di aver parlato alle spalle, diffamato e messo zizzania, per sette lunghi anni, fra le tre ex colleghe di un negozio al centro commerciale CremonaPo, e una affezionata cliente, Cristiana non sarà più processata. Ha scritto una lettera di scuse e staccato quattro assegni (il risarcimento). Reato estinto. In più, il 13 settembre scorso, alla riunione convocata dai titolari, prima aveva negato, poi si era dimessa. Caso archiviato. A scrivere la parola fine è stato, ieri, il giudice di pace, Luciano Di Vita, che in virtù della lettera di scuse e del risarcimento del danno, ha riconosciuto la «condotta riparatoria» di Cristiana, una speciale causa di estinzione del reato. Caso chiuso, dunque, come avevano chiesto sia il pm onorario, Paolo Tacchinardi, sia l’avvocato Marcello Lattari, difensore dell’imputata, per il quale «con il risarcimento e con quella lettera, in cui ha scritto in forma tangibile i propri sentimenti di pentimento, la mia assistita ha tenuto una condotta riparatoria. In più, l’imputata si era dimessa». Caso che l’avvocato di parte civile, Massimiliano Cortellazzi, invece avrebbe voluto tenere ancora aperto. Il legale voleva che venisse celebrato il dibattimento e così far sentire le sue quattro assistite, commesse e cliente, «ritenendo le condotte dell’imputata non riparatorie». Vuoi per «il tenore generico e per nulla contrito della lettera di scuse», vuoi perché, a suo parere, i quattro assegni staccati non erano congrui e solo dopo aver ascoltato commesse e cliente, il giudice si sarebbe fatto una idea più precisa sull’entità del risarcimento. Reato estinto. Alla fine, commesse e cliente si sono dette ‘comunque soddisfatte’, perché, come ha evidenziato l’avvocato Cortellazzi, «l’imputata, se non si fosse ritenuta responsabile, non avrebbe risarcito il danno e si sarebbe fatta processare». E’ finita così una storia lunga sette anni, «durante i quali — ha affermato Cortellazzi —, con lucida cattiveria e metodo scientifico, gli assenti venivano sistematicamente diffamati dall’imputata e le persone che potevano costituire, a suo avviso, un potenziale rischio per la sua carriera sul posto di lavoro, perché considerate più valide di lei, venivano messe in cattiva luce con l’azienda».

13 Giugno 2014

Commenti all'articolo

  • franco

    2014/06/14 - 12:12

    E se inveci la ghia resoon ? Che li so coleghi jìera propia dele troie ? Certo a na troia te podet mia dighel in facia che l'è 'na troia. Altrimenti te gheet de risarcila...Insoma se gà semper de taser e ciapal in del cumò.

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