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Domenica 11 Dicembre 2016

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SETTEMBRE 1943 - VITTIME 170 SOLDATI CREMONESI

Chiesto l'ergastolo
per il boia di Cefalonia

Alfred Stork fece parte di uno dei plotoni di esecuzione che giustiziò lo stato maggiore della Divisione Acqui

Chiesto l'ergastolo
per il boia di Cefalonia

La riproduzione di una foto d'epoca mostra al centro Alfred Stork

Alfred Stork è un ex nazista novantenne che a suo tempo confessò di aver preso parte ad una delle tante fucilazioni di militari e ufficiali italiani della Divisione Acqui a Cefalonia. Una confessione inutilizzabile, nel processo che si è aperto all'inizio dell'anno davanti al Tribunale militare di Roma e giunto ora alle battute finali, perché resa senza il difensore. E Stork «non ha avuto il coraggio di mantenere ferma la sua ammissione di colpa, restando comodamente nella sua casa in Germania», ha detto il procuratore militare Marco De Paolis. Secondo il quale, però, numerose testimonianze individuano il plotone di cui l'imputato faceva parte come uno di quelli «che fucilò l'intero stato maggiore della Acqui», nel settembre 1943. Per questo l'imputato «deve essere condannato all'ergastolo». Richiesta alla quale si sono associate le parti civili, tra cui alcuni parenti delle vittime. Venerdì, dopo l'intervento della difesa, la sentenza. L'ex caporale dei 'Cacciatori da montagnà (Gebirsgjager), sentito nel 2005 dai magistrati tedeschi, ammise di aver fatto parte di uno dei plotoni di esecuzione attivi nei pressi della cosiddetta Casetta Rossa, il 24 settembre. «Ci hanno detto che dovevamo uccidere degli italiani» perchè «erano considerati dei traditori», disse. Alla Casetta Rossa sarebbero stati complessivamente giustiziati 129 ufficiali (altri sette vennero ammazzati il giorno successivo per rappresaglia) da parte di due plotoni. Quello di Stork, comandato da «un tenente», sparò dall'alba al pomeriggio lasciando sul terreno «73 ufficiali», come afferma lo stesso imputato. Ad uccidere i rimanenti fu invece il secondo plotone, comandato da Otmar Muhlhauser, l'ufficiale che negli anni scorsi venne incriminato dalla procura militare di Roma e morì nel luglio 2009, mentre era in corso l'udienza preliminare nei suoi confronti. Proprio indagando su Muhlhauser si è arrivati a Stork, ma il fatto che questi non abbia mai ripetuto la sua confessione ha reso fin dall'inizio in salita la strada dell'accusa. Una strada ancora più irta, se si pensa che l'inchiesta non ha consentito di individuare nessuno pronto a indicare Stork come componente del plotone di esecuzione. «C'era allora, come purtroppo c'è ora - ha detto il pm De Paolis - un patto tra gli appartenenti a quei reparti dell'esercito tedesco che si sono macchiati dei peggiori misfatti di non rivelare mai il nome degli autori. Il fatto sì, i responsabili no. Un disgustoso muro di omertà». In una delle passate udienze, uno dei sottufficiali dei carabinieri altoatesini (e bilingue) che hanno condotto le indagini, ha manifestato con un esempio tutta la sua frustrazione. «Ad un suo commilitone abbiamo fatto vedere questa foto», ha detto, mostrando una vecchia fotografia in cui il caporale Stork è immortalato insieme ad altri suoi camerati: «curiosamente li ha riconosciuti tutti, tranne l'imputato». Neppure la decina di reduci italiani sentiti nel corso del processo avevano mai sentito parlare di Stork. Il procuratore De Paolis, tuttavia, ha citato la consulenza tecnica disposta dagli inquirenti tedeschi e una serie di testimonianze in base alle quali il plotone cui apparteneva Stork era «sicuramente» uno di quelli in azione alla Casetta Rossa. Essenzialmente sulla base di queste prove ha chiesto l'ergastolo per l'imputato, al quale «non vanno riconosciute le attenuanti generiche - ha detto - tenuto conto della estrema gravità dei reati, delle modalità con le quali essi sono stati crudelmente posti in essere, del totale disinteresse per le vittime anche dopo tanti anni dalla commissione dei fatti e del comportamento processuale tenuto, poichè Stork non ha in alcun modo collaborato con gli organi giudiziari». De Paolis ha anche ricordato che a nulla vale sostenere come causa di giustificazione «che 'quelli erano gli ordini e dovevano essere rispettati, pena la mortè. Non è vero, è una delle tante bugie. Il militare ha l'obbligo di non adempiere ad ordini palesemente criminosi, illegittimi e assurdi, come quello di uccidere altri soldati che si sono arresi: a Cefalonia ci sono stati dei rifiuti e non risulta che nei confronti di chi ha detto di no siano state adottate sanzioni. Partecipare ad un plotone d'esecuzione era una libera scelta, chi ha ucciso in modo così vergognoso era consapevole della totale antigiuridicità e illegalità della propria condotta».

16 Ottobre 2013

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