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DENUNCIA PER STALKING

"Terrorizzata dal mondo arabo: chiedo l'arresto di mio marito"

Lo sfogo di una tunisina convertita al cristianesimo

"Terrorizzata dal mondo arabo: chiedo l'arresto di mio marito"
Al collo porta una catenina con la croce in argento, perché «mi sono convertita alla religione cattolica, nel 2007 ho lasciato la religione musulmana, nel 2008 sono stata battezzata nella chiesa di San Luca». Come mai? «Sono terrorizzata dal mondo arabo e non voglio più sentire parlare del mondo islamico che non è quello del Corano. Voglio che il mio ex marito venga arrestato». Sono dichiarazioni choc quelle di Amina, 45 anni, una laurea in fisiatria conseguita in Tunisia all’età di 21 anni, «quando per 10mila euro la mia famiglia, che era povera, mi ha venduto e mi ha fatto sposare». Con la sua denuncia per stalking, Amina, che parla correttamente cinque lingue, ha trascinato sul banco degli imputati l’ex marito Ben Salah, 47 anni, nei confronti del quale è pendente il processo per atti persecutori, cominciato il 19 giugno scorso con la testimonianza drammatica della donna davanti al giudice Giuditta Silvestrini e poi rinviato al 5 marzo del 2014. «A Berlusconi hanno fissato subito il processo in Cassazione, io devo aspettare a marzo e nel frattempo il mio ex marito continua a minacciarmi. Lui mi ha distrutto la vita ed è ancora libero. Sono terrorizzata». Quattro giorni fa Amina si è presentata alla questura di Parma e ha chiesto che Ben Salah venga arrestato. Si è rivolta ai poliziotti della squadra mobile, perché «sette anni fa loro mi hanno liberato dalla schiavitù in cui mi aveva tenuto mio marito. Loro mi hanno salvato. Ero nuda, legata alla finestra, piena di cicatrici». Tre giorni fa Amina ha spedito una e-mail a Daniela Santanchè, l’onorevole che nel giugno del 2007, quando era parlamentare di An, si infervorò per la morte di Hina Saleem, la ragazza pakistana di 21 anni uccisa sette anni fa a Brescia dal padre e dai parenti perché considerata troppo ribelle e innamorata della vita all’Occidentale. «La vicenda deve far vibrare ogni donna nel profondo, lei deve diventare il simbolo dell’integrazione e chiederemo di intitolare a Hina una strada di Brescia». Così disse la Santanchè che volle presenziare al funerale di Hina, sfidando il cordone di sicurezza imposto alla cerimonia dalla famiglia Saleem. Un mese fa, al processo Amina, che si è costituita parte civile con l’avvocato Guido Priori, ha raccontato il suo inferno, fatto di violenze fisiche e minacce di morte. Come questa: «Prima o poi tu finirai come la pakistana di Brescia. La polizia ti cercherà, troveranno i tuoi pezzi, ma io non ci sarò più, sarò già scappato. Ti butto l’acido sulla faccia». Amina aveva chiuso la sua drammatica testimonianza con una richiesta: «Chiedo solo una cosa. Io voglio vivere una vita normale. Chiedo l’arresto cautelare del mio ex marito, perché da sette anni non vivo più». Quattro giorni fa, la stessa richiesta l’ha fatta alla squadra mobile di Parma. Intanto, attraverso la sua segretaria, l’onorevole Santanchè si è fatta viva con Amina: «Mi ha fatto sapere che in questi giorni mi chiamerà».
Francesca Morandi

17 Luglio 2013

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