il network

Mercoledì 22 Maggio 2019

Altre notizie da questa sezione

in corso:


IL PUNTO DEL DIRETTORE

La cultura non si misura con il metro dei soldi

La cultura non si misura con il metro dei soldi

Il direttore Marco Bencivenga

Tutto potevano immaginare i bookmakers inglesi - specializzati nel quotare ogni eventualità su cui si può scommettere, dal nome del royal baby all’esito finale della Champions League - meno la possibilità che la campagna elettorale per il Comune di Cremona si potesse infiammare su un tema che di solito finisce fra le varie ed eventuali dei diversi programmi: la cultura. Invece, in settimana lo scontro fra i due principali candidati alla fascia tricolore si è acceso proprio attorno alla qualità degli eventi culturali promossi in città, con Carlo Malvezzi a rimpiangere pubblicamente il festival Le Corde dell’anima che si svolgeva durante l’amministrazione Perri (quando lui era vicesindaco) e Gianluca Galimberti a ribattere citando come esempio il Tanta Robba Festival, nato e cresciuto durante il suo mandato da primo cittadino. Una risposta che ha spinto il candidato di centrodestra a replicare con una domanda provocatoria: «Ma quanta gente va al Tanta Robba Festival?» (sottintendendo poca). «Tantaaaaaaa!», gli hanno risposto in coro i presenti al faccia a faccia pre elettorale ospitato dal Crit, il polo tecnologico di via dell’Innovazione digitale. Ancor più feroci sono stati alcuni commenti apparsi sui social, con tanto di fotomontaggio ironico raffigurante Malvezzi sullo sfondo di una piazza piena di gente (immagine pubblicata l’altro ieri anche da La Provincia).

Il candidato del centrodestra, accusato dal sindaco uscente di «non conoscere la città», ha successivamente corretto il tiro («Per il rilancio turistico di Cremona servono eventi di portata nazionale e internazionale, ben vengano però le iniziative promosse dall’associazionismo, come il Tanta Robba Festival che continueremo a sostenere anche in futuro perché crediamo nel protagonismo dei giovani»), ma la polemica su quella risposta oggettivamente infelice era ormai divampata in maniera virale. E ha fatto passare in secondo piano una frase altrettanto stonata pronunciata da Galimberti nella foga della sua controreplica: Le Corde dell’anima, ha detto in sostanza, non sono più state fatte perché avevano i conti in rosso: «La penultima edizione si è chiusa con un buco di 90 mila euro, l’ultima di 70 mila...», ha dichiarato il primo cittadino in carica evocando il tema della sostenibilità. In proposito, s’impongono due considerazioni. La prima: parlare di «buco» è improprio, sbagliato, un errore concettuale, perché «buco» nel gergo comune significa «ammanco», «debito», «pagamento non onorato». E non è il caso in questione. Una manifestazione di qualsiasi tipo (culturale, enogastronomico, sportivo, eccetera) può chiudersi con un bilancio economico in attivo o in passivo, ma si può parlare di «buco» solo se gli organizzatori hanno lasciato alle loro spalle debiti o fornitori/collaboratori non pagati. E questo non è successo con Le Corde dell’anima, festival ideato, organizzato e finanziato dal gruppo editoriale cui fa capo La Provincia. La spesa necessaria per sostenere l’evento non è mai ricaduta sulle casse del Comune, come l’affermazione del sindaco potrebbe consentire di credere o di ipotizzare: vero è che l’Amministrazione comunale elargiva un suo contributo, ma la consistenza del finanziamento era decisa in anticipo e non era in alcun modo legata alle sorti economiche dell’iniziativa. In parole povere: se il bilancio si chiudeva in rosso, non era il Comune a saldare il conto, ma l’organizzazione. Quindi i privati. Che possono scegliere di spendere i loro soldi come vogliono. Semmai, andrebbero ringraziati dal sindaco se decidono di investire sulla città, di fatto regalandole un evento di indiscusso successo come il festival oggi rimpianto da molti, non solo da Malvezzi.

C’è chi per dare lustro alla propria immagine sponsorizza una squadra di calcio, di basket o di pallavolo; chi finanzia il restauro di un’opera d’arte; chi si fa carico dell’organizzazione di un festival... Dov’è il problema? Quale sarebbe il «buco» evocato da Galimberti per giustificare la scomparsa del festival Le Corde dell’anima dal cartellone degli eventi culturali che danno lustro a Cremona (eventi dei quali a volte il Comune si fa vanto, anche se il suo contributo si limita a un più o meno consistente sostegno economico o alla disponibilità di vie e piazze della città che, per definizione, appartengono già a tutti i cittadini)?
Non bastasse, è evidente che ogni nuovo evento ha bisogno di alcune edizioni per raggiungere il suo equilibrio economico, passando da una fase iniziale di start up alla piena maturazione. Obiettivo che può essere ottenuto in vari modi, da una sempre più puntuale programmazione e gestione dei costi (fatto!) alla crescita dei contributi degli sponsor in proporzione al successo ottenuto (fatto e ulteriormente fattibile), addirittura - se il riscontro di pubblico lo consente - attraverso l’imposizione del pagamento di un biglietto d’ingresso ai visitatori, come avviene per esempio al Festivaletteratura di Mantova o al festival LeXGiornate di Brescia. Sbagliato dunque fare di tutta l’erba un fascio o - per restare nella metafora bucolica - prendere il sacco in cima, bocciando una manifestazione prima che abbia concluso il suo ciclo vitale, fermo restando il diritto degli organizzatori di fare altre scelte, se opportune o necessarie. Seconda considerazione: in campo culturale il dato della sostenibilità economica di un evento non può mai essere l’unico metro di giudizio per valutarne l’opportunità o il valore. Contano altrettanto le ricadute in termini di immagine e di attrazione turistica che tale evento garantisce alla città o al territorio che lo ospita (ricadute, anche economiche, che possono essere valutate e messe a bilancio solo a lungo termine). Contano il dibattito, le occasioni di confronto e le riflessioni che suscita all’interno di una comunità. Conta la crescita che tale evento alimenta come la scintilla che innesca le fiamme di un fuoco più grande. In caso contrario ben poche iniziative e manifestazioni locali e nazionali sopravviverebbero. E vacillerebbero perfino storiche istituzioni della cultura italiana. Nel caso di Cremona, per esempio, il Teatro Ponchielli, la cui gestione regge solo grazie alla dotazione che il socio di diritto (il Comune), i soci fondatori (Associazione industriali, Banco Bpm, Centro di musicologia Walter Stauffer e Fondazione Arvedi Buschini), i soci fondatori emeriti (Vito Zucchi e Wonder) e i soci sostenitori (Bcc Credito Padano, Corazzi e Oleificio Zucchi) hanno generosamente messo a disposizione della Fondazione presieduta proprio dal sindaco. Un tesoretto in origine milionario, che si sta erodendo anno dopo anno, fino ad assottigliarsi con tendenza allo zero. Di questo, magari, dovrebbero preoccuparsi non solo Galimberti, ma tutti i candidati sindaco e i partiti in corsa per le ormai imminenti elezioni Comunali: che ne sarà del glorioso Ponchielli quando (a breve) il tesoretto sarà finito? Vecchi e nuovi soci della Fondazione saranno disposti a rifinanziarlo? E se la risposta fosse no, quali sarebbero le soluzioni alternative percorribili? A due settimane esatte dal voto, Cremona ha diritto a queste risposte. E, magari, a candidati che in ambito culturale e turistico non pensino solo al presente, ma guardino al futuro - proponendo nuove idee, nuove iniziative e nuovi progetti - anziché accapigliarsi sul passato o in sterili dispute di parte.

© RIPRODUZIONE RISERVATA DI TESTI, FOTO E VIDEO

11 Maggio 2019