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Giovedì 13 Dicembre 2018

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CREMONA. STORIA DI 'NDRANGHETA

Il delitto delle Colonie Padane come un 'cold case'

Dal processo Aemilia spuntano le carte di un'inchiesta di quegli anni: l'organizzazione si stava radicando al Nord

Il delitto delle Colonie Padane come un 'cold case'

Il delitto delle Colonie Padane del 6 settembre 1992

CREMONA - È il 6 settembre 1992, una domenica pomeriggio: a uno dei tavolini del circolo ‘Pescatori e barcaioli’, Dramore Ruggiero, muratore cutrese di 29 anni residente a Castelleone, viene ammazzato con sei colpi di pistola mentre gioca a carte. E con lui, «per sbaglio» dirà l’inchiesta, viene ucciso anche Antonio Muto, 39 anni, casa in città. Per la giustizia, quello è stato un un omicidio ordinato dalla ‘ndrangheta. Il delitto delle Colonie Padane.
Un’esecuzione firmata, per la Cassazione che li ha definitivamente condannati all’ergastolo nel 2006, da Vincenzo Scandale e Aldo Carvelli, conosciuto nell’ambiente come ‘Sparalesto’, calabresi trapiantati a Milano. Spararono con una calibro 9 e una calibro 38. E lo fecero, secondo la teoria investigativa, perché la mafia voleva vendicarsi dell’assassinio, in Calabria, di Paolino Lagrotteria, collegato al clan malavitoso dei Dragone. Non perdonava, la ‘ndrangheta, allora. Sparava.
E l’immagine di quella ‘ndrangheta di 26 anni fa, tanto differente da quella odierna, viene scattata adesso dall’affiorare di un inchiesta del 1996. Spuntano carte forse sottovalutate, nelle pieghe del processo ‘Aemilia’ in corso a Reggio Emilia. Raccontano di clan in espansione e confermano non solo che quelle raffiche di revolver furono la prima avvisaglia della presenza della criminalità organizzata calabrese a Cremona ma anche l’atto dimostrativo di un sodalizio che stava scegliendo il Cremonese e la Lombardia, insieme all’Emilia, come terra di conquista.
Non tutti se ne accorsero, però. Si scopre ora, infatti, come il 19 agosto del 1997 fu rigettata dall’allora giudice per le indagini preliminari la richiesta di custodia cautelare in carcere avanzata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bologna per 22 persone. Indagate perché ritenute ‘membri di una organizzazione di tipo mafioso riconducibile alla riconosciuta cosca Dragone’. Per la prima volta al Nord, si ritiene che esista una associazione. E quelli che compie, secondo la Dda, non sono reati singoli ma associativi: truffe, ricettazioni, usura, estorsioni, sfruttamento della prostituzione gestendo locali notturni, emissione di fatture per operazioni inesistenti realizzate con la complicità strutturale di controllo organizzativo attraverso studi professionali.

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23 Settembre 2018