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Mercoledì 20 Giugno 2018

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CINEMA. LA RECENSIONE

'Nome di donna', luce stordente per coprire la violenza

Il film di Marco Tullio Giordana è potente e affidato a un cast di attori sublimi. La sceneggiatura è firmata da Cristiana Mainardi

'Nome di donna', luce stordente per coprire la violenza

Cristina Capotondi nei panni di Nina

CREMONA - "Nome di donna" di Marco Tullio Giordana è un film potente che costruisce la sua straziante bellezza non solo per la storia che racconta, ma soprattutto per un cast di attori in stato di grazia. "Nome di donna", del regista di origini cremasche, è il racconto di un caso di violenza in una casa di riposo. Nina (Cristiana Capotondi) ha subito un abuso dal direttore della clinica di lusso, il dottor Torri (Valerio Binasco). La donna decide di ribellarsi e subito si ritrova isolata dalle colleghe che sanno ma tacciono, a turno loro stesse vittime del potere dell’uomo. Immancabili sono i tentativi di insabbiamento anche da parte delle colleghe, non mancano le minacce trasversali del prete (Bebo Storti) che copre il direttore della casa di riposo.
La sceneggiatura porta la firma di Cristiana Mainardi ed evoca un caso del tutto simile accaduto nel Cremonese negli anni Novanta.
Domenica il regista, la sceneggiatrice, il produttore Lionello Cerri saranno a SpazioCinema per presentare il film.
Ciò che colpisce di "Nome di donna" è la capacità di Giordana di lavorare sugli attori e di restituire sul grande schermo la solitudine di una donna abusata, l’omertà che la circonda, fino al punto di portarla a considerare quasi una sua fantasia le avances del suo carnefice. Giordana affida tutto questo a una regia precisa, secca eppure poetica, ma soprattutto si fa guidare dalla bravura dei suoi interpreti. Tutto in "Nome di donna" è luminoso, a tratti abbagliante, ogni inquadratura è definita, tersa, linda quasi a contrapporsi iconicamente al torbido che viene raccontato. Questo contrasto brucia, fa male e ha grande effetto. Giordana è regista che viene dal teatro e dal teatro pesca i volti, i corpi dei suoi attori di cinema.

Il direttore Torri è un Valerio Binasco di una potenza espressiva fastidiosa, in grado di tratteggiare con impietose sfumature tutto il potere e l’ambiguità di quell’uomo in balìa delle sue pulsioni. Cristiana Capotondi fa della sua Nina un personaggio fragile e forte al tempo stesso, Giordana ne scruta la bellezza e gli sguardi con luminosa poesia cinematografica, ne indaga le sofferte titubanze, le paure e la conquistata determinazione a non soccombere.

Fulgido di nostalgia teatrale e di ironia, ma anche di coriacea voglia di combattere è il personaggio di Adriana Asti che se la gioca nella parte di una vecchia attrice che fra ironia e delirio senile vive dei ricordi dei suoi registi Luchino Visconti, Giorgio Strehler e Luca Ronconi, mentre attende una scrittura via skype da Colin Firth per il ruolo della madre di Amleto. Bello è il contrasto attoriale fra Laura Marinoni nei panni dell’avvocato del ‘mostro’ e una pasionaria Michela Cescon, in quelli dell’avvocatessa che difende Nina. Di Stefano Scandaletti, il compagno di Nina, rimane in mente la distanza affettuosa, l’iniziale tergiversare.

Sono dunque gli attori che in "Nome di donna" incarnano le atmosfere, il non detto, i silenzi che sempre accompagnano le violenze, la solitudine, il senso di colpa, l’inadeguatezza che contraddistingue non solo chi è vittima di violenza, ma anche chi vi sta intorno, mentre l’orco di questa debolezza e omertà si nutre, sicuro di sé. "Nome di donna" convince appieno laddove gli sguardi, i respiri, le pieghe dei volti dicono di più di mille parole, laddove il monologare cede il passo al dialogo agito. L’effetto è tutto in una battuta di alcune signore in sala a cui si chiede un’impressione a fine proiezione: «Scusi non ce l’ho con lei — dicono —, ma in questo momento picchierei tutti gli uomini».

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09 Marzo 2018