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Giovedì 08 Dicembre 2016

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'Papa Francesco, scelta inattesa'

Il messaggio del vescovo Lafranconi all'indomani dell'elezione

'Papa Francesco, scelta inattesa'
Ecco il messaggio di monsignor Dante Lafranconi, vescovo di cremona, all'indomani dell'elezione di Papa Francesco.
Carissimi, abbiamo tutti seguito con commozione e stupore la prima benedizione apostolica di Papa Francesco. Ci ha colpito la sua estrema umiltà, i suoi gesti misurati, le parole non ricercate, ma semplici, quelle che arrivano subito al cuore e che rivelano una delicatezza d’animo. Un’impressione identica a quella che provai quando nell’ottobre 1999 ebbi occasione di incontrarlo a Buenos Aires. Diverse sono le cose che mi hanno colpito di questa elezione. Anzitutto la scelta di un cardinale che non era nell’elenco dei papabili. Lo Spirito, ancora una volta, ha condotto i Porporati a una scelta inattesa, che ha spazzato via tutti i pronostici confezionati dalla “sapienza” mondana. La stessa breve durata del Conclave – solo cinque votazioni – consuma in una “fumata nera” le illazioni e le dietrologie che l’hanno preceduto. C’è poi la provenienza del nuovo Pontefice. Viene dall’America Latina, il continente emergente da tanti punti di vista. La Chiesa di quella parte di mondo è particolarmente vivace, anche se attraversata da tante contraddizioni. Per parafrasare Giovanni Paolo II, il nuovo Papa non è stato chiamato da un paese lontano, ma lontanissimo. In quelle terre è particolarmente viva l’attenzione ai poveri, agli ultimi, ai diseredati: la loro condizione e le loro istanze Egli se le porta dentro nel cuore. Quella dell’America Latina è anche una Chiesa particolarmente giovane, fatta di giovani, pieni di entusiasmo e di voglia di vivere: Papa Francesco saprà certamente instaurare un dialogo privilegiato con le nuove generazioni. È da oltre 1300 anni che non saliva al soglio di Pietro un Papa extraeuropeo: il nostro Continente ha perso quella centralità che gli era propria nella Chiesa. In questa elezione leggo un segno che ci invita a respirare l’universalità della Chiesa e nello stesso tempo ci mette in guardia – noi cristiani del vecchio Continente europeo – contro il pericolo di emarginare la fede fino a renderla insignificante nella nostra vita e nella società. Ha colpito anche il primato della preghiera manifestato dal nuovo Pontefice. Buona parte del primo discorso “urbi et orbi” è stato utilizzato per recitare il Pater, l’Ave e il Gloria – le preghiere semplici, quelle tanto care al popolo di Dio – e per chiedere alla folla presente in piazza San Pietro di intercedere per lui. In altro modo ha voluto esprimere ciò che disse Benedetto XVI prima di congedarsi: «Mi sostiene e mi illumina la certezza che la Chiesa è di Cristo, il Quale non le farà mai mancare la sua guida e la sua cura». E, in effetti, il desiderio di pregare sgorga solo nel cuore degli umili, di chi avverte la presenza rassicurante e benigna di Dio e a lui si affida. Ha meravigliato anche il nome. Non è mai capitato che un Pontefice si facesse chiamare Francesco. Il pensiero è corso subito al Santo di Assisi e all’invito che Cristo gli fece dall’alto del Crocifisso di San Damiano: «Va e ripara la mia Chiesa». Essa ha sempre bisogno di purificazione per essere sempre più e sempre meglio sacramento di Cristo, senza perdere quella nota di santità (Chiesa una, santa, cattolica, apostolica) che le è propria in quanto corpo di Cristo. Questo processo di profonda conversione comunitaria, iniziato in maniera decisa da Benedetto XVI, potrà trovare continuità nello stile essenziale e semplice del nuovo Pontefice seguendo l’ispirazione del Poverello d’Assisi. Mi piace accostare i santi Benedetto e Francesco: il primo – tanto caro a Joseph Ratzinger – riformò la Chiesa nel VI secolo, contribuendo anche a dare un volto e una cultura all’Europa, il secondo si impegnò a rendere bella la “Sposa di Cristo” nel XIII secolo. Entrambi, con le loro peculiarità e carismi, compirono una vera e propria rivoluzione cristiana. C’è però un altro Francesco nell’albo dei santi che sicuramente è tanto caro a Jorge Mario Bergoglio: mi riferisco al Saverio, che fu gesuita come lui. È il “patrono delle missioni”, dell’annuncio del Vangelo a tutti gli uomini: ai lontani, che non hanno mai sentito parlare di Gesù, ma anche ai vicini, che hanno dimenticato la propria fede originaria e vivono come se Dio non esistesse. Questo riferimento è sicuramente uno sprone a divenire dei testimoni credibili e invidiabili del Vangelo! Preghiamo intensamente per Papa Francesco, lo aspetta un compito arduo e difficile: Egli ha bisogno della simpatia e della vicinanza spirituale di tutti i cristiani. Fin da ora, come Chiesa cremonese, gli professiamo la nostra riverenza e obbedienza e gli assicuriamo il nostro impegno ad ascoltare la Sua parola e a mettere in pratica i Suoi insegnamenti. Vinciamo la tentazione di fare confronti: lo Spirito del Signore sceglie Pastori per la sua Chiesa in base al tempo e alle necessità. Il richiamo immediato a Benedetto XVI che il suo Successore ha fatto all’inizio del suo discorso dice la stima e l’affetto che lo lega al Pontefice emerito e manifesta chiaramente il desiderio di tenerlo accanto, come intercessore nella preghiera. Papa Francesco ha chiesto a tutti i fedeli di pregare invocando su di lui la benedizione di Dio. Continueremo a farlo, mentre noi accogliamo la Sua parola benedicente sulla nostra Chiesa diocesana, che, attraverso di lui, riconosce la propria comunione con la Chiesa universale. Lo affidiamo alla Vergine Maria, che Egli ha voluto visitare nel massimo santuario mariano di Roma fin dal primo giorno del Suo ministero.

14 Marzo 2013

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