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Lunedì 11 Dicembre 2017

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L'INTERVENTO

Lo smartphone in classe non risolve alcun deficit

Smartphone in classe, siete d'accordo?

Non sono contraria agli smartphone di cui, come tutti, faccio uso e abuso. Tuttavia in questi giorni mi trovo impegnata sulla scena pubblica a mettere in dubbio la loro utilità nelle aule scolastiche come strumento didattico. La mia perplessità è relativa alla diffusione dell’idea ingenua che l’introduzione di una tecnologia, di per sé, possa risolvere magicamente il problema degli apprendimenti. Nessuno strumento genera automaticamente apprendimento. Non è stato così con l’introduzione dei video didattici, dei laboratori linguistici, delle lavagne luminose, delle lavagne interattive multimediali.

Scriveva già nel 1995 Clifford Stoll sull’utilizzo dei video nelle scuole: ‘A noi piaceva guardarli, perché per un’ora non dovevamo pensare. Agli insegnanti piacevano, perché per un’ora non dovevano fare lezione e ai genitori piacevano perché dimostravano che i figli frequentavano una scuola all’avanguardia. Però non imparavamo niente’. Adesso è il momento dei media digitali. Del resto, se noi guardiamo alle recenti rilevazioni statistiche nei Paesi europei scopriamo che nelle scuole con penetrazione tecnologica più elevata gli apprendimenti addirittura peggiorano.

Ma non è tanto una questione di dati e di ricerche (che si sa sono influenzate dai contesti di sperimentazione e da molte variabili complesse). Quello che mi irrita è la convinzione che si possa risolvere la difficoltà educativa con la delega ad uno strumento, quello che mi irrita è la riduzione dell’apprendimento ad un insieme di informazioni facilmente reperibili e divertenti. Non occorre essere antropologi per sapere che l’apprendimento è, invece, soprattutto un fatto di relazione umana. Per migliorare gli apprendimenti non servono gli smartphone. Servono docenti competenti, motivati, appassionati, con un progetto e una coerenza educativa. Ebbene questi docenti nella scuola italiana, per mille ragioni, sono troppo pochi. La crisi della scuola italiana non è dovuta all’assenza di tecnologie, ma è dovuta alla perdita del ruolo dell’intellettuale nella società di oggi e alla fuga dalla responsabilità dell’educazione.

Accade allora che nel generale scadimento del valore del sapere critico (e del significato della sua trasmissione) tutto ciò che è nuovo si confonde, evoluzionisticamente, col progresso. Un mito del progresso tale per cui quello che la scienza e la tecnologia ci permettono di fare, automaticamente si è autorizzati a fare; anzi, si deve fare. In questo modo ci dimentichiamo che il nostro impegno più grande, come educatori, non deve esaurirsi nel far usare nuovi strumenti e imparare nuovi linguaggi ma deve essere finalizzato a condividere e discutere con le nuove generazioni ciò che crediamo sia giusto e sia sbagliato, a tenere desta l’attenzione critica nei confronti dell’uso di questi strumenti e di questi linguaggi. Il nostro impegno più grande deve essere quello di assumerci una responsabilità nei confronti del nuovo. Ad esempio la responsabilità, talvolta, quando serve, di dire no.

06 Ottobre 2017