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Mercoledì 28 Giugno 2017

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ESCLUSIVA. DELITTO GOBBI

Il memoriale di Infante: condannato all'ergastolo, ma sono innocente

Omicidio del 43enne cremonese: condannato per la complicità con l’assassino Bonazzoli. ‘Zero prove. Anche io una vittima: Luciano mi ha puntato il fucile alla testa, ero terrorizzato'

Il memoriale di Infante: condannato all'ergastolo, ma sono innocente

Il ritrovamento del corpo di Giorgio Gobbi

CREMONA - «Com’è possibile che un cittadino italiano incensurato, in un paese civile e democratico, venga carcerato senza una prova oggettiva?». «Com’è possibile che un cittadino italiano possa finire in carcere solo perché una persona fa il suo nome al fine di vedersi processualmente abbassata la pena?». E «com’è possibile che un cittadino italiano venga accusato e dichiarato colpevole, perché una persona che, carte alla mano, cambia versione tantissime volte, si contraddice e viene smentito dalle testimonianze intercorse, ma per il pm e per il giudice rimane una persona attendibile?». Con queste e «tantissime altre domande» apre le cinque pagine di memoriale, Roberto Infante, l’uomo di Borretto (Reggio Emilia), che sta scontando a Cà del Ferro l’ergastolo — confermato dalla corte d’appello di Brescia —, perché ritenuto «complice» dell’omicidio di Giorgio Gobbi, il 43enne imprenditore di Casteldidone, residente a Cicognolo, nel dicembre del 2014 freddato con due fucilate dal cognato Luciano Bonazzoli, ideatore ed esecutore materiale del delitto, reo confesso, lui condannato a 18 anni di reclusione con il rito abbreviato. Il cadavere fu occultato nel baule di un’ auto lasciata nel parcheggio del centro commerciale Centro Torri, a Parma.
Dal giorno del suo arresto, Infante giura di essere stato una «vittima» di Bonazzoli, attirato sul luogo del delitto in una sorta di ‘trappola’ e costretto a occultare il cadavere sotto la minaccia di ritorsioni contro di lui e sua figlia. Finora la giustizia non gli ha creduto, spera nella Cassazione.
In carcere Infante è un detenuto modello, uno che si dà da fare: lavora come bibliotecario e in cucina e nella sezione D, dove è recluso, lo considerano «il pompiere», perché tutti si rivolgono a lui, perché ci pensa lui a gettare l’acqua sugli animi surriscaldati dei reclusi.
La sua versione, scritta nero su bianco nel memoriale, contraddice Bonazzoli, l’imprenditore da vent’anni titolare della Luma.

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19 Giugno 2017