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Giovedì 17 Agosto 2017

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CREMONA

Il libro, Govoni e la ‘sua’ India: «Un mondo che sa di futuro»

E' in rete il secondo volume: ‘Bianco come Dio’ dell’ex studente del Manin, l’orfanotrofio Dayavu Home ha cambiato la vita del 24enne cremonese

Il libro, Govoni e la ‘sua’ India: «Un mondo che sa di futuro»

Nicolò Govoni

CREMONA - Nicolò Govoni, classe 1993, appartiene a quella generazione di ragazzi che stupiscono e che hanno il coraggio di prendere la vita di petto, di fare scelte radicali o semplicemente di seguire le proprie passioni. Dai corridoi del liceo Manin, all’orfanotrofio di Dayavu Home, in India. «Prima dell’ultimo anno di liceo Nicolò Govoni parte per la missione umanitaria raccontata in Uno , ma quell’esperienza gli cambia la vita. Una volta tornato in Italia termina gli studi e poi decide di iscriversi alla facoltà di giornalismo presso Symbiosis International University, a Pune, in India. Da allora continua a fare volontariato e supportare l’orfanotrofio Dayavu Boy’s Home», poche righe nella bio del suo sito. La passione per la scrittura e la voglia di testimoniare il presente e la sua attività di volontario e studente con la passione di giornalismo sono un tutt’uno per Govoni.

Da oggi è online il secondo volume Bianco Come Dio, in cui Govoni racconta gli ultimi anni di lavoro in orfanotrofio. Lo raggiungiamo con una telefonata whatsapp e sembra di chiamare a Bonemerse, invece stiamo dialogando a migliaia di chilometri. Per chi non è nativo digitale questo ha ancora un suo fascino, mentre è la normalità per la generazione di Govoni. Bianco Come Dio è una sorta di aggiornamento sull’esperienza di Govoni all’orfanotrofio Dayavu Boy’s Home. «L’e-book racconta come si è sviluppata la vita all’orfanotrofio, parallelamente sto lavorando ad un altro libro che scriverò in inglese e in cui descrivo l’India di oggi, almeno per quello che io ho potuto conoscere frequentando la Symbiosis International University». Ciò che vuole raccontare Govoni sono due Indie che convivono, Indie parallele che non necessariamente si incontrano. «La realtà dell’orfanotrofio è una realtà in cui torno nelle pause dallo studio e dall’università e che mi offre la possibilità di costruire il futuro dei ragazzi e di dare un senso al mio stare in India – spiega -. In realtà proprio l’università che frequento a Pune mi ha messo di fronte all’upper society indiana, una società ricchissima, cresciuta sui modelli occidentali, che ha portato alle estreme conseguenze i nostri modelli culturali, sociali ed economici e che è pronta ad assumere un ruolo di leadership» .

«I miei compagni di corso sono ricchissimi, sempre impegnati a rincorrere le ultime tendenze. La realtà che ci circonda e li circonda è in continuo movimento ed espansione. C’è un’energia e una voglia di fare che in Europa non c’è più», spiega. Di tutt’altro tenore è la vita che Nicolò Govoni trova quando nelle pause concesse dall’università va all’orfanotrofio. «Gioco con i bambini, ma dai primi anni le cose sono pian piano cambiate- racconta -, abbiamo ridefinito i ruoli. Punto decisivo e di cambiamento è stata l’emergenza della costruzione di un muro che circondasse l’orfanotrofio. Si trattava di un obbligo di legge che ci ha imposto di trovare fondi, anche grazie all’impegno degli amici di Cremona di Humans of Cremona e all’impegno di Giovanni Volpe. Il mio compito oggi è quello di reperire fondi per far studiare i ragazzi e per migliorare le condizioni e le attività dell’orfanotrofio». La chiarezza di scopi e finalità di Govoni nel raccontare il suo impegno è forte, appassionata, sentita, ma soprattutto concreta. «Attualmente abbiamo sei ragazzi all’università – spiega -. Dhakshina si è appena laureato in comunicazione, è stato il primo, per me un successo personale e che dà prospettiva all’azione educativa e formativa del nostro istituto. Ci siamo chiesti che futuro dare a questi ragazzi che provengono da una realtà poverissima e il futuro può essere solo la formazione».

Tutto questo e di più è Bianco Come Dio, un diario di un’esperienza che ha cambiato la vita di Nicolò Govoni, che ha dato un senso al suo stare nel mondo e che gli fa dire: «Se non avessi incontrato l’India, se non avessi deciso di fare quell’esperienza di volontariato che mi ha portato a Dayavu Boy’s Home oggi non sarei quello che sono ed anzi, mi viene da dire, forse per come si stavano mettendo le cose, mi sarei perso – racconta -. La mia passione per la scrittura e il giornalismo e il lavoro concreto, faticoso e vero con i ragazzi dell’orfanotrofio mi hanno salvato, mi hanno aiutato a scoprire non solo chi sono, ma che si è in base anche a quanto e come riusciamo a seminare con gli altri a impegnarci per gli altri, a progettare insieme il futuro. Questo mi hanno dato e continuano a darmi i ragazzi dell’orfanotrofio e l’India».

18 Maggio 2017