il network

Martedì 25 Settembre 2018

Altre notizie da questa sezione

Blog


L'INTERVENTO

Tocca a noi insegnare un lessico nuovo ai 'leoni da tastiera'

Tocca a noi insegnare un lessico nuovo ai 'leoni da tastiera'

Linguisti e antropologi della comunicazione da diversi anni riflettono su una caratteristica del linguaggio: la performatività. In modo semplice, il fatto che le nostre parole hanno delle conseguenze sulla realtà, esattamente come le nostre azioni. Parlare è una forma particolare di azione sociale. Ora, nella comunicazione faccia-faccia, le conseguenze delle parole, sono spesso evidenti. Se offendo qualcuno, lo vedrò arrabbiarsi o addolorarsi. Se faccio un complimento, lo vedrò arrossire, schernirsi o gongolarsi.

La comunicazione diretta mi espone all’altro, alle sue emozioni, permettendomi di sviluppare una facoltà importante per la crescita umana della persona, l’empatia, cioè la capacità di riconoscere che l’altro ha emozioni e sentimenti che sono proprio simili ai miei. E che quindi le mie parole possono essere usate per costruire relazioni o per distruggere. La socializzazione delle nuove generazioni attraverso la mediazione continua di uno strumento (come lo smartphone, il pc, il tablet) comporta una serie di modifiche strutturali nella costruzione delle relazioni e quindi dell’identità personale: non vedo l’altro, non ricevo feed-back e, al tempo stesso, non sono visibile all’altro, posso sottrarmi agli effetti delle mie parole che esistono in uno spazio e in un tempo che sfugge al mio sguardo, come se non mi riguardassero. Credo che questa sia una delle ragioni che concorrono all’esponenziale aumento dell’aggressività verbale, dell’offesa, della deresponsabilizzazione nella scelta delle parole nei gruppi Whatsapp di adolescenti che crescono relazionandosi nello spazio virtuale dei social network, dei videogiochi, dei reality televisivi, più che in quello delle esperienze dirette, faccia-faccia. Alimentati dalla cultura della performance ed esibizione del sé (per cui occorre sempre dimostrare di essere meglio e più popolari degli altri), cullati nell’ovatta di un presente che deve essere a tutti i costi ‘divertente’ e nella cattiva pedagogia del lassez-faire (‘adulti, non intervenite, tanto tutto si aggiusterà sa sé’), ragazzi e ragazze esprimono il nulla in cui sono cresciuti (nessun impegno, nessun progetto, nessuna profondità) attraverso l’offesa, la derisione dell’altro, la maldicenza, la volgarità, la provocazione. Che fare? Il compito degli adulti è trovare strategie per la costruzione di un nuovo lessico per le ‘generazioni social’. Un lessico del pudore: esistono aspetti di noi ed esperienze che non sono necessariamente da condividere. Spieghiamoglielo. Un lessico del limite: arriva un momento in cui mi accorgo che, nel mondo, non sono l’essere unico e perfetto che sono, in casa, per mamma e papà. Accompagniamoli in questo passaggio. Un lessico del non prevedibile: ci sono situazioni in cui mi rendo conto che la vita non è controllabile come un selfie e che il mio volere non è misura del mondo. Un lessico della libertà. Non la libertà di comprare e consumare tutto ciò che si desidera, non quella di dire tutto ciò che passa per la testa, ma quella di scegliere che persona essere e che futuro costruire.

03 Maggio 2017