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Sabato 10 Dicembre 2016

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‘Furbo’ chi vìola le regole, impariamo a condannarlo

‘Furbo’ chi vìola le regole, impariamo a condannarlo

Tempo fa, ad un convegno, un collega inglese mi interrogò, con interesse, sul significato italiano della parola ‘furbo’; mi chiese che cosa intendessero con precisione i genitori e i nonni italiani quando, ad esempio, rivolgono lo sguardo compiaciuto al proprio piccolo di pochi anni impegnato nel sottrarre un gioco ad un compagno ed esclamano con soddisfazione «Vah, che furbo!». Questo collega mi spiegò che in inglese non esiste un’espressione simile — che a lui quindi risultava intraducibile — e con sorriso ironico ipotizzò che il precoce incoraggiamento a questo genere di ‘furbizia’ avesse qualcosa a che vedere con adulti incapaci di rispetto delle istituzioni e con l’anomala gestione della nostra vita politica.

Imbarazzata, glissai. Sapevo infatti che quando un italiano dice ‘il furbo’ intende di fatto (forse senza completa consapevolezza) colui che riesce sempre a farla franca, a prevaricare, ad ottenere ciò che vuole, fregandosene degli altri intorno e del rispetto delle regole. Una parola, una forma di vita.
Da quel momento ho iniziato a prestare attenzione al fatto che la furbizia è spesso apprezzata e incoraggiata non solo nelle nostre famiglie ma anche nelle nostre scuole; il furbo – altrimenti rinominato ‘un bel peperino’, ‘frizzantino’, ‘vivace’ — risulta simpatico, lo si suppone dotato di una naturale intelligenza (che spesso resterà un’ipotesi mai dimostrata) e ha una parte speciale nella recite di fine anno. Al contrario, il bambino silenzioso, riflessivo, che non ama mettersi in mostra, con una ricca vita interiore, non trova più uno spazio sociale di gratificazione, riconoscimento, crescita; è bollato come ‘timido’ o ‘chiuso’ o ‘poco partecipativo’ all’interno di un sistema educativo che sempre più frequentemente giudica la partecipazione con lo stesso metro dei giochi a premi e dei talk show televisivi. Immediata, esibita, competitiva.

Ricordo sempre ai miei studenti che per rinnovare il nostro tessuto sociale occorre partire dalle micropratiche quotidiane attraverso cui nominiamo, classifichiamo e diamo un significato alla realtà. Cominciamo con l’eliminare dal nostro orizzonte semantico e simbolico ‘il furbo’ e a chiarirci, e chiarire, il confine tra ‘vivacità’, ‘mancanza di rispetto’ e ‘maleducazione’. E magari cominciamo a guardare con lo stesso sguardo, complice e ammiccante, il bambino educato, sensibile e responsabile (oggi detto con preoccupazione ‘timido’), che sa ascoltare in silenzio e valutare con inusuale profondità il complesso mondo che lo circonda. L’ipotesi ironica del collega inglese potrebbe non essere così ardita…

15 Aprile 2016

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